Papa Francesco: lo Spirito Santo rende capaci di unità

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Nell’ultimo giorno del viaggio apostolico in Bahrein nella chiesa del Sacro Cuore a Mamana papa Francesco ha incontrato i  vescovi, i sacerdoti, i consacrati, i seminaristi e gli operatori pastorali, accolto da tre bambini accompagnati da una religiosa che gli offrono dei fiori; quindi l’amministratore apostolico del vicariato dell’Arabia del Nord, mons. Paul Hinder, lo ha ringraziato per l’incontro con una ‘Chiesa migrante’ (alcuni provenienti anche dal Libano):

“Questi sacerdoti, religiosi e religiose e laici rappresentano tutti coloro che sono impegnati nella pastorale in questa regione: parroci, assistenti sacerdoti, religiose, catechisti, responsabili di associazioni e gruppi di preghiera. Riflettono anche la diversità culturale ed etnica della Chiesa migrante in questa parte del mondo. Molti di loro stanno lottando ogni giorno, ma lo fanno con profonda fede, confidando che siamo tutti nelle mani del nostro Padre celeste”.

Nel momento di preghiera papa Francesco ha affermato che tutto è opera dello Spirito Santo: “E’ bello appartenere a una Chiesa formata da storie e volti diversi, che trovano armonia nell’unico volto di Gesù. E tale varietà (l’ho visto in questi giorni) è lo specchio di questo Paese, delle genti che lo popolano ma anche del paesaggio che lo caratterizza e che, pur dominato dal deserto, vanta una ricca e variegata presenza di piante e di esseri viventi”.

Nel discorso il papa ha riflettuto sul valore dell’acqua, prendendo spunto dal passo evangelico di Giovanni: “Mi hanno fatto pensare proprio a questa terra: è vero, c’è tanto deserto, ma ci sono anche sorgenti di acqua dolce che scorrono silenziosamente nel sottosuolo, irrigandolo”.

Tale episodio evangelico ben si addice alla comunità cattolica del Paese: “E’ una bella immagine di quello che siete voi e soprattutto di ciò che la fede opera nella vita: in superficie emerge la nostra umanità, inaridita da tante fragilità, paure, sfide che deve affrontare, mali personali e sociali di vario genere; ma nel sottofondo dell’anima, nell’intimo del cuore, scorre calma e silenziosa l’acqua dolce dello Spirito, che irriga i nostri deserti, ridona vigore a quanto rischia di seccare, lava ciò che ci abbruttisce, disseta la nostra sete di felicità. E sempre rinnova la vita.

E’ di questa acqua viva che parla Gesù, è questa la sorgente di vita nuova che ci promette: il dono dello Spirito Santo, la presenza tenera, amorevole e rigenerante di Dio in noi”.

La scena narrata nel Vangelo è un momento importante per la vita sociale e religiosa della città: “Con tali premesse comprendiamo bene che cosa vuole dirci il Vangelo di Giovanni con questa scena: siamo all’ultimo giorno della festa, Gesù si erge ‘ritto in piedi’ e ad alta voce proclama: ‘Chi ha sete, venga a me’…

Il richiamo è all’ora in cui Gesù muore in croce: in quel momento, non più dal tempio di pietre, ma dal costato aperto di Cristo uscirà l’acqua della vita nuova, l’acqua vivificante dello Spirito Santo, destinata a rigenerare tutta l’umanità liberandola dal peccato e dalla morte”.

La Chiesa nasce dall’acqua del costato di Gesù, perché lo Spirito Santo è ‘sorgente’ di gioia: “L’acqua dolce che il Signore vuole far scorrere nei deserti della nostra umanità, impastata di terra e di fragilità, è la certezza di non essere mai soli nel cammino della vita.

Lo Spirito è infatti Colui che non ci lascia soli, è il Consolatore; ci conforta con la sua presenza discreta e benefica, ci accompagna con amore, ci sostiene nelle lotte e nelle difficoltà, incoraggia i nostri sogni più belli e i nostri desideri più grandi, aprendoci allo stupore e alla bellezza della vita”.

