Da Perugia mons. Maffeis lancia l’invito ad investire nella cultura della pace

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Secondo il racconto di san Gregorio Magno nei Dialoghi, Ercolano morì martire tentando di impedire a Totila, re degli Ostrogoti, l’invasione della città di Perugia. Prima che la città fosse presa, Ercolano tentò di salvarla con uno stratagemma: gettò dalle mura un bue pieno di frumento, per far credere agli Ostrogoti che i perugini avessero cibo in abbondanza per sostenere ancora un lungo assedio.

Totila si ritirò, ma un chierico infedele gli rivelò l’inganno, per cui il condottiero tornò sui suoi passi conquistando la città e uccidendo il vescovo. Le antiche biografie lo dicono in rapporto con altri tre celebri santi dell’Umbria del tempo: il vescovo san Florido, il prete Amanzio di Città di Castello e il vescovo Fortunato di Todi.

Prima di essere decapitato, Ercolano venne scorticato vivo. Sempre secondo Gregorio Magno, 40 giorni dopo la decapitazione il corpo del Vescovo fu rinvenuto intatto, senza alcuna traccia della tortura e della decapitazione.

E domenica 13 novembre mons. Ivan Maffeis nella celebrazione eucaristica per la festa del patrono della città e dell’Università si è soffermato ad un paio di suggestioni:

“Se accettiamo che la loro memoria non si risolva in retaggio del passato, ma alimenti lo sguardo con cui interpretare il nostro tempo, avvertiamo subito che ne scaturiscono alcune indicazioni piuttosto scomode o perlomeno assai impegnative.

Da ultimo arrivato, sarebbe presuntuoso da parte mia voler mettere a fuoco le consegne che sant’Ercolano, il principale patrono della città e dell’Università, ci affida”.

La prima riflessione riguarda il significato di ‘defensor fidei’: “Sant’Ercolano viene definito defensor civitatis, perché (oltre che resistere ai Goti che assediavano Perugia, che lo tortureranno e lo decapiteranno) con questa carica pubblica seppe spendersi per il bene del popolo, in particolare per la difesa dei poveri.

Ercolano è stato davvero pastore, buon pastore, secondo l’immagine che emerge dalla prima lettura come dal Vangelo. Un pastore non fugge, non abbandona, ma anche nei giorni nuvolosi e di caligine, nei giorni della dispersione, di cui parlava il profeta, rimane riferimento autorevole”.

Tali parole (nuvolosità, caligine e dispersione) non sono retoriche per il vescovo, se rapportate alla quotidianità: “Prendono corpo nei dati presentati venerdì dalla Caritas regionale, che fotografano una situazione nella quale anche in Umbria è in atto un aumento considerevole della povertà materiale, dovuto, oltre che alla pandemia e alla guerra in Ucraina, agli aumenti, spesso speculativi, dei generi di prima necessità e al caro bollette per elettricità e gas”.

Ed ha riportato alcuni dati della Caritas diocesana sulla situazione economica: “Solo nella nostra diocesi di Perugia-Città della Pieve sono 1800 le famiglie che frequentano settimanalmente i 5 empori della solidarietà. E quante sono quelle che, per una ragione o l’altra, nemmeno riusciamo a intercettare?

Così, sono oltre 3000 famiglie che si sono rivolte alla nostra Caritas perché prive di alloggio a causa della perdita del lavoro o per il loro basso reddito. Accanto alle forme di povertà materiale, si tocca con mano la crescita della solitudine, che porta con sé bassa autostima, sfiducia, mancanza di speranza e di progettualità, disagio psichico. I tanti anziani che frequentano le due mense cittadine sono un segno emblematico di questa povertà sociale”.

Però la sensibilità e la capacità di farsi prossimo del patrono non sono state dimenticate dai cittadini: “Parlano nella disponibilità che ha mosso tante famiglie ad aprire le porte ai profughi. Parlano nei volontari, formati dalla Caritas e anima dei Centri di Ascolto che ho la grazia di incontrare sul territorio.

Parlano nel contrasto alla povertà, portato avanti dall’impegno dei servizi pubblici in sintonia con le realtà del Terzo Settore. La sfida diventa quella di dar continuità a questa convergenza per affrontare situazioni che vanno ben oltre l’emergenza e correggere le distorsioni del sistema economico e sociale, che finiscono per generare diseguaglianza e povertà”.

Tale sensibilità di apertura alla socialità ed all’accoglienza è stata alimentata anche dall’Università: “Basti ricordare che sin dalla seconda metà del Duecento, l’istituzione comunale, che nei propri Statuti aveva eletto Ercolano patrono della città, aveva lavorato affinché Perugia fosse inserita fra le città di riferimento per l’insegnamento universitario. Questo impegno del Comune coinvolse l’Università anche nella partecipazione alle manifestazioni sociali e religiose”.

L’arcivescovo ha concluso l’omelia con l’invito ad investire nella cultura come strumento di pace: “Il livello di investimento in cultura e formazione dice la volontà della comunità tutta di darsi condizioni e opportunità di sviluppo. È anche via indispensabile alla pace, a far sì che la nostra Europa non sia ulteriormente ferita dai barbari, ossia dalla violenza della guerra”.

(Foto: arcidiocesi di Perugia-Pieve)

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