Viva la Vida! 52° viaggio di solidarietà e speranza della Fondazione Santina in Colombia, Bolivia e Peru. L’incontro con il narcotraffico

[Korazym.org/Blog dell’Editore, 26.09.2022 – Vik van Brantegem] – Dopo l’incontro con Carolina nel bordello del villaggio di Laberinto nell’Amazzonia del Perù, che Don Gigi ha raccontato ieri [QUI], nel carcere di Yanamayo sulle Ande incontra Gerald Oropeza Lopez, il grosso narcotrafficante peruviano, un “vecchio amico”, che avevo incontrato per la prima volta il 17 dicembre 2015 a Challapalca, il carcere di massima sicurezza a 5.100 m.s.l.m. Riportiamo di seguito il suo Report.

Il narcotrafficante peruviano Gerald Oropeza e il Direttore del Carcere di Yanamayo in Perù chiedono la costruzione di una cappella nel penitenziario.

Report 52/4 – L’incontro con il narcotraffico

In un viaggio estenuante e allucinante ma ricco di incontri, sono stanchissimo. Soffro un po’ il passaggio dal caldo tropicale dell’Amazzonia con i +37 gradi ai -4 gradi sulle Ande a 4.100 metri. Mancanza di igiene, devo poi lavare la poca biancheria che ho comprato perché manca la valigia, qualità del cibo che lascia a desiderare e poi la prova dell’incontro con storie forti come quelle vissute nel bordello. Ma sono davvero felice, vivo in un altro mondo e il sorriso di un bimbo o di un anziano mi riempie di gioia.

Anche se stremato, sarà dura ripartire per l’Italia. Sono anni che vengo in Perù e che mastico coca. Qui è normale, ma in questo viaggio ho voluto cercare di capire un po’ di più il fenomeno della coca trasformata in cocaina qui in Perù. Da anni conosco la situazione del Messico, come Paese che possiamo definire un narco-stato. Vi è poi la Colombia, dove sono stato in questo viaggio per tre giorni e dalla quale viene il nostro volto di speranza che è Mauricio, vittima della droga. Ma voglio capire meglio cosa avviene in Perù.

Nel lungo viaggio dall’Amazzonia alle Ande chiedo al nostro autista se lui conosce piantagioni di coca e se me li può mostrare. È un tipo strano di nome Giraldo. Parla un pessimo spagnolo ed è un tipo molto asciutto, poche parole ed un volto inquietante. Mi risponde subito di no. Poi dopo mezz’ora di silenzio mi dice: “Salendo verso Juliaca quando saremo verso i 700 metri, in quella regione di vegetazione ricchissima, se vuoi e te la senti, ti mostro una piantagione di coca”.

Olinda ed Hernan non ne sono molto convinti, anzi sono un po’ spaventati. E mi dicono: “Meglio di no, può essere pericoloso”. Io sinceramente una piccola preoccupazione c’è l’ho, non per la mezz’ora a piedi nella foresta, ma per il mio autista. Mi chiedo come lui può conoscere questo? Naturalmente, so che coltivare coca in Perù non è contrario alla legge. È illegale il narcotraffico, ma una coltivazione di coca di per sé non è contro la legge. Però, quando l’estensione è grande, come quella che sto per vedere, sicuramente non è tutta per la popolazione andina che mastica coca per reggere meglio la fatica, la fame e l’altezza. Purtroppo, molti contadini coltivano coca perché è più conveniente e non vi è il problema della vendita perché i narcotrafficanti ci pensano loro a ritirare la raccolta. E una piantagione di coca normalmente, se è grande, viene collegata con una raffineria, uno schifo di impianto ben nascosto nella foresta in cui la coca diventa pasta e poi cocaina.

Dico di sì a Giraldo, con qualche protesta di Olinda e Hernan. L’uomo continua a guidare in silenzio e dopo circa un’ora accosta la macchina: “Siamo arrivati, qui dobbiamo prendere il sentiero”. Scendiamo dalla macchina, saluto Olinda ed Hernan e per un sentiero ripido entriamo nella foresta. Giraldo non parla molto, cammina svelto. La natura è bellissima, il sentiero è ripido e non ho con me gli scarponi, che stanno nella valigia che mi hanno perso.

Faccio silenzio e cerco di mantenere il passo. Sono sudato e stanco, ma continuo con determinazione. Lasciamo il sentiero, non mi capacito come Giraldo conosca alla perfezione il luogo. Percorriamo una cinquantina di metri tra le felci e gli alberi verdi, finché appare una grande estensione di coca, tento di fare un video con alcune foto, Giraldo me lo impedisce con sguardo severo. Non avevo mai visto una pianta di coca con le sue bacche rosse e le sue foglie, l’estensione è grande e sono impressionato da come sia ben nascosta dalla natura. Giraldo sembra essere più nervoso, sceglie un posto ben preciso e mi dice: “Qui possiamo fare il tuo video”.

