38ª Udienza del processo 60SA in Vaticano. Prosegue l’escussione dei testimoni dell’accusa. Secondo giorno di Perlasca, dalla serie “so tutto ma non mi ricordo”

[Korazym.org/Blog dell’Editore, 25.11.2022 – Vik van Brantegem] – Venerdì 25 novembre 2022 si è svolta nell’Aula del Tribunale vaticano, allestita presso la Sala polifunzionale dei Musei Vaticani, la 38ª Udienza del processo sulla gestione dei fondi della Segreteria di Stato, sulla vicenda che ha portato alla compravendita del palazzo al numero 60 di Sloane Avenue a Londra e una vasta gamma di altre questioni, che potrebbe coprire diversi processi… a cui il Promotore di Giustizia Vaticano aggiunge delle altre.

Al termine di questa Udienza mi sono venuti in mente diversi epiteti, come spiegherò in un Postscriptum Quanno ce vo’ ce vo’. Definire il personaggio “pentito” e “collaboratore di giustizia” è veramente troppo onore e inoltre un’offesa per coloro che lo sono stato e sono nei confronti della mafia. Ci ha tenuto occupato da due anni in un epicedio accompagnato da danze come era il costume greco. Invece, al momento così tanto atteso, assistiamo ad una penosa “balada del balabiòtt”.

Come si sa, sono molto parsimonioso nell’esprimere le mie personali opinioni. Lo si trova scritto all’inizio della sezione con le informazioni su di me del mio profilo Facebook: «Non è nelle mie intenzioni diffondere la mia ipsissima verba: “Il principio base dell’azione pedagogica di Vik van Brantegem non è quello di divulgare il proprio personale pensiero, che tale resterà, piuttosto un meccanismo fondato ad allenare le persone alla metacognizione” (Valentina Villano). Perciò, silere non possum. Non posso non comunicare, pur sapendo che posso con ciò urtare l’imbecillità altrui».

Costui che si è annoverato tra i clerici della serie “so tutto ma non mi ricordo”, sembra un allievo (ma di scarso profitto, pare) di Sant’Agostino, che scrisse: “Se nessuno mi chiede cos’è il tempo, lo so; se debbo spiegarlo a chi lo chiede, non lo so più” (Le confessioni), ma intendeva altro. Intanto, l’esito l’ha riassunto bene il collegio difensivo del Cardinal Becciu in un Comunicato Stampa, che riportiamo di seguito.

I molti “non ricordo” del testimone Perlasca

Nella 38ª Udienza, nel secondo giorno del suo interrogatorio, l’ex Responsabile dell’Ufficio amministrativo della Segreteria di Stato, Mons. Alberto Perlasca ha risposto alle domande dei difensori del Cardinale Angelo Becciu, all’epoca dei fatti Sostituto per gli Affari Generali della Segreteria di Stato; di Fabrizio Tirabassi, già minutante dello stesso Ufficio amministrativo e diretto collaboratore di Mons. Perlasca; e di Enrico Crasso, consulente finanziario della Segreteria di Stato. Non sono bastate cinque ore e quindi il “testimone chiave” tornerà il 30 novembre per la terza e ultima parte dell’interrogatorio.

La testimonianza di Mons. Perlasca era costellata di molti “non ricordo”, tanto che il Presidente del Tribunale, Giuseppe Pignatone, ha interrotto per due volte l’Udienza, ha consigliato ripetutamente calma e moderazione al testimone, e lo ha richiamato ad una maggior attenzione nelle risposte, per non rischiare l’incriminazione per falsa testimonianza. Su alcuni particolari, Mons. Perlasca ha chiesto di poter rivedere i suoi appunti, lasciati a casa, e si è riservato di rispondere nella prossima udienza.

I legali del Cardinal Becciu, gli Avvocati Fabio Viglione e Maria Concetta Marzo, hanno interrogato Mons. Perlasca per quasi 3 ore, concentrandosi sui suoi rapporti con l’ex superiore Becciu.

L’Avvocato Viglione è tornato sulla cena del 5 settembre 2020 in un ristorante romano, per chiedere al testimone perché, dopo aver invitato il cardinale ad “una serata rilassante”, informò dell’incontro la Gendarmeria vaticana. “Non volevo che pensassero cose strane”, ha spiegato Perlasca, aggiungendo poi che temeva volessero registrare il colloquio con delle cimici. Ma, ha aggiunto, “il Commissario De Santis mi ha assicurato che non agiscono in territorio italiano”.

Pochi giorni prima, il 31 agosto, Mons. Perlasca aveva portato di sua iniziativa un memoriale agli inquirenti, nel quale tirava spesso in ballo il suo ex superiore. “Erano mie considerazioni sui fatti – ha spiegato in Aula – non c’era nessuna accusa ma solo chiarificazione della mia posizione, e il contributo che ogni cittadino e cristiano deve dare a chi fa indagini”. Nella cena Perlasca ha chiesto al Cardinal Becciu “indicazioni su come comportarmi, su cosa fare, dire o non dire” e alla fine, tornato a casa, ha trascritto il colloquio e ha anche letto il contenuto, registrandolo sul suo smartphone. Alla richiesta dell’avvocato Viglione di produrre in aula testo e registrazione, il testimone ha risposto che “sono cose mie private, che non voglio condividere… Come un mio diario” salvo poi promettere una prossima consegna al Tribunale.

Perlasca ha spiegato di aver più volte cercato l’aiuto del cardinale, perché dopo il primo interrogatorio del 29 aprile 2020, ancora da indagato, gli erano stati sequestrati i fondi allo IOR e attenzionato il conto in una banca italiana, tanto che “non potevo più prelevare nulla senza autorizzazione”. Fu anche sollevato dall’incarico di Promotore di Giustizia aggiunto presso la Segnatura Apostolica (che svolgeva da sette mesi), e, dato che non era più dipendente della Santa Sede “non avevo più cittadinanza vaticana, e mi venne tolto tutto. Da allora, sono tre anni che non ho stipendio, non ricevo la pensione e non ho neanche l’assistenza sanitaria. Ma non ho chiesto nulla a nessuno”. Gli venne anche chiesto di lasciare l’appartamento a Casa Santa Marta e di rinunciare alla targa SCV per l’auto, “ma questo non andò a buon fine”. E Perlasca ha ipotizzato che in queste azioni ci fosse la mano del Cardinal Becciu, al quale chiese aiuto anche nel 2021, con una lettera, senza esito.