E questa gioia effusa dallo Spirito Santo non è emozione: “La gioia dello Spirito, perciò, non è uno stato occasionale o un’emozione del momento; tanto meno è quella specie di ‘gioia consumista e individualista così presente in alcune esperienze culturali di oggi’.

E’ invece la gioia che nasce dalla relazione con Dio, dal sapere che, pur nelle fatiche e nelle notti oscure che talvolta attraversiamo, non siamo soli, persi o sconfitti, perché Lui è con noi. E con Lui possiamo affrontare e superare tutto, persino gli abissi del dolore e della morte”.

Quindi è importante diffondere tale gioia: “Sì, la gioia cristiana è contagiosa, perché il Vangelo fa uscire da sé stessi per comunicare la bellezza dell’amore di Dio. Dunque è essenziale che nelle comunità cristiane la gioia non venga meno e sia condivisa; che non ci limitiamo a ripetere gesti per abitudine, senza entusiasmo, senza creatività.

E’ importante che, oltre alla Liturgia, in particolare alla celebrazione della Messa, fonte e culmine della vita cristiana, facciamo circolare la gioia del Vangelo anche in un’azione pastorale vivace, specialmente per i giovani, per le famiglie e per le vocazioni alla vita sacerdotale e religiosa. La gioia cristiana non si può tenere per sé, e quando la mettiamo in circolo, si moltiplica”.

Poi lo Spirito Santo è sorgente di unità: “Non può esserci spazio per le opere della carne, cioè dell’egoismo: per le divisioni, le liti, le maldicenze, le chiacchiere. Le divisioni del mondo, e anche le differenze etniche, culturali e rituali, non possono ferire o compromettere l’unità dello Spirito.

Al contrario, il suo fuoco brucia i desideri mondani e accende la nostra vita di quell’amore accogliente e compassionevole con cui Gesù ci ama, perché anche noi possiamo amarci così tra di noi”.

Lo Spirito Santo apre ad un nuovo linguaggio: “Per questo, quando lo Spirito del Risorto discende sui discepoli, diventa sorgente di unità e di fratellanza contro ogni egoismo; inaugura l’unico linguaggio dell’amore, perché i diversi linguaggi umani non restino distanti e incomprensibili; abbatte le barriere della diffidenza e dell’odio, per creare spazi di accoglienza e di dialogo; libera dalla paura e infonde il coraggio di uscire incontro agli altri con la forza disarmata e disarmante della misericordia”.

L’omelia del papa è un invito ad essere costruttori di unità: “Per essere credibili nel dialogo con gli altri, viviamo la fraternità tra di noi. Facciamolo nelle comunità, valorizzando i carismi di tutti senza mortificare nessuno; facciamolo nelle case religiose, come segni viventi di concordia e di pace; facciamolo nelle famiglie, così che il vincolo d’amore del sacramento si traduca in atteggiamenti quotidiani di servizio e di perdono; facciamolo anche nella società multireligiosa e multiculturale in cui viviamo: sempre a favore del dialogo, tessitori di comunione con i fratelli di altri credo e confessioni”.

Inoltre lo Spirito Santo è sorgente di profezia: “La storia della salvezza è costellata da numerosi profeti che Dio chiama, consacra e manda in mezzo al popolo perché parlino a suo nome.

I profeti ricevono dallo Spirito Santo la luce interiore che li rende interpreti attenti della realtà, capaci di cogliere dentro le trame, a volte oscure, della storia la presenza di Dio e di indicarla al popolo.

Spesso le parole dei profeti sono sferzanti: essi chiamano per nome i progetti di male che si annidano nei cuori della gente, mettono in crisi le false sicurezze umane e religiose, invitano alla conversione”.

E la profezia consente di mettere in pratica le beatitudini: “La profezia ci rende capaci di praticare le beatitudini evangeliche nelle situazioni di ogni giorno, cioè di edificare con ferma mitezza quel Regno di Dio nel quale l’amore, la giustizia e la pace si oppongono a ogni forma di egoismo, di violenza e di degrado”.

(Foto: Santa Sede)

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