36ª Udienza del processo 60SA in Vaticano. Prosegue l’escussione dei testimoni dell’accusa. Mincione replica a Capaldo

[Korazym.org/Blog dell’Editore, 24.11.2022 – Vik van Brantegem] – Mercoledì 23 novembre 2022 si è svolta nell’Aula del Tribunale vaticano, allestita presso la Sala polifunzionale dei Musei Vaticani, la 36ª Udienza del maxi processo sulla gestione dei fondi della Segreteria di Stato, sulla vicenda che ha portato alla compravendita del palazzo al numero 60 di Sloane Avenue a Londra e una vasta gamma di altre questioni, che potrebbe coprire diversi processi.

Nella 36ª Udienza si è svolta la prima parte dell’interrogatorio del testimone Luciano Capaldo, un ingegnere con una vasta esperienza nel campo immobiliare, presente sul mercato londinese dal 1984. Il suo interrogatorio proseguirà in una data da destinarsi.

Capaldo ha chiarito di essere stato indirettamente gestore dell’immobile al numero 60 di Sloane Avenue a Londra, in quanto a metà maggio 2019 fu nominato Direttore della società 60SA. Venne contattato nel dicembre 2018 per operare una valutazione del palazzo al numero 60 di Sloane Avenue, dopo l’uscita di scena del finanziere Raffaele Mincione. In tale circostanza incontrò Fabrizio Tirabassi e Monsignor Alberto Perlasca. Sin da subito, avendo accesso alle carte della transazione, Capaldo rimarcò ai suoi interlocutori che acquistare quell’immobile a 275 milioni di sterline “non era stato un buon affare”. Il teste ha anche fatto una comparazione con la recente vendita a Bain Capital, “con un incasso complessivo di 186 milioni di sterline”.

Capaldo ha, inoltre, chiarito che pur essendo presente un progetto di riconversione, in realtà non vi erano le condizioni per metterlo in essere. Rispetto, infine, alle 1.000 azioni di Gianluigi Torzi, Luciano Capaldo chiarì a Fabrizio Tirabassi: “Con azioni senza diritto di voto, anche se azionista di maggioranza, in assemblea non si ha alcun peso”.

Dinanzi a quanto affermato dal teste Capaldo, il finanziere Raffaele Mincione, imputato, ha reso una dichiarazione spontanea e con una buona dose di british humor, ha smontato le accuse che gli sono state rivolte: “Sono molto impressionato dalla professionalità dell’ingegnere – ha detto –. Non sono da considerare solo le migliorie, ma bisogna ricordare che è il mercato che detta il prezzo. Scopriremo che Luciano Capaldo è stato amministratore di alcune società di Gianluigi Torzi, ma non vi voglio rovinare la sorpresa”. Il valore dell’immobile di Londra (che nel frattempo la Santa Sede ha venduto) a suo parere va rapportato all’andamento del mercato che in quel momento era alto. In merito al mutuo di 150 milioni per l’acquisto del Palazzo di Londra, Mincione ha sostenuto che “è stato approvato dallo IOR, ma mai elargito”.

Nel corso del controinterrogatorio di Capaldo, sono stati presentati dalla difesa alcuni documenti, taluni anche non agli atti: contratti, memorandum di intesa non vincolanti, fatture, mail e chat sono stati proiettati su una parete dell’aula del tribunale. La questione ha sollevato le perplessità del Promotore di Giustizia, soprattutto rispetto all’eventualità che tale produzione non possa essere verificata tempestivamente. “Noi siamo in controesame – ha dichiarato l’Avv. Giandomenico Caiazzo, difensore di Raffaele Mincione -. Sono documenti nuovi per mettere alla prova il teste che riteniamo non credibile”. Il Presidente del Tribunale vaticano, Giuseppe Pignatone, ha replicato che nel dibattimento valgono soltanto i documenti depositati agli atti. “Tutti i documenti vanno presentati prima”, ha spiegato il Presidente Pignatone: “Se non si producono documenti, non si dà luogo ad un verbale intelligibile”.

Al termine dell’Udienza, il Presidente Pignatone ha dato lettura di una lunga ordinanza in cui ha respinto quasi integralmente le eccezioni di nullità sollevate da alcuni avvocati della difesa, relativa ai verbali resi in istruttoria relativi a Mons. Alberto Perlasca e la sua utilizzabilità come testimone (era stato dapprima indagato e poi la sua posizione archiviata): inutilizzabile solo in parte il suo interrogatorio del 31 agosto 2020. Nel motivare le sue decisioni nel rigettare le eccezioni di nullità di interrogatori in cui sarebbe stata necessaria la presenza di un legale, Pignatone curiosamente ha fatto riferimento, in via giurisprudenziale, all’utilizzo che fu dichiarato legittimo di certe dichiarazioni rese durante gli ‘anni di piombò da esponenti delle Brigate Rosse. Ritorna la domanda: ma cosa c’entra la giurisprudenza italiana con le procedure giudiziarie vaticane?