L’Avvocato Viglione ha letto in Aula il messaggio WhatsApp che Mons. Perlasca ha inviato al Cardinal Becciu il 3 luglio 2021, nel quale faceva intendere di essere pronto a farla finita: “Gettandomi dalla mia camera morirei sulla cappella. Le ho voluto sempre bene. Sarebbe l’unico modo per uscirne per dire a tutti che sono innocente…”. Il cardinale si spaventò e mandò un medico del FAS a controllare all’appartamento del monsignore a Santa Marta. “Era solo una provocazione. Non ha capito l’ironia del mio messaggio – ha commentato Mons. Perlasca – forse perché sapeva dell’esasperazione alla quale mi aveva portato, goccia dopo goccia”.

Quindi gli è stato chiesto del memoriale consegnato agli inquirenti il 31 agosto 2020, definito dall’Avvocato Viglione “un questionario” perché costituito da 21 domande in diciotto pagine. Alla richiesta su chi gli avesse posto quelle domande, su molti temi anche non toccati nell’interrogatorio del 29 aprile, Perlasca ha risposto prima che erano frutto di una sua riflessione personale, poi di non ricordare chi gli avesse suggerito i quesiti. Alla fine si è riservato di consultare i suoi appunti e di rispondere nell’udienza del 30 novembre. L’Avvocato Viglione gli ha chiesto anche perché nel memoriale scaricava molte responsabilità sull’ex superiore. E Mons. Perlasca si è sfogato: “Perché mi ha fatto fare quelle cose per cui lui oggi è imputato. Volevo far comprendere che non ero né complice né connivente. Sono entrato nella vicenda perché mi ha fatto fare cose che non avrei voluto fare. Ma ora la mia posizione è stata archiviata”.

L’Avvocato Viglione ha poi fatto presente al teste che nello stesso memoriale dichiara di volersi difendere “dopo tutto quello il cardinale aveva deposto contro di me”. Ma poi ha visto, ha incalzato Viglione, “che non c’era nessuna deposizione contro di lei del cardinale, agli atti, chi le ha detto che Becciu aveva parlato contro di lei?” Anche il Presidente Pignatone ha sottolineato che al 31 agosto 2020 non risultava nessun interrogatorio del cardinale. Dopo la pausa concessa, perché potesse fare mente locale, Mons. Perlasca ha ricordato che il Cardinal Becciu stesso gli aveva confidato che il Promotore di Giustizia Milano era stato a casa sua “a fare domande e a prendere informazioni”.

Infine sui bonifici richiesti dal cardinale per la liberazione di Suor Gloria rapita in Mali, il teste ha dichiarato che il Cardinal Becciu gli chiese di fare due bonifici quando era ancora Sostituto della Segreteria di Stato e uno quando non lo era più, chiedendo al successore, l’Arcivescovo Edgar Peña Parra, di firmare l’autorizzazione.

Ad interrogare poi Mons. Perlasca è stato l’Avvocato Massimo Bassi, il difensore di Fabrizio Tirabassi. Molte delle domande si sono concentrate sulla riunione a Londra del 20-23 novembre 2018, con il teste che ha confermato quanto già risposto nell’Udienza di ieri al Promotore di Giustizia. “Doveva essere solo una riunione preparatoria all’acquisto del palazzo”, anche se al collaboratore Tirabassi, ha ricordato il legale “lei ha detto che si sarebbe arrivati ad una soluzione”. “Non eravamo pronti per chiudere, nemmeno psicologicamente – ha insistito Perlasca – Poi è stata una cosa veloce come una frana che viene giù tutta in un colpo. Dovevano fare le cose con più calma”. Ha confermato di aver chiesto un parere su due contratti da firmare ad un avvocato amico, Bernasconi, che al telefono “mi ha detto che ci voleva tempo e fatica per valutare l’accordo”. “Ma perché alla fine ha firmato?” Hanno incalzato sia l’Avvocato Bassi che il Presidente Pignatone. “Perché i tecnici mi hanno assicurato che andava tutto bene: Tirabassi e Crasso. Io glielo detto 50 volte, ho firmato perché se poi andava bene facevo perdere dei soldi alla Santa Sede. Alla fine mi sono fidato”.

“Eravate convinti, lei, Tirabassi e Crasso, che Torzi volesse veramente aiutarvi?”, ha chiesto ancora l’Avvocato Bassi. “Sì, Perché Giovannini e Intendente, collaboratori di Torzi a livello legale – ha risposto Mons. Perlasca – erano stati introdotti dal Dottor Milanese che aveva relazioni strette con il Papa, siamo stati psicologicamente deviati da questa presentazione”.

Dopo alcune domande dell’Avvocato Luigi Panella, difensore di Enrico Crasso, il Presidente Pignatone ha comunicato il processo riprende il 30 novembre, con le audizioni dei testimoni Giovannini, Di Iorio e ancora Perlasca.

Comunicato stampa nell’interesse di Sua Eminenza il Cardinale Giovanni Angelo Becciu, 25 novembre 2022

Dopo due anni di attesa, abbiamo potuto finalmente sottoporre a verifica, davanti al Tribunale, le dichiarazioni di Mons. Perlasca.
Abbiamo ottenuto la conferma che nulla di quanto dichiarato finora dal Monsignore, fra ampie reticenze e numerose amnesie, riscontra le ipotesi d’accusa.
È emerso, peraltro, che egli accusò il Cardinale solo dopo aver saputo, da persone la cui identità ha sorprendentemente affermato oggi di non ricordare, che Sua Eminenza aveva reso dichiarazioni agli inquirenti contro di lui. Fatto, questo, palesemente falso: il Cardinale non aveva mai deposto contro Perlasca.
È altresì emerso che il memoriale d’accusa fornito agli inquirenti da Mons. Perlasca si basò, in realtà, anche su temi che gli furono indicati da altre persone. Nonostante una sospensione d’udienza accordata dal Tribunale per consentire lo sforzo di memoria, Mons. Perlasca non è riuscito a fornire l’identità richiesta.
Egli dovrà quindi tornare in aula a rendere chiarimenti e completare le proprie dichiarazioni il 30 novembre.
Attraverso alcuni messaggi del testimone è stato, infine, possibile ulteriormente chiarire l’esistenza di un’autorizzazione del Santo Padre al completamento dell’operazione umanitaria anche dopo la dismissione dell’incarico di Sostituto da parte del Cardinale Becciu, così confermando la piena regolarità del comportamento di Sua Eminenza.
Avvocati Fabio Viglione, Maria Concetta Marzo

La conversazione telefonica del Cardinal Becciu con Papa Francesco del 24 luglio 2021

Ritorniamo sulla questione della conversazione telefonica del Cardinal Becciu con Papa Francesco del 24 luglio 2021, di cui abbiamo riferito già ieri [QUI], con un appunto del Faro di Roma, una postilla del Sismografo, un take dell’Adnkronos e la trascrizione integrale della telefonata.

