A Napoli la Casamadre dell’arte contemporanea, segnale di vitalità e di riscatto

Per iniziativa di Edoardo Cicelyn – giornalista e critico già collaboratore di Lucio Amelio nonché direttore del Madre (Museo d’arte Donnaregina) – si è aperta dalla fine di giugno una nuova galleria d’arte a Napoli. Si trova al primo piano di Palazzo Partanna, a Piazza dei Martiri, nel grande appartamento che era stato la sede della celebre Modern Art Agency poi Galleria Lucio Amelio. In quella galleria – vero polmone culturale della Napoli di un oltre un decennio fa – hanno esposto le loro opere, fra gli altri, Kounellis, Paladino, Longobardi, Haring, Warhol, Beuys dal 1969 al 1994, anno della prematura morte del gallerista napoletano. Adesso, in un affollato Opening, Cicelyn e Casamadre hanno proposto una mostra collettiva di Mimmo PaladinoJannis KounellisAnish Kapoor, Domenico BianchiFrancesco ClementeAntony GormleyBarry Le Va, Michelangelo Pistoletto e Luciano Fabro. Una mostra che è sembrata riprendere sia le fila del discorso di Amelio che di quello del Madre (cioè dell’arte dei grandi nomi esposta nelle piazze napoletane e alle fermate del Metrò). Si tratta di un discorso mai interrotto, rimasto però sospeso e che si è sempre svolto in un contrasto virulento, ma propositivo, fra correnti e artisti di livello internazionale e la schizofrenica identità culturale di Napoli. Non merita conto qui, di evocare – caso poco lieto in Italia – i dissapori fra MADRE, PAN e CASAMADRE: tutti segnali di una realtà metropolitana costantemente immatura. Più interessante è ricordare che i linguaggi del contemporaneo erano dissonanti rispetto al luogo napoletano, ma che la forza e l’originalità di Amelio è stata proprio quella di renderli omogenei alla città partenopea come segnali di un peculiare egocentrismo dell’arte e di una messa in oggetto della stessa Napoli. Su questa linea si era mossa – sia pure con diversa fortuna – la non lunga storia del museo pubblico Madre (2005-2012) e su questa stessa linea ha aperto le sue sale Casamadre. Da un lato, quindi, abbiamo delle memorie inconciliate (Napoli è luogo eminente di fughe, dimissioni, rinnegamenti e rancori: pensiamo alla grande mostra di Amelio Terrae Motus che dal 1992 è esposta alla Reggia di Caserta) e, dall’altro, abbiamo dei segnali di vitalità che vogliono contraddire la parabola involutiva che Napoli attraversa da diversi anni.

Casamadre si propone quindi una duplice sfida: come tutti i luoghi dell’arte contemporanea (privati e pubblici) si colloca in tensione sia con il globale che con il locale. In più, raccoglie la tensione che attraversa tutto il territorio napoletano verso un rinnovato ruolo culturale e artistico della città. I segnali più recenti, va ricordato, sono stati inquietanti: dai gravi problemi economici dei principali istituti culturali cittadini, emersi in occasione delle visite del Presidente della Repubblica, all’incendio inopinato della Città della Scienza. Inoltre è divenuto evidente il degrado urbano e sociale dell’area metropolitana. La galleria di Cicelyn, sia per lo spessore degli artisti coinvolti nel progetto che per il retaggio culturale da cui sorge, si erge quindi in controtendenza. Per tutto questo Casamadre ha fatto e farà parlare di sé, sia a Napoli che fuori. Lo scenario è quello di una forte riduzione di significato e di incidenza dell’arte contemporanea rispetto ai decenni precedenti, ma va pure rilevato il manifestarsi della domanda di creatività e di innovazione che viene dai giovani. L’attesa, dopo il promettente esordio, riguarda i contenuti artistici e culturali che verranno effettivamente messi in campo da Casamadre e dalla altre strutture cittadine. Riuscirà l’arte ad intercettare il futuro?

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