Un Angelus angosciato di Francesco sulle orme di Benedetto XV – 3

Che cosa ha detto il Santo Padre sulla guerra in Ucraina. E perché Francesco teme davvero la fine del mondo. II Papa avverte il rischio di un’escalation nucleare: si tratta di realismo ancora prima che di religione. Intanto, mentre il Papa appella, esorta, ammonisce e supplica, vox clamantis in deserto, le bandiere della pace e i cortei pacifisti non si vedono più.

[Korazym.org/Blog dell’Editore, 04.10.2022 – Renato Farina] – Avviso ai naviganti, comandanti ed equipaggio dell’unica grande barca su cui l’umanità affronta la faticosa traversata della vita. È Papa Francesco a diffondere un allarme che somiglia alle trombe del giudizio. Dice: se non si sarà un immediato «cessate il fuoco…», c’è il rischio di «un’escalation nucleare, fino a far temere conseguenze incontrollabili e catastrofiche a livello mondiale». Che cosa sa Francesco? Ispirazione dello Spirito Santo? Questo lo lasciamo ai credenti. Più prosaicamente il Vaticano è il terminale di una diplomazia che va ben oltre le rappresentanze ufficiali, ed ha sensori nei Palazzi dei potenti e nelle periferie dei miserabili. Benedetto XV durante la Grande Guerra, Pio XII prima e durante la Seconda guerra mondiale. Fermatevi, o sarà «inutile strage», poiché «Nulla è perduto con la pace. Tutto può esserlo con la guerra». Vado avanti: Giovanni XXIII (1962) quando pareva inevitabile lo scontro delle superpotenze a Cuba; Giovanni Paolo II e la Segreteria di Stato evocando un infinito Vietnam in Iraq e Medio Oriente in caso di invasione americana (1991 e 2003). Poi Francesco prima per la Siria nel 2013, e poi… Poi, siamo a ieri, e forse oggi e domani con inedita drammaticità, sul fratricidio slavo scatenato dalla Russia ma con responsabilità – secondo Bergoglio – in capo alla Nato.

Per questo ha «innanzitutto supplicato» Putin di smetterla, «almeno per amore del suo popolo», condannando le stragi e l’annessione illegale di quattro province ucraine, ma appellandosi «con fiducia» anche a Zelensky perché «si apra a proposte di pace serie». Inoltre rivolgendosi agli altri protagonisti (senza citarli: America, NATO, UE, Italia, Cina, Turchia, tutti!) che si spartiscono il potere sulle nazioni sottraendoselo reciprocamente, ha chiesto di cercare il dialogo e una pace stabile, «utilizzando tutti gli strumenti diplomatici, anche quelli finora non utilizzati». Pretesa impossibile! Chiedere in nome di Dio di rinunciare a schiacciare la testa della vipera e a una probabile vittoria richiede coraggio, umanità. Ma il Papa è anche molto pratico: lo impone il realismo, si rischia di morire tutti, vincitori e vinti, tutti sconfitti.

Cronaca. Il Papa si è affacciato a mezzogiorno dalla finestra della terza loggia su piazza San Pietro e sul mondo intero per l’Angelus domenicale. Di regola commenta il Vangelo della messa, e solo dopo preghiera mariana che si conclude con la benedizione in latino pronuncia qualche parola sulla pace e sulla guerra. Così è stato anche per tutte le occasioni liturgiche dopo il 24 febbraio, data dell’aggressione russa all’Ucraina. Ieri ha cambiato il copione. Prima il giudizio sul rotolare spaventoso della vicenda umana, una «grande preoccupazione», dice, che lo fa passare senza soluzione di continuità (guardate le immagini QUI) dal discorso al segno della croce e alle formule dell’incarnazione di Dio nel ventre di Maria.

Una svolta che non è una semplice variazione del cerimoniale drammatica al punto da imporre una domanda a chi lo ha ascoltato in diretta o ne ha letto l’intervento immediatamente rilanciato a livello globale [QUI]. Niente Vangelo, ma quel che dal Vangelo deriva: pace, pace subito, o è la fine. Cosa sa Francesco più degli esperti di geopolitica e dei responsabili delle nazioni? Perché chi impugna lo scettro spirituale di massima autorità religiosa e morale del mondo mette a rischio questa reputazione? Pensiamoci prima di archiviare il monito come una predica esagerata. Qualcosa che egli sa di «grave, disastroso e minaccioso» glielo impone, gli fa rovesciare i banchi dei mercanti, scavalcare le buone maniere, calcare le sue scarpe ortopediche sul terreno della cruda analisi diplomatico-militare, e adopera l’arma di una retorica altissima. «In nome di Dio e in nome del senso di umanità che alberga in ogni cuore, rinnovo il mio appello affinché si giunga subito al cessate il fuoco. Tacciano le armi».

Gioca forse a spaventarci per bucare la nostra proverbiale indifferenza su fatti che implicano la morte degli altri? O per riguadagnare, presso i media occidentali, la popolarità offuscata dalla mancata crociata contro la Russia, non avendo inviato neppure un’alabarda o un elmo michelangiolesco delle Guardie Svizzere a Kiev? Scusate il sarcasmo, ma questa era ed è ancora la pretesa di molti cattolici. Capitò così durante la Seconda Guerra Mondiale, quando Pio XI si rifiutò di schierare «le sue divisioni» (copyright ironico di Stalin) dalla parte giusta della storia. Domenica in diretta mondiale ha implorato, senza aggiungere una parola al testo scritto, con un volto pietrificato, stringendo a pugno le dita e poi portandosele al cuore: pace!

Prima parte [QUI].
Seconda parte [QUI].

Questo articolo è stato pubblicato ieri, 3 ottobre 2022 su Libero Quotidiano.

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