Agnosco stylum Curiae romanae. Una giustizia tribale

[Korazym.org/Blog dell’Editore, 26.11.2022 – Vik van Brantegem] – L’ho scrivo da due giorni [*]: con ogni Udienza che passa, mi passa anche la voglia di occuparmi di questo “processo 60SA” vaticano. Ma poi ricordo il motto di questo quotidiano non profit online: «Testimonium perhibere veritati – Rendere testimonianza alla verità». Quindi, sono ancora qui, dopo 2 anni e 38 udienze. Vado avanti, andando oltre a quello che appare che non è (“questo non è”, mi ha insegnato un piccolo grande bambino di tre anni, sette anni fa… non si è mai troppo vecchio per imparare). Non ho mancato neanche un’Udienza di questa farsa chiamata “giustizia”, che è semplicemente un procedimento persecutorio vaticano contro Becciu, travestito come “processo”, già giudicato, condannato, giustiziato, cremato e disperso le cenere (non essendo degno neanche di ricevere una sepoltura).

Fino a giovedì 23 novembre 2022, il Cardinale Giovanni Angelo Becciu risultava imputato nel “processo 60SA” per la gestione dei fondi della Segreteria di Stato, che ha come perno lo scandalo legato alla compravendita di un palazzo di lusso al numero 60 di Sloane Avenue a Londra da parte della Segreteria di Stato.

Poi abbiamo appreso, dalla bocca del Promotore di Giustizia vaticano, che lo è anche per «ipotesi di associazione a delinquere» (nei telegiornali e sui giornali la parola “ipotesi” è sparita) nell’ambito di un nuovo filone d’inchiesta, che avrebbe come teatro la Diocesi di Ozieri e un’inchiesta della Guardia di Finanza di Oristano, fatto entrare dal Promotore di Giustizia vaticano nel processo in corso (altro obbrobrio giuridico), perché «del processo infatti si erano perse le tracce su giornali e tivù, dato che udienza dopo udienza l’accusa evaporava per la totale assenza di prove che dimostrassero la tendenza al furto del piccolo prelato sardo. Insomma il dibattimento in corso da 16 mesi non forniva più, dopo il botto iniziale, spunti utili a impalare il disgraziato presule», come scrive oggi Vittorio Feltri su Libero Quotidiano.

Lo shit storm (come dicono gli Americani, sempre meno fine degli Inglesi, espressione che letteralmente significa “tempesta di cacca”, quel fenomeno con il quale un numero piuttosto consistente di persone manifesta il proprio dissenso nei confronti di un’altra persona o di un gruppo, organizzazione o azienda, con una tempesta di insulti, commenti denigratori e character killing, distruzione della reputazione) fu sospeso (temporaneamente), perché, come scrisse il decano dei vaticanisti statunitensi John L. Allen Jr. su Crux: «Vatican’s “trial of the century” could end in a whimper, not a bang», significa che il “processo del secolo” del Vaticano potrebbe finire con un piagnucolio, non un botto. E su questo l’ultima parola non è detta ancora.

Non ho mai abbandonato il Cardinale Giovanni Angelo Becciu e non l’ho neanche pensato per un momento, mai prima, quando fu spogliato dal prestigio e del potere connesso alla dignità cardinalizia, da chi l’avrebbe dovuto difendere (ma non desta meraviglia per chi conosce lo stile e la cultura peronista di cui è intriso l’Uomo che Veste di Bianco: Al amigo, todo; al nemigo, ni giusticia, in vecchio adagio di Juan Domingo Perón «all’amico tutto, al nemico nemmeno la giustizia», che si può benissimo applicare alla giustizia misericordiosa applicata nello Stato della Città del Vaticano, dove si sta celebrando questo processo non per cercare la verità e dove la giustizia non è uguale per tutti, ma contro un uomo trattato come nemico e da cui uscirà a pezzi colui che «sta sopra di tutto» (Cit.). Non ho abbandonato quell’uomo durante il processo in corso e non lo farò dopo, succede quello che succede. E non mi faccio intimidire da un Promotore di Giustizia che se la prende con quel “piccolo resto” della stampa che «se la prende con il Tribunale e gli inquirenti vaticani».