Meglio che niente penso io ed effettivamente si vede una parte della distesa ben più ampia, ma per me va bene. L’uomo si presta a riprendere il video, io stacco un ramoscello della pianta di coca. E poi lo guardo dritto in faccia e secco dico: “Dove fanno la pasta?”. Mi risponde: “In cima a questa tenuta, lo vedi il fumo? È la! E non chiedermi nulla di più, solo seguimi svelto e in silenzio”.

L’ordine di Giraldo non ammette repliche. Non incontriamo nessuno e dopo mezzora giungiamo alla macchina dove Hernan e Olinda mi attendono. Mostro a loro il ramoscello della pianta di coca ed Hernan mi dice: ”Non l’avevo mai visto”. Dico a Giraldo: “Presto, andiamo via!”. L’ uomo si mette in bocca alcune foglie di coca e riprende la lunga strada verso le Ande. Mi lancia una frase inquietante: “Sai padre, ti ho visto a Puerto Maldonado domenica: tenevi in mano un serpente boa di grandi dimensioni. La droga può essere come un grande serpente boa che ti avvinghia e ti soffoca con incredibile forza”. Mi guardo bene dal chiedere perché mi aveva visto. Ci pensa Olinda a domandarlo: “Ma come hai fatto a vederlo?” e lui risponde: “Tranquilla, era domenica e libero dal lavoro facevo una passeggiata”.

Recitiamo il Rosario, parliamo di Puerto Maldonado, della prossima settimana a Juliaca e le lunghe ore passano. Verso le nove della sera giungiamo a Villa San Romano, in periferia di Juliaca sulle Ande peruviane, con il mio ramoscello di coca tra le mani. Morto per la stanchezza crollo nel letto caldo dal freddo delle Ande, negli occhi la piantagione di coca.

La mattina entro a Yanamayo, accompagnato dal Direttore regionale dell’IMPE e Wilber, che avevo conosciuto come Direttore al penale di Challapalca. Parliamo di Gerald Oropeza Lopez, in carcere proprio con l’accusa di narcotraffico. Chiedo all’amico Wilber di spiegarmi bene chi sia questo personaggio. Wilber inizia a raccontarmi: “Il 1° aprile 2015 nel 7° isolato di Av. Insurgentes di San Miguel a Lima, gli occupanti della Porsche D7Q-298 sono stati attaccati da una banda di sicari. A bordo c’era un giovane conosciuto all’ippodromo La Chutana per il suo amore per i veicoli di lusso, identificato come Gerald Oropeza Lopez alias Tony Montana o Caracorta e quattro compagni, con cui era tornato da un viaggio a Cancun, in Messico, Carlos Sulca Cruz, Luis Berríos Navarro, Luis Acuña Pomar e Ruth Cuba Veramatos. Il principale sospettato di aver diretto il brutale attacco è uno dei partner che Gerald Oropeza aveva da anni  per spedire la droga dal porto di Callao all’Europa, Gerson Gálvez Calle alias Caracol. Il primo motivo di questo attacco che cambiò radicalmente la vita a Oropeza, per alcuni dei miei colleghi è il fatto che dopo aver effettuato un carico di droga, Gerald Oropeza non ha rispettato la distribuzione di 5 milioni di dollari a Caracol e a Christian Valle Ibáñez alias Drácula, un altro membro del clan criminale che ha tenuto sotto controllo il porto di Chalaco. Secondo altri Tony Montana ha ricevuto una grossa somma per inviare cocaina, ma non l’ha mai confermata. Da allora la sua testa ha avuto un prezzo e Caracol ha cercato di eliminarlo. A quel tempo, però, Gerald Oropeza operava già separatamente in collusione con Renzo Espinoza Brissolesi, un criminale di Callao Il cui padre, Luis Espinoza Oroche, lavorava come caposquadra al terminal marittimo e, a quanto pare, sapeva bene come portare a termine il contrabbando. Infine, per non annoiarti troppo, una terza congettura parla della rivalità all’ultimo sangue tra Junior Tarazona Acher alias Jota, anch’esso dedito al traffico di droga dal terminal marittimo, e Gerald Oropeza, per una donna. Jota avrebbe chiesto a Caracol di farsi carico dell’eliminazione di Oropeza e quindi di vendicarsi. Quando Tony Montana è stato catturato in Ecuador, si è scoperto che stava anche cercando di uccidere Jota. L’attacco alla Porsche sarebbe stato compiuto da una banda di sicari vicina a Caracol e composta dai fratelli Nick e Magnun Romaní Tuanama, nonché dallo spietato Jhairol Torres Cáceres alias Chato Jhairol. Due settimane dopo l’attacco a San Miguel, la stessa banda uccise Patrick Zapata Colleti, un amico di Gerald Oropeza, che era anche lui in viaggio a Cancún, ma non salì sulla Porsche di Gerald. L’escalation di sangue e morte è continuata sei giorni dopo e ha avuto luogo nel blocco 1 di via Santa Luisa a San Borja. Lì Antonio Amadeo Saucedo Mendoza alias Chino Saucedo, personaggio legato all’ambiente di Caracol, è stato ucciso a colpi di arma da fuoco all’interno di un taxi. Con lui c’erano le ballerine Nadeska Widausky e Carla Salas. Questa sarebbe stata la risposta di Gerald Oropeza alla morte di Zapata Colleti. Cinque mesi dopo la sparatoria a San Miguel, Gerald Oropeza è stato catturato in Ecuador come ti ho detto. In quel momento, Brian Camps Gutiérrez, il suo uomo di fiducia che controllava se le spedizioni fossero arrivate a destinazione, fu catturato e rilasciato in Italia. A Lima è caduto Jhairol Torres, il giovane sicario che ha guidato la sparatoria di Patrick Zapata. Il caso è nelle mani di Lucio Sal y Rosas, un procuratore della criminalità organizzata, che sostiene che Oropeza López guidasse una mafia dedita all’invio di droga all’estero dal porto di Callao. Per raccogliere ulteriori prove a sostegno della sua denuncia, Sal y Rosas si è recato in passato in Italia per intervistare Salvatore Zazo alias Zazá, il più grande capo del Paese europeo che, secondo alcuni audio, avrebbe avuto contatti con Oropeza. Questo in definitiva è la situazione oggi di Gerald, che stai per incontrare [QUI]”.