L’appunto del Faro di Roma

«Continuiamo a non capire quale delitto avrebbe commesso il card. Becciu. Dalla telefonata registrata non emerge nessun illecito», scrive il Faro di Roma: «Noi di Faro di Roma continuiamo a non capire quale delitto avrebbe commesso il Card. Becciu. Dalla telefonata registrata non emerge nessun illecito come si può constatare dalla trascrizione pubblicata dalla Adnkronos. Sul fatto che la conversazione sia stata registrata e divulgata difficile dare un giudizio, ma certo l’Ufficio del Promotore di Giustizia non sembra voler risparmiare nessun colpo in questa insensata lotta contro Becciu. E di conseguenza anche ai difensori va bene tutto».

La Postilla della giornata: la telefonata di Becciu al Papa rivelata dall’agenzia Adnkronos. Forse il contenuto della conversazione è dirimente
Sono fondamentali i temi della conversazione: le questioni che pone Becciu e le risposte di Papa Bergoglio

(L.B., R.C. – a cura Redazione “Il sismografo”, 24 novembre 2022) Certamente la telefonata del 21 luglio 2021 tra il Papa e il cardinale Becciu, defenestrato il 24 settembre 2020, e poi rinviato a processo con accuse gravi, è un vero evento in questa lunga e delicata vicenda. Occorre chiarire fino in fondo come e perché questa conversazione è stata registrata, come e perché è finita tra le carte del processo in corso e accertare con chiarezza se è stata un’azione illegale oppure rientra nell’elenco delle registrazioni autorizzate. Questa questione è dirimente.

È anche altrettanto dirimente il contenuto della conversazione, e cioè le cose su cui parla il Cardinale Becciu e le reazioni e risposte del Pontefice. Sono molto importanti i temi che si affrontano tra i due. E se questa registrazione sarà accolta come materiale probatorio si configura una vera svolta. Sono decisive le cose che chiede il cardinale così come lo sono le risposte del Papa. Sono questioni chiave: l’autorizzazione che il Papa avrebbe dato in due circostanze, oggi sotto indagine nel processo, e poi il segreto pontificio, fondamentale per la difesa dell’imputato.

Per ora una parte della stampa ignora queste questioni eppure sono il nocciolo della vicenda.

Vaticano, procura Sassari: “In telefonata Becciu si voleva spingere Papa a dire cose utili per processo”
È quanto si legge in un appunto inviato all’ufficio del Promotore di Giustizia del Vaticano e visionato dall’Adnkronos
Adnkronos, 25 novembre 2022


Una telefonata “fatta dal Cardinale Becciu a Sua Santità Papa Francesco”, in cui “si intendeva spingere il Papa ad affermare circostanze di una qualche utilità” per il processo che stava per iniziare. E risulta “anche piuttosto evidente che la registrazione sia avvenuta all’insaputa del Papa, che essa sia stata fatta dal Becciu in collaborazione con Maria Luisa Zambrano e che fosse presente anche una terza persona di sesso maschile che ai predetti dava del lei”. È quanto si legge in un appunto inviato il 26 ottobre scorso dalla procura della Repubblica presso il Tribunale di Sassari all’ufficio del Promotore di Giustizia del Vaticano, e visionato dall’Adnkronos, ora agli atti nell’ambito del processo che vede coinvolto il Cardinale Giovanni Angelo Becciu. (…)

La terza annotazione, si legge sempre nella nota visionata dall’Adnkronos – “è di particolare delicatezza. Si tratta di materiale rinvenuto da alcuni supporti digitali sequestrati nel corso della prima perquisizione (in particolare a Maria Luisa Zambrano, figlia di Giovanna Pani, entrambe persone di fatto di famiglia con tutti i Becciu). Come descritto nell’annotazione, vi è in atti una registrazione di una telefonata fatta dal Cardinale Becciu a Sua Santità Papa Francesco. Dal tenore della registrazione si apprende che si intendeva spingere il Papa ad affermare circostanze di una qualche utilità per il vostro processo che stava per iniziare. Risulta anche piuttosto evidente che la registrazione sia avvenuta all’insaputa del Papa, che essa sia stata fatta dal Becciu in collaborazione con Maria Luisa Zambrano e che fosse presente anche una terza persona di sesso maschile che ai predetti dava del lei (quest’ultimo aspetto e ogni altra considerazione, naturalmente, sono ancora in fase di valutazione)”.

“Da alcune circostanze emerse parrebbe che la registrazione sia avvenuta da un luogo sottoposto alla giurisdizione della Città del Vaticano, per cui ogni eventuale considerazione sulla qualificazione giuridica della condotta sarà attribuita a codesto Ufficio. Sottolineo comunque il fatto che il giorno dopo è avvenuto un incontro della Zambrano con il Cardinale e con il fratello Mario Becciu, nel corso del quale alla Zambrano è stato chiesto di portare la registrazione. Non sappiamo ovviamente se di questa registrazione è stato fatto alcun uso”.

Trascrizione della telefonata tra Papa Francesco e il Card. Giovanni Angelo Becciu il 24 luglio 2021

Cinque minuti e trentasette secondi di conversazione. Tanto dura la telefonata del 24 luglio 2021 con Papa Francesco che il Cardinale Angelo Becciu avrebbe registrato all’insaputa del Pontefice.

La trascrizione integrale della registrazione della telefonata – avvenuta solo dieci giorni dopo le dimissioni di Bergoglio dall’ospedale dove aveva subito una complessa operazione – è contenuta in un’informativa della Guardia di Finanza di Oristano, che l’Adnkronos ha potuto visionare.

La registrazione – un file generato alle 14.25.55 del 24/07/2021 da un dispositivo geolocalizzato in piazza del Sant’Uffizio – è stata rintracciata dalla Gdf, nell’ambito di un’inchiesta della procura di Sassari sulla Caritas di Ozieri, su due telefoni e un tablet appartenenti a una degli indagati, Maria Luisa Zambrano, amica di famiglia dei Becciu.

Ecco la trascrizione integrale della registrazione.