Su Il Foglio oggi, Matteo Matzuzzi scrive che «la penosa vicenda del Cardinal Becciu si sarebbe potuta evitare seguendo il diritto e la trasparenza e non gli istinti di una giustizia tribale»: «L’impressione è che l’operazione di pulizia e trasparenza tanto invocata e assicurata con slogan sulla “primavera che entra nelle finestre della Chiesa” sia fallita. Si è scelta la strada della giustizia tribale e non della trasparenza e questi sono i risultati: telefonate registrate e chat imbarazzanti. Come quella in cui il Cardinale dice: “Il Papa vuole la mia morte”».

Conosco Becci, e bene; di lui ho grande stima, perché ho lavorato con lui strettamente, quando era Sostituto per gli Affari Generali della Segreteria di Stato mentre ero Assistente della Stampa della Santa Sede. Quindi, non abbandonerò Becciu, qualsiasi cosa succede. Perché lo so dall’inizio, l’ho scritto e l’ho ripetuto: tutto questo obbrobrio di giustizia farsa è stato montato per tenerlo fuori dal prossimo Conclave e per questo lo devono distruggere, con ogni mezzo, perché in un Conclave Becciu non deve entrare, per questi menti ormai non più troppo fine: Agnosco stilum Curiae romanae.

Ripetita iuvant: da tempo avrei voluto abbandonare questo epicedio accompagnato da danze come era il costume greco, diventato alla fine una penosa “balada del balabiòtt”. Ma ogni volta che mi viene la tentazione di congedarmi dalla farsa e di occuparmi di cose serie e positive rimango per lui. Perché Becciu rappresenta ed è una cosa positiva e seria.

Per me le parole lealtà e costanza hanno un significato profondo. Io non abbandono mai un uomo solo – tanto più se è un amico, ma non per questo – messo alla gogna e portato al patibolo. A parte del fatto che la gogna e la ghigliottina in mezzo a folle festanti appartengono a tempi di infausta memoria, qui abbiamo un uomo perseguitato nel Terzo Millennio e se i diritti civili, i diritti dell’uomo e il diritto canonico abbiano ancora un senso, va difeso il suo diritto ad un giusto processo, alla presunzione di innocenza e alla replica. Per il resto lo dice (molto) meglio di me Vittorio Feltri oggi su Libero Quotidiano. Rispetto a lui e i suoi collaboratori, io sono solo un principiante.

Feltri, maestro di giornalismo, citando Agnosco stilum Curiae, fa riferimento alla frase latina Agnosco stilum Curiae romanae, che stricto sensu significa: riconosco lo stile della Curia romana, ma con un gioco di parole anche: riconosco il pugnale della Curia romana.

Il primo a pronunciare la frase sarebbe stato Severino Boezio, per indicare lo stile della Curia romana. Di seguito la locuzione ha assunto una connotazione fortemente negativa ed è stata attribuita anche a Palmiro Togliatti in risposta a pesanti accuse da ambienti vaticani e non mancano le citazioni parlamentari.

Fu Fra Paolo Sarpi a usare il gioco di parole in occasione dell’attentato subito a Venezia nel 1607, attribuito a sicari inviati dalla Curia romana. Perché stilus significa non solo lo stile (stricto sensu letterario), ma anche un oggetto appuntito per scrivere (una penna) ed anche un palo aguzzo di fortificazione dell’accampamento, nonché il pugnale, da cui l’italiano stiletto.

L’amico e collega Marco Tosatti, per spiegare il titolo del suo blog Stilum Curiae, scrisse nel 2018: «Paolo Sarpi era un religioso, dagli interessi molteplici: teologo, astronomo, matematico, fisico, anatomista, letterato e polemista. Un geniaccio, a cui non stava simpatico il centralismo monarchico della Chiesa. Era veneziano, e come tale difese la Serenissima Repubblica in un momento in cui non correva buon sangue con Roma. Inoltre scrisse una storia del Concilio di Trento [Istoria del Concilio Tridentino] che gli valse subito una messa all’Indice. L’Inquisizione romana lo convocò per essere interrogato; Paolo Sarpi rispose picche, e preferì restare a Venezia, dove subì però un attentato di lama, molto serio. Sarpi ne uscì vivo; e disse “Agnosco Stilum Curiae romanae”. Riconosco il pugnale della Curia romana. Uno stilum è un pugnale, ma anche uno stilum romano, cioè una penna».