In effetti, Gerald Oropeza Lopez è il capo di uno dei grandi cartelli della droga peruviano. Passare dalla piantagione di coca del giorno prima, ad un grande narcotrafficante il giorno dopo, non è facile, ma i diversi elementi mi aiutano a meglio capire quanto la droga sia un elemento importante in questo paese. Non è la prima volta che incontro grandi delinquenti e Oropeza è tra di questi. Lo incontro nel patio insieme agli altri detenuti, mi riconosce. Ho con me la bibbia sulla quale aveva scritto.

Sono anni che frequento il mondo del narcotraffico in Messico, in Perù e – con questo viaggio – Colombia. Se vi sono vittime come Mauricio, lo si deve a questi ricchi e potenti uomini signori della droga, che senza scrupoli amministrano tonnellate di droga per profitti da capogiro. Se tutto in questo Paese parte dalle piantagioni di coca viste ieri, tutto finisce nelle mani potenti di pochi uomini che vivono la vita con altri criteri.

Oropeza è in carcere e non mi viene facile vedere in lui quella carne di Gesù, che vedevo più facilmente in Carolina. Ma in questo viaggio lunghissimo che sto compiendo, voglio incontrarmi con lui e misurarmi con lui sulla logica del Vangelo. Oropeza lascia il patio e ci dirigiamo verso una sala che il direttore del penale ha destinato per il nostro incontro. Mi abbraccia e rimango con lui ed una guardia carceraria che sorveglia il nostro incontro. “Come stai Gerald?”. Risponde: “Sto meglio. Da quando mi hanno fatto scendere da quel carcere duro a questo carcere le cose stanno andando meglio. Penso che ci siano due luoghi al mondo che ti spingano a pensare a Dio: l’ospedale ed il carcere. Non mi sento di dire che sono cambiato, ma di sicuro ho pensato molto di più a Dio ed alla mia vita. Come sai sono cattolico. E tu come stai Don Gigi? Come sta il Papa? Ti ricordi la statua di Gesù che ci hai regalato da parte sua a Challapalca?”.

In effetti, non ricordavo il regalo. “Gerald, ho cambiato vita, non lavoro più con il Papa, sono tornato a Bergamo nella mia diocesi e nella mia casa. Anche io ho avuto più tempo di pensare a Dio ed alla mia vita, nella solitudine della mia casa”.

“E allora cosa fai? Non sei più prete?”.

“Scherzi? Lo sono ancora di più! Ho lasciato Roma per vivere più profondamente il mio essere prete ed in accordo con il mio vescovo lo sto facendo con la mia Fondazione Santina”.

“Aaaah, la Fondazione Santina, Don Gigi, quella per la quale ti avevo incontrato a Challapalca, dove hai costruito il campo da pallone vero?”.