Cardinale Becciu: Oh, sei pronta?
Zambrano: Pronta
(minuto 00.05) si sente un rumore verosimilmente corrispondente all’attivazione dell’apparato telefonico del chiamante.
Cardinale Becciu: Si pronto, Santo Padre.
Papa: Come sta?
Cardinale Becciu: Ehh cosi cosi, Lei come sta? Si sta riprendendo?
Papa: Ehh riprendendomi da poco eh.
Cardinale Becciu: Eh lo immagino, il cammino sarà lungo, un pochino, della ripresa eh.
Papa: Si si
(minuto 00:26) si sente una voce maschile in sottofondo, che sembra affermare “Mi faccia sentire”. Non è chiaro a quale dei due interlocutori sia vicino il quarto partecipante.
Cardinale Becciu: Si, senta Santo Padre io Le sto telefonando come ehh con grande sofferenza …ehhh, cioè io per me quasi non dovrei andare più a processo perché mi spiace ma la lettera che mi ha inviato è una condanna… è una condanna ehh perché …io Le volevo solo chiedere se alcuni dati, cioè la cosa è questa, che io non posso chiamarLa in Tribunale come testimone, non mi permetterei mai, però ci deve essere una Sua dichiarazione ehh… i due punti sono questi cioè, mi ha dato o no l’autorizzazione ad avviare le operazioni per liberare la suora?
Eh, io mi pare glielo chiesi guardi dovrei andare a Londra eeeh eeeh emmm …contattare questa agenzia che si darebbe da fare, poi le dissi ..ehhh che le spese che ci volevano erano 350 mila euro per le spese di questa agenzia, questi che si dovevano muovere e poi per il riscatto avevamo fissato 500 mila, dicevamo non di più perché mi sembrava immorale dare più soldi alla… aaa… che andavano nelle tasche dei terroristi ….ecco io mi pare che l’avevo informato su tutto questo… si ricorda?
Papa: Quello si mi ricordo ehh vagamente ma ricordo si ce l’avevo si.
Cardinale Becciu: Eh…
Papa: Ma per essere preciso ….eh ho voluto…. eh… chiedere bene bene come erano le cose… eh ho scritto quello no?
Cardinale Becciu: Si, però mi ha scritto le accuse cioè …eh la teoria degli accusatori dei magistrati, cioè loro mi accusano che ho imbrogliato Lei, che non era vero che io ero stato da Lei autorizzato a fare queste opere, e quindi Lei condivide le accuse di ques…dei magistrati ed io come posso difendermi li se Lei già mi accusa così …eh …mi hanno scritto cioè la lettera e proprio giuridica in cui sono le stesse frasi, stesse idee che mi trovo nell’atto di giudizio che mi porta in processo e quindi Lei condivide quelle quelle accuse eh… Lei mi ha sempre detto che è al di sopra non vuole interferire…
Papa: lo sono al di sopra, facciamo una cosa…
Cardinale Becciu: Si…
Papa: Su questo perché non mi da uno scritto perché io devo consultare prima di scrivere, no? Mi invia uno scritto, si narra tutto questo e facendo un’altra relazione, eh?
Cardinale Becciu: Si perché io gliele avevo mandate quella dichiarazioni, forse non sono piaciute non lo so; perché a me basterebbe che mi annullasse questa lettera, poi se mi vuol dare delle dichiarazioni, bene … cioè dire “ecco, ho autorizzato il Monsignore Becciu quando era Sostituto a fare queste operazioni” a me basterebbe quello…
Papa: Mi scriva tutto questo mi fa il favore perché.
Cardinale Becciu: Eh…
Papa: lo non conosco tutte queste procedure.
Cardinale Becciu: Infatti infatti li hanno preso la mano perché si vede che non è scritto da Lei tutto giuridico.
Papa: No no questo è vero.
Cardinale Becciu: E vero è tutto è tutto diritto, ci conosciamo Santo Padre eh…
Papa: Si si.
Cardinale Becciu: Mancava il padre che mi scrive, li è tutto è tutto diritto, come anche sul segreto di Stato basta che Lei dica “lo osserviamo? No, non lo osserviamo” va bene, siamo liberi di parlare… “Lo osserviamo? Si” ma questa è una decisione Sua Santo Padre, io non La obbligo se non lo osserviamo il segreto di Stato…eeeeeh siamo liberi di dire tutto quello che dobbiamo dire, ecco poi…
Papa: Ho capito.
Cardinale Becciu: Ehh quindi..
Papa: Si, mi invii un po’ queste spiegazioni bene e cosa Lei vorrebbe che io scrissi scrivessi.
Cardinale Becciu: Va bene allora io gliele mando, eh?
Papa: E io vedo domani lo vedrò, eh?
Cardinale Becciu: Sì sì sì e certo però se lo fa redigere da chi è dalla parte contraria…chiaro che mi… che…
Papa: No capisco capisco, no cercherò un altro consiglio, eh?
Cardinale Becciu: Va bene va bene Le sono grato Le sono grato davvero Santo Padre.
Papa: Grazie.
Cardinale Becciu: Prego prego prego.
Papa: Grazie preghi per me eh? Grazie.
Cardinale Becciu: Sì sì reciprocamente.
Papa: Grazie.
Cardinale Becciu: Grazie

Silvia Mancinelli per Adnkronos

Postscriptum
Quanno ce vo’ ce vo’


Me lo disse sempre in particolare circostanze, il mio compianto Direttore, Dott. Joaquín Navarro Valls, notoriamente un gentleman, persona signorile: quanno ce vo’ ce vo’.

Dopo le Udienze di ieri e di oggi, la difesa del Cardinal Becciu non ha usato i termini, ma lo faccio io: “fregnacce” e “ignorante”. E lo faccio senza timore di essere contraddetto e senza pericolo di perdere la mia nota signorilità, perché il termine “fregnaccia” non è volgare, non è una parolaccia. Come “ignorante” non è un’offesa, ma indica correttamente una persona che “ignora”.

A questi due termini aggiungo “balabiott”, che invece è un insulto (ma milanese, e quindi non vale), come vedremo alla fine di questo postscriptum. Ma, come detto, quanno ce vo’ ce vo’.

Il sostantivo femminile “fregnaccia”: cosa stupida o non vera, sciocchezza, frottola, fandonia, balla, stupidaggine, celia, cazzata (volgare), puttanata (volgare), stronzata (volgare); cosa, oggetto di poco conto, di scarso valore o importanza; motivo di perdita di tempo, seccatura.