E questo è tutto, per oggi.

Buon sabato e buona lettura.

V.v.B.

Diritto di replica
di Vittorio Feltri
Libero Quotidiano, 26 novembre 2022


Ho appreso la notizia dai telegiornali, e confesso di averci capito poco, salvo ricavarne una certezza: se parlavano del Cardinale Angelo Becciu era per segnalare che in Vaticano gli avevano strappato un altro pezzetto di scalpo. Del processo infatti si erano perse le tracce su giornali e tivù, dato che udienza dopo udienza l’accusa evaporava per la totale assenza di prove che dimostrassero la tendenza al furto del piccolo prelato sardo. Insomma il dibattimento in corso da 16 mesi non forniva più, dopo il botto iniziale, spunti utili a impalare il disgraziato presule.

A mente fredda, grazie alla cronaca fornita su Libero da Daniele Dell’Orco e alla lettura dell’informatissima agenzia Adnkronos, diretta da Gian Marco Chiocci, perno della mia squadra ai tempi de Il Giornale, ho provato a ricostruire la dinamica dei due colpi in testa che il Promotore di Giustizia (il Procuratore) ha rifilato al malcapitato.

1) Li riepilogo. L’annuncio di un altro processo in formazione per il reato di associazione a delinquere. Becciu avrebbe tramato con i parenti di Ozieri e Pattada per lucrare con loro su fondi destinati alla Caritas, ma spesi altrimenti. La pietra angolare su cui si basa l’accusa è un’informativa della guardia di finanza sarda delegata alle indagini dal Vaticano. Nota da vecchio cronista di processi. In Italia, e in qualunque Stato di diritto, un materiale di questo genere – elaborato senza contraddittorio – non può confluire in un processo in corso. Invece è stato inserito nel fascicolo del processo in corso. Conta l’effetto annuncio. Le difese non hanno visto nulla, e dunque il Professor Alessandro Diddi può far correre il suo cavallo nella prateria senza avversari, pur avendo avuto il tempo, cinque giorni prima, di depositare le carte in Cancelleria salvaguardando i diritti di difesa e parti civili. La questione è sempre quella: il Vaticano consente procedure che imbragano l’accusato impedendogli di muoversi.

Il cilindro

2) Ma non è stato questo il clou della udienza di giovedì. Dal suo magico cilindro il procuratore, Professor Alessandro Diddi, ha estratto poco prima delle dieci del mattino una mannaia, che peraltro è stato lo stesso imputato in porpora a fornirgli sciaguratamente. Zac: Diddi ha tagliato la testa al cardinale già defenestrato il 24 settembre 2020 dal Papa, e ora – come nelle raffigurazioni del Battista – decollato e con la testa posata su un piatto d’argento. Levarla da quel vassoio, almeno nella mente del grande pubblico, specie cattolico, sarà impossibile: non si registra di nascosto una telefonata con il Papa. D’accordo, Becciu non l’ha usata, dimostrando resipiscenza e la volontà di non mettere in difficoltà il Santo Padre. Ma è il gesto in sé ad essere deprecabile. E, peggio ancora, è l’aver consentito alla nipote di imbottigliare il dialogo nel suo cellulare. II file – non si sa se inutilmente cancellato o meno – è stato pescato dalla GdF, e depositato in carne viva sui banchi del Tribunale da Diddi, per l’occasione fiancheggiato da uno stuolo di gendarmi, in posa come i poliziotti dopo la cattura di Giovanni Brusca in Sicilia.