“Si Gerald, proprio questa. Nello scorso anno mi sono dedicato a tempo pieno ad essa. Ho viaggiato molto, abbiamo fatto diverse inaugurazioni. Non ho più alcun prestigio, ma incontri come questi, oggi con te, mi riempiono la vita. Vedi, domani inaugurerò l’illuminazione elettrica in una scuola nel mio barrio dove vivo a Villa San Roman a Juliaca”.

Il giovane boss dei narcos peruviani porta due orecchini, veste in modo sportivo e mi guarda intensamente. E poi mi dice: “Meglio così, io ti vedo meglio di alcuni anni fa, più sereno, più concentrato, forse più maturo. Davvero una grande scelta che ti ha fatto bene”.

Il prigioniero non si rende neppure conto di quanto bene mi facciano le sue parole. Il lunghissimo viaggio di 23 giorni si sta facendo sentire, ma le sue parole hanno il potere di rinfrancarmi. Lo guardo e dico: “Mi stai facendo la predica meglio di un prete!”. Scoppia a ridere divertito.

“Ti ho portato un regalo. Lo scorso anno, appena lasciato il Vaticano, sono volato qui sulle Ande e sono entrato nel santuario della Candelaria a Puno. Ho comperato un rosario, che mi ha accompagnato tutto l’anno. Lo voglio regalare a te e se vuoi recita una preghiera per me”. Prendo dalle tasche la corona e gliela metto al collo. La riceve volentieri e con un sorriso mi dice: “Un’Ave Maria da un narcos? Ma non lo trovi fuori posto? Quella la recitano i preti e le suore”.

“Beh, in questa settimana ho recitato un’Ave Maria con una prostituta in un bordello dell’Amazzonia!”.

“Padre, mi prendi in giro?”.

“No si chiamava Carolina. E mi ha regalato questo bracciale che portò al polso!”.

Mi guarda. In silenzio mi abbraccia forte e mi dice: “Mai conosciuto un tipo così, che passa da una puttana ad un narcos, recita di Ave Maria? Qualche rotella non ti funziona proprio. Certo, con questi incontri, che cosa ci facevi a Roma? Meglio ora che sei più libero”.

Il tempo passa veloce. Apro la mia Bibbia e dico ad Oropeza: “Senti Gerald, vorrei chiederti di lasciarmi in regalo una tua frase, un augurio per questa mia nuova vita, l’augurio di un narcos. Te la senti di scrivermi un bell’augurio?”.

Oropeza mi appare orgoglioso di scrivere e mi dice: “Certo padre, con grande piacere!“. Il boss del narcotraffico scrive lentamente, in modo pensieroso e concentrato, e il suo augurio è tra le più potenti stimolazioni ed incoraggiamenti del viaggio. Lo trascrivo dallo spagnolo in questa sera ghiacciata mentre scrivo a Villa San Roman, dove per scaldarmi i piedi ghiacciati, ho chiesto ad Olinda di mettere acqua calda in una bottiglia di plastica.

Ecco la frase del re dei narcos peruviani: “Amico Luigi grazie per interessarti sempre a noi, se tu prosegui nel tuo cammino e non cadi, anche noi non cadremo, abbiamo bisogno della tua Forza, non lasciarci e noi così non cadremo nel male, sei assolutamente forte. Grazie per essere come sei! Dal tuo amico e fratello Gerald Oropeza Lopez (Yanamayo 6/7/2022 ore 1 pm).

Fondazione Santina. L’incontro con Gerald Oropeza Lopez, in carcere per traffico di droga in Perù, 6 luglio 2022.

Gerald mi abbraccia forte e scherzando dico: “Certo ricevere da te questo complimento che sei un narcotrafficante è meglio che riceverlo dal Papa”. Lo dice convinto e lui mi sorride. Ci lasciamo. Chiudo la Bibbia ed accompagnato da Wilber sto attraversando il patio. Un prigioniero si avvicina e mi saluta: “Ciao Padre, mi chiamo Ammon e sono in carcere per aver trasportato droga, mi hanno sorpreso con 100 chili di droga nella macchina, non sono Oropeza, ma il traffico di droga mi ha rovinato. Grazie per essere stato con noi, volevo farti un regalo: un maglione che facciamo noi qui in carcere. Lo seguo al laboratorio e con grande emozione mi regala un bellissimo maglione. Mi tolgo la felpa e la lascio a lui in mio ricordo. Mi inginocchio e gli bacio i piedi. Mi rialza con la mano e mi dice: “Padre, raccomanda ai tuoi giovani ed a tutti i tuoi amici di non commettere mai il mio errore, perché questi errori lasciano una profonda traccia nel cuore!”. Lo abbraccio forte, recitiamo un’Ave Maria e lascio il carcere in pace.

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