“Uno diceva questo, uno diceva quello, tutte le solite fregnacce” (Pier Paolo Pasolini).

L’espressione romanesca “fregnaccia” è popolare e non volgare, come invece indicano i dizionari il suo limite d’uso, perché non è il dispregiativo di “fregna” (organo sessuale femminile, da cui invece derivano le espressioni volgari “fregne” per indicare un’ arrabbiatura o una reazione nervosa e “fregna moscia” per indicare donna insipida, inutile).

Fregnaccia è il nome di una vivanda della Roma poverissima: si fa una pastella con acqua, farina e sale; se ne prende una cucchiaiata che si mette a cuocere in padella, con olio bollentissimo, rigirando di quando in quando. Si ottiene così una frittella che viene cosparsa di zucchero oppure pecorino; poi, la frittella si piega congiungendo un punto del cerchio al centro, e poi piegando di nuovo. Le fregnacce, consumate fredde, sono una prelibatezza inenarrabile ma, vista la pochezza degli ingredienti e la facilità della preparazione, sono, appunto, fregnacce.

Invece, la fregnaccia umbro è un dolce povero, non molto zuccherato senza lattosio e senza uova quindi adatto anche a chi ha problemi di intolleranze (una ricetta umbra “arricchita”: 200 g di farina di mais, 100 g di farina 00, 50 g di zucchero di canna, 50 g di noci sgusciate, 50 g di pinoli, 50 g di uva passa, 4 mele renette, 6 cucchiai di olio extravergine d’oliva, sale). Famosa la “sagra della fregnaccia” che si svolgeva nel paese di Borroni, che ha riportato in vita questo antico dolce tradizionale folignate (nella foto la fregnaccia de Borroni).

Poi, le fregnacce sono un piatto tipico della Tuscia che viene preparato in occasione del Carnevale viterbese. Questo piatto semplice da preparare è attualmente cucinato e consumato in molte cantine degli anziani ed è talmente apprezzato che c’è anche un detto popolare: “Le fregnaccie so’ bone calle o chiacce”. Questo però è il nome con cui viene chiamato questo prodotto tipico solo a Viterbo e ad Acquapndente. In altri paesi come Caprarola e Faleria sono chiamate “Pizzacce”, a Orte, Carbognano e Civitacastellana “Frittelloni”, a Vignanello “Bertolacce” e così via.

Inoltre, le fregnacce sono un tipico primo piatto della Sabina in provincia di Rieti. Le fregnacce alla sabinese o alla reatina richiedono poco tempo di preparazione e rappresentano un primo gustosissimo. Anche nel caso delle fregnacce abruzzesi si tratta di pasta fresca.

Contare le parolacce
di Vito Tartamella
da Parolacce.org

«Ma come hai fatto a contare le parolacce della lingua italiana?». La domanda mi è stata rivolta più volte e ha una risposta tutt’altro che scontata. In effetti, è stato uno dei problemi più spinosi che ho dovuto risolvere quando scrivevo il mio libro, perché nessuno aveva mai affrontato la questione in precedenza. Qui vi racconto come l’ho risolta.

L’inizio era stato disarmante. Il vocabolario della lingua italiana contiene circa 134mila parole: impossibile passarle in rassegna tutte per estrapolare le parolacce una ad una. Allora ho usato un metodo empirico. Ho preso il Dizionario Zingarelli e ho notato che le parolacce più comuni (cazzo, merda, culo, etc) avevano tutte un elemento comune: erano contrassegnate dalla dizione (volg.), cioè volgare, nei loro limiti d’uso. Queste parole, insomma, sono “assolutamente prive di finezza, distinzione, signorilità e garbo”, come recita lo Zingarelli.

Allora, usando il cd-rom dello Zingarelli, ho fatto una ricerca mirata selezionando solo le parole con limite d’uso “volgare”. Il risultato, però, è stato deludente: venivano alla luce 163 parolacce, ma restavano escluse altre 25 (come fregnaccia, passera, cornuto e uccello) classificate, quanto a limiti d’uso, come “popolari”, altre 11 classificate come gergali (infame, tossico o magnaccia) e 85 spregiativi (bagascia, bastardo, checca). E via di questo passo.

Così ho fatto ulteriori ricerche col cd-rom, usando come parole chiave gli altri limiti d’uso. Alla fine, è emerso l’agognato elenco di parolacce, poco più di 300 (che nel libro [Parolacce. Perché le diciamo. Cosa significano. Quale effetto hanno. Il turpiloquio nella lingua, nella storia, nell’arte, nella società” (Streetlib 2016)] ho poi suddiviso per grandi categorie e temi, scoprendo altre cose interessanti.). Tutto questo avveniva nell’anno 2006: preciso questa data perché c’è sempre qualche bauscia (in dialetto milanese: “bavoso”, perché nel vantarsi parla troppo) che si fa bello con il lavoro degli altri.

I risultati della ricerca hanno aperto così un’affascinante e altrettanto impegnativa questione teorica: che cosa accomuna tutte le parole volgari, popolari, gergali e spregiative? Ovvero: come si definisce una parolaccia?

Lo Zingarelli la definisce come “parola sconcia, volgare, offensiva”. Ma più che una definizione è una descrizione che non coglie l’essenza della parolaccia. Perché le parolacce sono considerate parole offensive? Perché “feci” è una parola accettabile e “merda” no, pur indicando entrambe lo stesso oggetto? Difficile rispondere. La parolaccia è come il tempo: “Se nessuno mi chiede cos’è il tempo, lo so; se debbo spiegarlo a chi lo chiede, non lo so più” (Sant’Agostino, “Le confessioni”).

Ho dovuto macinare un bel po’ di studi sull’argomento, per arrivare alla seguente definizione, ripresa correttamente (citando cioè la fonte) da Wikipedia: la parolaccia è una parola vietata (cioè sottoposta a limitazioni d’uso: non la si può dire in ogni momento e in ogni circostanza) perché parla in modo diretto, offensivo o abbassante delle pulsioni principali dell’uomo: il sesso, il metabolismo, la religione, l’aggressività sociale.