Diddi infatti, avendone avuto il permesso da Francesco, fa udire il nastro, con i giornalisti fuori. Sorpresa. Su Adnkronos ho letto la trascrizione integrale. Vi comunico sommessamente, ma in piena coscienza, quel che nessuno ha ancora scritto. Certo, dal punto di vista emotivo e morale, Becciu ne esce malissimo, e di certo tutti percepiscono il gesto come una ferita inflitta al Papa. Eppure dalla prospettiva processuale le parole dette dai due interlocutori se giovano a una parte, quella è la difesa.

Dopo i saluti tra i due, nessuno dei quali sta bene, il Cardinale Becciu dice: «Si, senta Santo Padre io Le sto telefonando come ehh con grande sofferenza… ehhh, cioè io per me quasi non dovrei andare più a processo perché mi spiace ma la lettera che mi ha inviato è una condanna… è una condanna ehh perché… io Le volevo solo chiedere se alcuni dati, cioè la cosa è questa, che io non posso chiamarLa in Tribunale come testimone, non mi permetterei mai, però ci deve essere una Sua dichiarazione ehh… i due punti sono questi cioè, mi ha dato o no l’autorizzazione ad avviare le operazioni per liberare la suora? Eh, io mi pare glielo chiesi:(in questi termini) “guardi, dovrei andare a Londra… contattare questa agenzia che si darebbe da fare, poi le dissi che le spese che ci volevano erano 350 mila euro per le spese di questa agenzia, questi che si dovevano muovere e poi per il riscatto avevamo fissato 500 mila, dicevamo non di più perché mi sembrava immorale dare più soldi alla… che andavano nelle tasche dei terroristi… ecco io mi pare che l’avevo informato su tutto questo… si ricorda?».

II Papa risponde: «Quello sì mi ricordo, vagamente ma ricordo, sì (quel ricordo) ce l’avevo sì».

Il prelato e il Papa fanno riferimento a uno scambio di lettere tra i due. Una richiesta di aiuto fatta da un Becciu disperato, a cui la risposta era stata, a quanto si capisce, gelida.

Cardinal Becciu: «Sì, però mi ha scritto le accuse cioè… eh la teoria degli accusatori, dei magistrati, cioè: loro mi accusano che ho imbrogliato Lei; che non era vero che io ero stato da Lei autorizzato a fare queste opere; e quindi Lei condivide le accuse di ques… dei magistrati! Ed io come posso difendermi lì (al processo) se Lei già mi accusa così … Mi hanno scritto (loro, ndr) cioè la lettera, è proprio giuridica, in cui sono le stesse frasi, stesse idee che mi trovo nell’atto di giudizio che mi porta in processo e quindi Lei condivide quelle quelle accuse… Lei mi ha sempre detto che è al di sopra, non vuole interferire…».

Traduzione

Traduco con libertà interpretativa dovuta all’esperienza: Caro Papa quella lettera non l’hai scritta tu. Non può essere il mio dolce Cristo in terra, il Papa della misericordia che a una supplica risponde usando la penna dei miei accusatori. Se il Papa fa sue le tesi dei procuratori, non esiste spazio per salvarsi. Non vado neanche a processo. E il Papa, risponde ammettendo di non averla scritta lui…

Cardinal Becciu: «Infatti le hanno preso la mano, perché si vede che non è scritto da Lei, tutto giuridico». Papa: «No no… questo è vero (…) Si sì. cercherò un altro consiglio, eh?»

Sintesi. È il 24 luglio. Mancano tre giorni al processo. Becciu aspetta un segno positivo dal Papa. Invece lo scritto ha l’impronta del veleno di curia. Come disse Paolo Sarpi prima di essere eliminato a Venezia dai sicari: «Agnosco stylum Curiae», conosco il pugnale/lo stile della Curia.

Da qui la scelta sbagliata, orribile, di registrare il Papa. La disperazione porta a farsi del male. Ma bisognerebbe anche evitare di ridurre alla disperazione un uomo abbandonato da tutti.