La vaticanista de Il Messaggero, Franca Giansoldati, ha riferito:

«Al netto delle cose che continuano a non tornare in questa storia ingarbugliata, il vero nodo da sciogliere nel maxi processo per l’immobile di lusso a Londra, è capire come mai il Vaticano nel 2018 decise di strapagare il finanziere molisano Gianluigi Torzi con 15 milioni di euro per rientrare in possesso delle 1000 azioni con diritto di voto che davano il controllo sul palazzo di Sloane Avenue, lo sfortunato investimento immobiliare finanziario con i fondi riservati della Santa Sede. Una vicenda che si sarebbe potuta concludere senza terremoti se solo lo IOR, a suo tempo, non avesse negato alla Segreteria di Stato di rifinanziare un mutuo di 150 milioni. In ogni caso con l’acquisto e la successiva vendita del palazzo la Santa Sede ha perso in tutto 89 milioni di sterline. «Nel dicembre 2018 dissi che se l’immobile era stato acquisito per 275 milioni non era stato fatto un buon affare. Anzi fu un pessimo affare, considerando che a fine giugno di quest’anno è stato rivenduto (al fondo americano Bain Capital, ndr) per 186 milioni di sterline» ha detto nell’interrogatorio l’Ing. Luciano Capaldo, consulente della Santa Sede in tutte le vicende immobiliari e considerato vicino a Torzi. Di fatto uno dei personaggi chiave di questa storia sfilacciata.

L’interrogatorio di Capaldo ha nuovamente fatto affiorare uno spaccato imbarazzante della curia, caratterizzato da rapporti di sfiducia, opachi, al punto che il Sostituto Monsignor Peña Parra fu costretto a chiedergli di fornire il numero di telefono del direttore dello IOR, Gianfranco Mammì a Gianni Oriente, un misterioso personaggio vicino ai servizi segreti, con l’obiettivo di farlo controllare. In quel periodo Peña Parra aveva fatto richiesta allo IOR di un mutuo di 150 milioni di euro per chiudere la disgraziata partita immobiliare ma il Direttore Mammì si rifiutò di erogarlo.

Nella memoria depositata dallo stesso Peña Parra si legge che se lo IOR avesse concesso il prestito (che negò senza fornire motivi) avrebbe consentito alla Santa Sede «di smantellare la struttura societaria in Jersey, costituitasi precedentemente» e che si era rivelata un autentico bagno di sangue. Un particolare che era venuto a galla anche con l’interrogatorio di Monsignor Mauro Carlino (uno dei dieci imputati) tuttavia è proprio da Capaldo che l’episodio si è arricchito di ulteriori particolari. “C’era la richiesta di avere un mutuo da parte dello IOR. Il Sostituto mi chiese di dare il numero di Mammì a Gianni Oriente. Gli inviai il numero che ricevetti da Carlino, segretario particolare del Sostituto, anche perché io non lo avevo tra i miei contatti. Io non sapevo perché serviva quel numero di telefono poi seppi che il Sostituto voleva monitorare Mammì e comprendere le ragioni per le quali si rifiutava di erogare il mutuo di 150 milioni di euro”, ha detto Capaldo. Giovanni Ferruccio Oriente era stato un ex agente e aveva fatto anche da autista a Riccardo Malpica, capo del Sisde agli inizi degli anni Novanta.

L’Ing. Capaldo ha, inoltre, spiegato che in Segreteria di Stato ha sempre collaborato senza problemi, rapportandosi con Carlino e con Tirabassi, mentre con Monsignor Alberto Perlasca, il principale accusatore del Cardinale Becciu ha avuto momenti di frizione e scontro. Il giorno che fu firmata la transazione con Torzi e fu pagato con i famosi 15 milioni di euro, Capaldo ricevette sul telefonino un messaggio di Perlasca: gli inviò la foto di una torta composta da tante banconote. “Gli ho risposto subito: a me i soldi non hanno mai fatto gola, per me è l’onestà che importa”».

A margine della 36ª Udienza si è appreso che il Tribunale civile di Sassari, con una sentenza emessa dalla giudice Marta Guadalupi il 23 novembre, ha respinto la richiesta di risarcimento nei confronti de L’Espresso e dell’editore dell’epoca, il Gruppo Gedi, da parte del Cardinal Becciu, per l’inchiesta de L’Espresso a firma di Massimiliano Coccia.

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