Ecco perché le parolacce sono difficili da definire: perché esprimono l’insieme dei valori e delle paure di un gruppo in un determinato momento storico. Valori e paure di cui non sempre siamo del tutto consapevoli: le diamo per scontate perché fanno parte del nostro vivere quotidiano. Questa definizione, poi, spiega anche perché le parolacce sono state catalogate dallo Zingarelli con criteri diversi: non solo perché mancava una definizione unica, ma anche perché essendo le parolacce usate per colorare emotivamente il linguaggio hanno, proprio come i colori, anche i mezzi toni, le gradazioni di intensità: non ci sono solo le parolacce a tinte forti, ma anche quelle a bassa e media offensività, come ha mostrato la ricerca sul volgarometro.

Qualcuno potrebbe obiettare che in realtà le parolacce sono molto più di 300: vero. Sia perché ne nascono continuamente di nuove (dal gergo giovanile, per esempio), sia perché qualsiasi parola può diventare una parolaccia, se la si carica di un senso spregiativo. In Lombardia, per esempio, c’è un insulto che significa “danzatore nudo”: balabiott. Perché è offensivo? Perché, come racconteremo, rievoca l’usanza dei nobili di lombardi dell’Ottocento di ballare nudi e inebetiti all’aperto, dopo aver partecipato a festini alcolici. Vi ricorda qualcosa o qualcuno?

Con la forza dell’umbonato affrontiamo il “balabiòtt”, una delle parole bandiera della geosemasiologia dei dialetti lombardi
Nota Facebook del 27 gennaio 2019
Fonti: Unaparolaalgiorno.it; Wikipedia; Christoph Müller, Capelloni, “balabiòtt” e neorurali, F.R. Chiesso, Faido, 1997; Davide Rota, Curs de lumbard per balùba, balabiòtt e cinés cumpres, Mondadori, Milano, 2010; Giuseppe D’Ambrosio Angelillo, La vecchia Milano, Acquaviva, Milano, 2010; Monteverita.org, sito ufficiale del Monte Verità.


Oltre il muro
“De là del mur
cantàven…”
(Delio Tessa).


Ieri seri mi era stato suggerito per la parola del giorno di oggi il lemma “balabiòtt”… e di pensarci a mente fresca, visto che – come mi era stato pure detto – che avrei avuto bisogno della mente pienamente efficiente, ricca di energie dopo il riposo… E questo, a ragion veduto, era un saggio consiglio. Visto che, dopo aver fatto la fatica con “balabiòtt” che è (insieme a “barlafus” [*]) una delle due “parole bandiera” della geosemasiologia (semantologia geografica) dei dialetti lombardi, mi sono sentito stanco. E meno male che è domenica, che mi riposo.

Comunque, sono stato tentato a proporre anche una seconda parola del giorno per oggi e dopo averci riflettuto un po’, lo credo proprio necessario, questo “umbonato”, in vista di quanto seguirà.

Il termine “umbonato” ha il significato di “provvisto di umbone”, dal latino “umbo” (umbone, parte prominente, gomito). Bene, è una spiegazione pulita, ma che diavolo è questo umbone che caratterizzerebbe l’umbonato? Ebbene, ancora una volta siamo davanti a una parola poco nota che descrive elementi del reale e del tutto consueti. Li conosciamo benissimo, ma senza “umbone” ci manca il nome per chiamarli.

Gli scudi antichi potevano avere al centro una placca metallica, una borchia tondeggiante, che con la sua sporgenza si prestava a deflettere i colpi dal punto delicato dietro cui stava la mano del soldato, e a servire d’offesa. Questa sporgenza ha proprio il nome di umbone e lo scudo umbonato è quello che mostra al centro un umbone (per quanto in latino “umbo” sia presto passato a indicare lo scudo intero).

Questa immagine è servita, in italiano, di suggestione per indicare altro, specie in ambito botanico e zoologico. In micologia (la scienza che studia i funghi) si parla di cappelli umbonati. Il cappello di un fungo non ha sempre forme semplici: può avere una convessità regolare compresa fra lo sferico e il piatto, può aver forma di cono, di campana, ma certe specie hanno una convessità irregolare, rotta al centro da una puntina rilevata – e questi sono gli umbonati. Sono umbonate anche le squame delle pigne di certe conifere, che non si mostrano piatte, ma giusto con un piccolo rilievo, un bottoncino, un occhietto: un umbone. Oppure in malacologia (la scienza che studia i molluschi) sono umbonate le conchiglie dei bivalvi: la stratificazione della conchiglia, come si può osservare facilmente nella sua colorazione e nei suoi rilievi, inizia da una punta, che, anche questa, è l’umbone. Infine, c’è la torta umbonata di meringhe, di con che gusto si affonda il cucchiaio nel gelato appena aperto e ancora umbonato, della fronte umbonata da un brufolone.

Per quanto poco nota, per quanto non sia una parola a buon mercato, l’umbonato tende una connessione fra forme naturali e artificiali descrivendo un tipo di forma. Questo è il potere del concetto astratto nella parola: riunire una strana squadra di scudi, mammelle, funghi, conchiglie, pasticcini, scaglie di pigna, sussunti insieme e coerentemente in un tipo con un’evidenza solare. Che intelligenza stupefacente. E con ciò possiamo affrontare la parola del giorno principale per oggi, come degli umbonati. Appunto.

Tratteremo del termine “balabiòtt” come lemma (proposizione preposta alla dimostrazione di un teorema o di una tesi) appartiene alla categoria linguistica degli insulti e dispregiativi (anche se gli insulti milanesi sono più epiteti, metafore, giochi di parole, che dispregiativi.

Voglio innanzitutto menzionare il CD “Ballada del Balabiott” di Francesco Magni, dopo il fortunato Scigula, prodotto da Brianze e dal cantautore brianzolo nel 2008, musica rara e raffinatissima; di quella raffinatezza popolare priva di snobismo, che parte dal basso per elevarsi nell’arte [**].

Il termine “balabiòtt” è mutuato dalla lingua lombarda, traducibile in “danza nudo”, per definire un guitto oppure una persona facile a mostrare entusiasmo e sicurezza, ma di scarsa capacità realizzativa e dubbia integrità morale. Anticamente, nel glossario contadino lombardo, venivano definiti “balabiòtt” il bubo e anche la tortrice (animali apparentemente innocui che possono rivelarsi particolarmente dannosi) (Giuseppe Banfi, Vocabolario Milanese – Italiano, Ubicini, Milano, 1857).

