Arcidiocesi di Reggio Emilia-Guastalla: un cuor solo ed un’anima sola

Condividi su...

“Non vuole essere una lettera pastorale, quanto piuttosto un’indicazione di alcuni spunti spirituali per il cammino di quest’anno.  Sono stati giorni e settimane intense, dove ho potuto constatare di persona la vitalità e la varietà di doni di cui è ricca e ricolma la nostra Chiesa”.

Così inizia la lettera pastorale di mons. Giacomo Morandi, neo arcivescovo di Reggio Emilia- Guastalla, intitolata ‘Un cuor solo, un’anima sola’, che prende spunto dall’icona dell’ ‘Ospitalità di Abramo’, identificata con la ‘Trinità’, realizzata da Andrej Rublëv.

E’ un invito a riprendere il cammino spirituale: “Radicati e fondati sulla memoria di una Chiesa che nel corso dei secoli ha seminato con abbondanza, deve crescere la consapevolezza che ogni generazione di credenti, sostenuta e guidata dalla Spirito Santo, ha il compito ineludibile di adattare sempre più se stessa alla potenza trasfigurante del Vangelo per consolidare la fede dei credenti e per aiutare chi da tempo si è allontanato, per tanti motivi, forse anche per nostra responsabilità, affinché possa riprendere un cammino di fede”.

Il primo punto insiste sul bene della comunione come immersione nell’Amore trinitario, indicando alla diocesi come libro da seguire per il 2022-2023 la prima Lettera di san Paolo ai Corinzi:

“La compromissione dell’unità e della comunione, anche a fronte di una proposta ricca e al passo con i tempi, è votata inesorabilmente alla sterilità e non apporta nessuna novità evangelica: nel migliore dei casi la vita della comunità è assimilata a quella di un club o ad un’agenzia di aggregazione sociale che fornisce servizi a richiesta”.

E’ un invito alla missionarietà: “Non dobbiamo indulgere alla rassegnazione, tentazione tutt’altro che remota, quasi fossimo chiamati a gestire con dignità un declino, ritenendo che i fasti del passato, ormai archiviati, lascino lo spazio ad un presente di un piccolo gregge sempre più elitario e  sempre meno missionario.

Nemmeno si può assecondare l’idea che quanto si è fatto sia ormai un’esperienza muta e sterile. In realtà, se oggi siamo qui a testimoniare la fede, è grazie a chi ci ha preceduto, che pur con i limiti tipici della nostra fragilità umana, ci ha messo nelle condizioni di incontrare il Signore”.

Con l’icona di Rublev l’arcivescovo ha invitato i fedeli ad immergersi nell’amore di Dio: “La vita cristiana è dunque immersione in questo Amore trinitario di cui siamo stati resi partecipi e al quale siamo perennemente invitati come è iconicamente rappresentato nella celebre opera di Rublev.

Nel Battesimo ricevuto, consepolti e conresuscitati con Cristo, portiamo impressa in modo indelebile questa impronta comunionale trinitaria e, ogni volta che l’assecondiamo e la viviamo, avvertiamo una gioia profonda perché a questo siamo chiamati e per questa siamo stati creati”.

Per questo motivo la relazione è via all’evangelizzazione: “La Comunione si intesse e si alimenta nell’incontro, cioè nella volontà di dare tempo e spazio alla relazione. Senza questa precisa e determinata volontà di offrire ciò che abbiamo di più prezioso (il tempo, il mio tempo) all’altro, non può in nessun modo decollare un vero e fecondo incontrarsi nella Chiesa.

Donare tempo e accogliersi incondizionatamente sono le premesse indispensabili perché la comunione possa esprimersi e trovare un luogo di epifania…  Abbiamo bisogno di incontrare un volto e non di ricevere un semplice messaggio di chat con qualche emoticons divertente!”

Nella lettera l’arcivescovo sottolinea il significato dell’accompagnamento: “Accompagnare significa saper guardare all’altro con sapienza e libertà, e fornendo un’alimentazione adeguata e proporzionata  a quanto può essere assimilato e metabolizzato!

Un autentico evangelizzatore non lega mai a sé quelle persone che sono e sempre rimangono del Buon Pastore e, per quanto sia grato del suo percorso di fede e della spiritualità che lo sostiene e lo alimenta, si guarda bene dal cedere alla tentazione di convogliare tutti nella medesima direzione, sapendo bene che lo Spirito Santo soffia dove vuole ed è creativo anche nei modi in cui riesce ad aprirsi un varco nel cuore dell’uomo”.

Per questo l’arcivescovo consiglia la lettura di san Paolo per comprendere il valore dell’annuncio: “In questa luce propongo che per l’anno pastorale nei nostri incontri si possa approfondire nella meditazione e nella preghiera la prima lettera ai Corinzi di san Paolo.

In questo scritto possiamo attingere non solo la passione dell’apostolo per l’annuncio del Vangelo, ma anche acquisire, dalla sua esperienza, quella carità pastorale di cui le nostre comunità hanno bisogno”.

E nel cammino sinodale l’invito ad aprirsi alla carità: “Siamo esortati ad avere come punto di riferimento la casa di Betania e ad aprire i ‘Cantieri di Betania’. Questi nuovi cantieri investono luoghi e ambienti che siamo chiamati a conoscere meglio e che includono il vasto mondo delle povertà, gli ambienti della cultura, delle religioni e delle fedi, il mondo intraecclesiale dei consigli pastorali e degli affari economici, il ruolo delle strutture delle nostre parrocchie e infine l’ambito delle diaconie e formazione spirituale, con un’attenzione particolare al tema della corresponsabilità femminile all’interno della comunità cristiana”.

Ancora, l’arcivescovo esorta tutti a essere uomini e donne di preghiera: “La preghiera non è semplicemente importante, ma essenziale, così come respirare non è semplicemente importante ma vitale! Finché confiniamo la preghiera tra le cose importanti, saremo sempre in difficoltà a darle il giusto spazio nella nostra vita e nella vita delle nostre comunità cristiane!

Spesso ci difendiamo, dicendo che il tempo a nostra disposizione è poco, che siamo ingolfati in tante questioni, ma in realtà più che di tempo la preghiera ha bisogno di coraggio! Il coraggio di stare alla presenza del Dio vivente che scruta i nostri cuori e dinanzi al quale nulla di noi è nascosto”.

Infine un invito alla carità, come compito quotidiano del cristiano: “Nondimeno, mi sembra importante che un’attività così intensa aiuti a riscoprire che la Carità non è appannaggio esclusivo di coloro che sono direttamente impegnati nelle attività organizzative!

Se non esiste una delega all’evangelizzazione, così non può esistere che ci siano dei professionisti della Carità a cui si lascia il compito di provvedere a tanti fratelli e sorelle che sono nel bisogno e nella necessità. Non potremo dire al Signore nel giorno del giudizio che incontrando il povero, l’affamato, l’assetato…l’abbiamo inviato alla Caritas! Il professionista della Carità è il credente in quanto tale!”

151.11.48.50