La penosa vicenda del Cardinal Becciu si sarebbe potuta evitare
seguendo il diritto e la trasparenza
e non gli istinti di una giustizia tribale
di Matteo Matzuzzi
Il Foglio, 25 novembre 2022


“Non pensavo arrivasse a questo punto: vuole la mia morte”, scriveva in una chat il Cardinale Giovanni Angelo Becciu nel luglio del 2021 alla parente Giovanna Pani. Colui che vorrebbe la sua morte è “su Mannu”, cioè il Papa. Il cardinale chiarisce, sempre nella chat: “Non vuole fare brutta figura per la condanna iniziale che mi ha dato”, “mai avrei immaginato (che) non un Papa ma (che) un uomo arrivasse a tanto”. Parole non al miele, insomma. Il contenuto delle conversazioni di Becciu sono state diffuse dal Promotore di giustizia vaticano nel corso del processo che si sta celebrando oltretevere e derivano da un’indagine svolta dalla Guardia di Finanza di Oristano su rogatoria del Vaticano. Giovedì, poi, si era saputo che il cardinale aveva registrato una telefonata con il Pontefice (da poco dimesso dall’ospedale dopo l’importante operazione chirurgica all’intestino), in cui cercava conferme alla propria linea difensiva. La vicenda Becciu è penosa, per i protagonisti coinvolti e per la Chiesa. Altro che corvi svolazzanti all’epoca poco gloriosa di Vatileaks. Garantismo vuole che si sia innocenti fino all’ultimo grado di giudizio e che a stabilire o meno la colpevolezza sia un giudice terzo e imparziale.

Ciò premesso, la questione è un’altra. Lo stillicidio di chat, messaggi, pianti e stridori di denti era del tutto evitabile se si fossero seguiti i normali iter previsti dalla legge. Sarebbe bastato evitare di privare un cardinale dei diritti connessi al cardinalato basandosi su supposizioni, copertine di settimanali, voci e intuizioni. Becciu è rimasto cardinale a metà, poteva vestirsi di rosso ma non poteva partecipare agli eventi cui i cardinali partecipano. E in un eventuale Conclave, sarebbe entrato o no? Nessuno lo sa. Rimosso dalla sua carica il 24 settembre del 2020, è stato rinviato a giudizio solo il 3 luglio dell’anno successivo, senza che nel frattempo non fossero state rese note neppure le imputazioni o le presunte malefatte de porporato cacciato. E dovevano essere malefatte gravi, se il Papa gli aveva imposto la rinuncia ai diritti cardinalizi al termine di un’udienza serale. Il processo poi è andato come si sa, lungo e balbettante, tra accuse reciproche – anche e soprattutto a mezza stampa – rivelazioni choc e attenzione a evitare, come è logico che sia, di coinvolgere il Pontefice che avrebbe altro a cui pensare. Il quadro che emerge è quello di una giustizia tribale, dove la trasparenza non è di casa e dove la potestà papale regna incontrastata su tutto e tutti. Come è lecito attendersi, appunto, da un regime assoluto qual è lo Stato della Città del Vaticano. Se all’istinto e all’impulso fosse stata anteposta una visione garantista (almeno un po’), è possibile che il Popolo di Dio non avrebbe assistito a questo misero spettacolo degno della sceneggiatura di una serie Netflix sui torbidi misteri in Vaticano o di romanzi a quattro soldi sui crimini all’ombra del Cupolone che tanto spopolano nei mesi estivi. L’espressione è che l’operazione di pulizia e trasparenza tanto invocata e assicurata con slogan sulla “primavera che entra nelle finestre della Chiesa” è fallita. E a certificarlo è un cardinale che registra una conversazione telefonica con un Papa appena uscito dall’ospedale.

Altro che “corvi”.
Sopra il Vaticano
sono stati scatenati i “falchi”
e svolazzano gli “avvoltoi”.

[*] 25 novembre 2022: 37ª Udienza del processo 60SA in Vaticano. Prosegue l’escussione dei testimoni dell’accusa. Il primo giorno di Perlasca. “Nuove” accuse contro Becciu e la registrazione di una conversazione con il Papa e 38ª Udienza del processo 60SA in Vaticano. Prosegue l’escussione dei testimoni dell’accusa. Secondo giorno di Perlasca, dalla serie “so tutto ma non mi ricordo”.

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