L’accezione attualmente utilizzata di “balabiòtt” nacque nel 1796, durante le fasi costituenti della Repubblica Cispadana, dopo la conquista dei territori italiani fatta dall’esercito rivoluzionario francese, guidato da Napoleone Bonaparte. In quei mesi di grandi rivolgimenti sociali, come in tutte le città europee liberate dalle istituzioni assolutiste dell’Ancien Régime (sostituite dalla spietata dittatura rivoluzionaria francese), anche a Milano venne piantato l’albero della libertà, una sorta di palo addobbato con ghirlande e nastri, sormontato da un rosso cappello frigio, simbolo della Rivoluzione francese. Sotto questi “alberi” la gente era “invitata” dai sanculotti [***] a ballare al suono di musiche patriottiche. Si trattava di balli privi di formalità tradizionali, ai quali partecipava soprattutto la fascia di popolazione più umile e indigente, spesso composta da scamiciati e straccioni seminudi. Da cui l’appellativo “balabiòtt”.

Altre fonti, più credibilmente, attribuiscono una valenza politica a “balabiòtt”, ritenendo sia la versione lombarda proprio di sanculotto, italianizzazione del termine francese sans-culottes [***]. In effetti, i balli intorno all’albero della libertà, iniziavano con la celebre danza della Carmagnola, per eseguire la quale venivano spesso scritturati attori di strada, a scopo dimostrativo e di richiamo, vestiti da sanculotti.

All’inizio del XX secolo il termine “balabiòtt” fu anche utilizzato dai contadini ticinesi per designare la comunità eterogenea di utopisti/vegetariani/naturisti/teosofi insediatasi sulle pendici del monte Monescia. Tale comunità si ispirava alle teorie di Bakunin e Mühsam (famosi anarchici); Oedenkoven, Ida Hofman e Gräser (socialisti utopici); Franz Hartmann e Pioda (teosofi ed umanisti vegetariani), von Laban (teorico della “riforma della vita”). La comunità degli utopisti del Monte Verità (così venne rinominato il monte), era finanziata soprattutto dalla nobiltà nordeuropea, affascinata dalle teorie che miravano all’elevazione spirituale e fisica dell’uomo, anche attraverso l’espressione artistica dei corpi e la rivoluzione sessuale. Gli abitanti locali, in effetti, osservavano con perplessità, gli atteggiamenti anticonformisti dei membri della comunità del monte e, a causa delle loro stramberie, li avevano sbrigativamente catalogati come stolti.

Balabiòtt
di Giuliano
Deladelmur.blogspot.com, 29 gennaio 2012


Gli insulti milanesi, quelli di una volta, non erano quasi mai veri insulti ma piuttosto epiteti, metafore, giochi di parole; anche e soprattutto perché il carattere dei milanesi, quelli veri, era molto aperto e accogliente, ben diverso da quello che si vuol far credere oggi. Le cose cambiavano più a nord, verso Varese, verso Como, dove c’era gente più chiusa, anche per motivi puramente geografici. A Milano, in un posto situato proprio in mezzo alle principali vie di comunicazione, non si guardava più di tanto alla provenienza e al colore della pelle, all’accento “strano” ci si faceva l’abitudine, l’importante era la persona in sè e come si comportava; e su queste basi si è costruita la fortuna della città. Va da sè che poi le cose cambiano, che conta molto come si dice una parola piuttosto che la parola in sè: una volta ho visto una donna arrabbiarsi moltissimo con un collega che l’aveva definita “Miss Italia”. La donna era molto bella e sempre elegante, ma non era più giovane; e quella frase, «va là, Miss Italia», detta in quel modo era davvero pesante, e aveva colto un nervo scoperto. Magari, in un’altra occasione, la signora ci avrebbe riso sopra; ma non in quel momento, non in quel modo, e soprattutto non da quella precisa persona.

Tornando a noi e al discorso sul dialetto, un epiteto che era molto comune e che oggi non si ascolta quasi più è “balabiòtt”. Quando da giovane si cominciava a scherzare con i più vecchi, sul lavoro, era facile sentirsi rispondere così: «Va là, balabiòtt». Non è propriamente un insulto: “ballabiotto” si può infatti definire un abitante di Ballabio, che è un paese vicino a Lecco; e Ballabio è anche un cognome piuttosto comune, nel lecchese e in Brianza. Magari gli abitanti di Ballabio tra di loro si chiamano ballabiesi, o ballabini, non lo so di preciso; sta di fatto che “ballabiotto” in dialetto milanese (e un po’ in tutta la Lombardia) si può scomporre in due parole, “balla” e “biotto”. Dato che “biotto” significa nudo, ecco dunque evocata la figura del danzatore nudo: uno che balla nudo è un matto, quindi se ti dicono “balabiòtt” ti stanno dando, con maggiore o minore delicatezza, del matto. Fino alla riforma Basaglia, negli anni ’60 (e purtroppo molto spesso ancora oggi, come si vede nelle cronache) i matti nel manicomio venivano spesso lasciati nudi; e comunque non c’era l’abitudine di andare in giro svestiti, nemmeno d’estate. Anche le minigonne e i pantaloncini corti, come si sa, cominciano a vedersi e ad essere cosa normale solo a partire dagli anni ’60.

La figura del danzatore nudo, del “balabiòtt”, mi ha fatto venire alla mente un altro insulto quasi scomparso: “pelabròkk” (scritto come lo avrebbe scritto Gadda). E’ un insulto scomparso, e difficilmente traducibile con precisione, per mancanza di materia prima: non tanto i milanesi in sè (siamo sinceri: chi lo parla più, il dialetto, a Milano? c’è qualcuno che ci prova, o che fa finta, ma parlare in dialetto è un’altra cosa) quanto i rami di gelso e la bachicoltura, cioè l’industria della seta. Infatti le brocche, anche in lingua italiana, sono i rami delle piante: “O Valentino vestito di nuovo…” (una volta la si studiava a memoria a scuola, è di Giovanni Pascoli, dai “Canti di Castelvecchio”).

Pelabròkk, o “pelabrocch” (stessa pronuncia) è dunque il pelatore di rami, i rami con le foglie presi dalla pianta del gelso e “pelati” per dar da mangiare ai bachi della farfalla Bombyx mori, che produce la seta. Fino agli anni ’50 era ancora possibile trovare in Lombardia qualcuno che allevava i bachi da seta, quand’ero bambino io c’erano ancora moltissimi gelsi per le strade e nei campi, ma da decenni la seta arriva tutta dalla Cina o dall’India, non si pelano più le brocche in Lombardia ma qualcuno ancora usa quest’epiteto che sta a significare “fannullone, persona da poco”: è un lavoro che può fare anche un bambino, e che non richiede nessuna particolare abilità. Si può però aggiungere che è un lavoro che va fatto tutti i giorni, con continuità, perché i bachi da seta nella loro fase di crescita mangiano moltissimo; e quindi raccogliere e “pelare” i rami del gelso non è proprio una cosa da poco, ma il significato ormai è quello e non lo si può cambiare.

Devo queste informazioni (oltre che alla lettura di Gadda e di Delio Tessa) a Nanni Svampa, a Dario Fo, a Piero Mazzarella, a Roberto Brivio, e a tutti quegli attori e cantanti che tengono ancora vivo il dialetto milanese; in particolare la sequenza “danzatore nudo scorticatore di rami”, detta con estrema pacatezza, l’ho sempre trovata molto divertente ed è un vero peccato che non la si possa quasi più ripetere.

Anche l’insulto milanese più famoso, il celeberrimo “pirla”, non è propriamente un insulto. “Pirlare” significa ruotare, roteare sul proprio asse come fa la trottola – e anche la trottola ormai temo che sia un giocattolo quasi scomparso, ma che è stato molto comune per secoli. Si dice ancora oggi comunemente, dalle mie parti, “pirlare in giro”: andare in giro senza costrutto. Per esempio, quando ti mandano da un ufficio all’altro e si perde tempo: “mi hanno fatto pirlare in giro per tutta la mattina”. Pirlare, ruotare come una trottola: la trottola si muove, e molto, ma è un movimento che non porta da nessuna parte.

A Como, dove sono nato, fino a pochi anni fa però l’insulto più comune era un altro: non “pirla” ma piuttosto “bìgul”, cioè “bìgolo”, una parola che usano molto anche i veneti. Per i veneti, “bìgolo” è qualsiasi cosa che abbia un aspetto più o meno cilindrico, compresi gli spaghetti. Anche gli spaghetti, se li guardate bene, sono infatti “bìgoli”, dei cilindri. La base è molto piccola rispetto all’altezza, ma sono pur sempre dei cilindri.

Però se si va sulle somiglianze e sulle metafore questo post rischia di diventare un po’ troppo osceno, ed è infatti vero che il perno della trottola è anch’esso, alla fin dei conti, come dire, un autentico bìgolo – ma qui mi fermo, ho già scritto troppo e non vorrei che poi qualche motore di ricerca finisse col censurarmi.

PS: quando morì Luchino Visconti (milanesissimo) chiesero un ricordo a Walter Chiari (veronese di Milano, di origini pugliesi), che aveva recitato per Visconti in “Bellissima” del 1953, con Anna Magnani. Walter Chiari disse (esiste il filmato) che quando Visconti gli fece leggere la sceneggiatura di “Rocco e i suoi fratelli” non potè fare a meno di dire: «Ma qui c’è un immigrato del Sud, c’è il pugilato, questa è la mia storia…perché non lo fai fare a me?». E Visconti gli rispose così, con estrema gentilezza e misurando bene le parole: «Perchè tì, balabiòtt, te set tropp vècc.». Walter Chiari sorrideva nel ricordarlo: eh sì, era vero. Nel 1960 Chiari aveva già quarant’anni, troppo vecchio per quella parte, che poi andò al ventenne Alain Delon.

[*] Barlafüs è composto dalla fusione di “barla” (parla) e “fus” (fuso) usato anche in “fa zò i fus” (patire la fame). Più probabile che il suffisso “bèrla” (usato a Bergamo) dal celtico “ber” (elevazione, montagna) potrebbe indicare una persona alta o marcantonio che parla da “fuso”. Usato talvolta per indicare gli strumenti di lavoro degli artigiani, equivalente di fèr del mestér. Barlafus o barnafus significa oggetto inutile, cianfrusaglia. in dialetto milanese si dice “quel barlafus d’on omm” per definire un uomo di poco spessore.
[**] La balada del “balabiòtt” di Francesco Magni. Una storia artistica molto lunga quella di Francesco Magni, che arriva addirittura dai primi anni ’70. Una storia ricca di esperienze varie ed intriganti, con incontri che gli hanno dato l’opportunità di guardare il mondo musicale da varie sfaccettature. E questo suo nuovo lavoro, “La balada del balabiòtt”, pur ripercorrendo i passaggi del precedente “Scigula”, è un’ulteriore incursione bella e suggestiva nel mondo della canzone popolare lombarda. Suonato con grande perizia dai musicisti presenti nell’album (solo come riferimento ricordiamo i fiati di Mario Arcari, i sax di Claudio Pascoli, le chitarre e quant’altro di Franco Parravicini), La balada del “balabiòtt” è un sentito riconoscimento alle tradizioni popolari più profonde e sentite. Tradizioni che sono da considerarsi arricchenti quando non vogliono sentirsi esclusive e/o contrapposte ad altre realtà culturali, umane, sociali presenti sui territori di riferimento. Sono presenti le gesta, le memorie, i personaggi de “I promessi sposi” a sottolineare la natura fortemente connotata dal punto di vista territoriale e culturale del lavoro di Magni. Anche un brano stranoto come Dona Lumbarda riesce a dare ancora emozioni grazie alla suggestiva armonizzazione giocata con l’ocarina, che mantiene viva l’attenzione per tutta la durata del brano, con la bella voce di Magni a raccontare una storia antica eppure sempre affascinante. Così come affascinante appare Marianna del Lach, che potrebbe essere una ballata rinascimentale anglosassone, come Albion Band oppure Amazing Blondel ci hanno insegnato in anni ormai lontani. Un lavoro da ascoltare con grande attenzione, in queste sere d’autunno, con la memoria ai ricordi. Nostri o altrui… (Rosario Pantaleo).
[***] Sanculotti: adattamento del francese “sans-culottes” (senza culottes”), coloro che non portano le culottes, i tipici pantaloni sotto il ginocchio regolarmente indossati dalla nobiltà e dall’alta borghesia durante l’Ancien Régime, per indicare, durante la rivoluzione francese, i più radicali tra i partigiani della rivoluzione a partire dal 1791, soprattutto a Parigi. Il diverso abbigliamento adottato dai “patrioti” – soprattutto piccoli commercianti, impiegati, artigiani e operai – costituiva la precisa volontà di distinguersi dalle classi agiate, sottolineando i differenti obiettivi politici che li distanziavano tanto dai contro-rivoluzionari quanto dai più moderati sostenitori della Rivoluzione. Con l’adozione del calendario repubblicano, 10 giorni complementari inseriti a fine anno vennero denominati “giorni sanculottidi” fino al 1795.

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