Regensburg, settembre 2006. Dopo la lectio magistralis, la diffusione di informazioni scorrette e il rifiuto della libertà di espressione

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Abbiamo notato la condivisione su Twitter di un tweet del 12 agosto 2022 di @ParoleCristiane [QUI] in cui si legge: «”Il Papa crede che la sua religione sia superiore a quella dei musulmani, e ha il coraggio di dirlo. Gli occidentali si scandalizzano… e chiedono le scuse. I musulmani ripetono lo stesso della loro fede da secoli, senza vergogna” (Salman Rushdie)». Questo tweet viene pubblicato nel giorno dell’accoltellamento di Sir Salman Rushdie da un terrorista islamico, prima di una conferenza a New York, di cui abbiamo riferito [QUI] e su cui siamo ritornato alcuni giorni dopo, con la riflessione «Il terrorismo si sconfigge non essendone terrorizzati» [QUI].

Il giorno successivo, @Parole Cristiane fornisce in un tweet [QUI] la doverosa contestualizzazione: “Preciso che questa citazione è tratta da un’intervista del 2006 a Specchio, supplemento di La Stampa, e si riferisce alle critiche rivolte a Benedetto XVI per il discorso di Ratisbona”. Contestualizzando, condividiamo di seguito il post di Massimo Maugeri, pubblicato il 26 novembre 2006 sul suo blog d’autore Letteratitudine («beato chi legge…»), Le sorprendenti dichiarazioni di Salman Rushdie.

In fondo, non c’è niente di tanto eclatante, di nuovo e di sorprendente nelle parole di Salman Rushdie. Ha detto semplicemente la pura verità, come l’avevano detto già Oriana Fallaci e Magdi Allam. Ma l’Occidente ha paura e questo non fa altro che stimolare il terrorismo islamico. Senza voler cadere nei luoghi comuni, che sono sempre duri a morire, la verità della distinzione tra “Islam buono” e “Islam cattivo” è, che delle masse di “buoni” rispondono prontamente alle fatwa e all’incitamento alla violenza dei predicatori “cattivi”.

Hadi Mata, il 24enne che ha pugnalato Salman Rushdie almeno dieci volte, ferendolo gravemente, con danni al fegato e i nervi recisi di un braccio e di un occhio, in una videointervista esclusiva del New York Post dal carcere sostiene di aver letto solo un paio di pagine di Versi satanici di Rushdie, ma sentenzia: “Non mi piace la persona, non mi piace per niente. È un falso, è uno che ha attaccato l’Islam” e ha rivelato le motivazioni che lo hanno spinto: “Ho aggredito Salman Rushdie perché ha attaccato l’Islam, non è una brava persona. Ha attaccato le credenze degli islamici, il loro sistema di valori”. Poi: “Sono rimasto sorpreso quando ho sentito che è sopravvissuto”. Hadi Mata, residenti in New Jersey sarebbe nato ad Aain Qana, nel sud del Libano, avamposto di Hezbollah. Si sarebbe radicalizzato dopo un viaggio nel 2018 in Libano, dove vive il padre. Dai suoi account social sono emerse chiaramente le sue simpatie per l’estremismo sciita e le Guardie della Rivoluzione Islamica, ma per chi viveva a pochi metri da lui, era un ragazzo come tanti. Magari solo più schivo. Insomma, un “islamico buono”, indotto nel suo gesto da quelli “cattivi”.

Maugeri pubblicò il suo post alla vigilia della partenza di Papa Benedetto XVI per il suo Viaggio Apostolico in Turchia, con le sue varie tappe dal 28 novembre al 2 dicembre 2006, a cui ho avuto l’onore e la grazia di partecipare in modo attivo e di cui conservo ricordi vivissimi [QUI].

Allora erano passato due mesi e mezzo dalla lectio magistralis di Papa Benedetto XVI in occasione dell’incontro con i rappresentanti della scienza. il 12 settembre 2006 nell’Aula Magna della “sua” Università di Regensburg, dal tema Fede, ragione e università. Ricordi e riflessioni (di cui riportiamo di seguito uno stralcio e la conclusione), durante il Viaggio Apostolico a München, Altötting e Regensburg. Anche a questo viaggio papale in Baviera ho partecipato attivamente al seguito del Papa. Ho potuto verificare – dalla posizione previlegiata di Assistente della Sala Stampa della Santa Sede, incaricato dei Viaggi Apostolici – come il caso dello “scandalo del discorso di Regensburg” fu creato ad arte al mattino, prima ancora che fu pronunciato il discorso nel pomeriggio. Chi protestava a causa di ciò, anche in modo violente, non aveva neanche letto il discorso, come non l’hanno letto neanche la stragrande maggioranza di chi ne parla, fermandosi al titolo di articolo di stampa e alla strumentalizzazione di agenzia, in riferimento citazione dell’Imperatore bizantino Manuele II Paleologo, tratta da un suo scritto sulla guerra santa, redatto probabilmente tra il 1394 e il 1402.

Padre Federico Lombardi, S.I., il Portavoce del Papa, tentò ancora di arginare il danno, quando durante la Santa Messa delle ore 10.00 nella spianata dell’Islinger Feld mi pregò di accompagnarlo – appena possibile – nel Centro Stampa di Regensburg, per far presente ai giornalisti ammessi al Volo Papale – che avevano ricevuto, come ogni giorno, la mattina presto sotto embargo tutti i discorsi papali della giornata – la corretta interpretazione del discorso papale, riassunta nella sua stessa conclusione, che il Papa avrebbe pronunciato nel pomeriggio alle ore 17.00. Ma a niente sarebbe ancora servito, perché il misfatto era già stato compiuto, causando le violente reazioni nel mondo islamico. Oltre a numerose proteste di piazza, furono assaltati e incendiati diversi luoghi di culto cristiani, con morti innocenti.

Quando Massimo Maugeri ha pensato il 26 novembre 2016 di scrivere il post che riportiamo di seguito, sapeva, come del resto dichiara in premessa, che l’argomento era piuttosto delicato. Però, gli era sembrata anche un’importante occasione di confronto “su una tematica molto in linea con la nostra contemporaneità”.

Massimo Maugeri (Catania, 18 maggio 1968) è uno scrittore, giornalista, blogger e conduttore radiofonico. Collabora con le pagine culturali di riviste e quotidiani; cura e conduce una trasmissione radiofonica di libri e letteratura su Radio Polis. È fondatore nel settembre 2006 e direttore di Letteratitudine, uno dei più noti blog letterari italiani. Il suo esordio in letteratura risale al 2003 con la pubblicazione del racconto Muccapazza sulla rivista Lunarionuovo, a cui fa seguito la pubblicazione di ulteriori racconti. Da questo racconto viene tratto un cortometraggio, con lo stesso titolo, che nel marzo 2017 vince la Sezione “Corteggiando” dell’Adriatico Film Festival, nell’ambito del Festival dell’Adriatico). La pubblicazione del primo volume avviene nel 2005: il romanzo Identità distorte (Prova d’Autore, finalista al Premio Brancati e vincitore del Premio Martoglio). Nel corso degli anni Maugeri organizza centinaia di dibattiti online incentrati sui libri e sulle tematiche da essi trattati (con il coinvolgimento diretto degli autori e l’animazione di una rete di lettori e di addetti ai lavori), giochi di gruppo sulla lettura e sulla scrittura, pubblica una sfilza lunghissima di recensioni e interviste, crea (a partire dal 2009) l’omonimo programma radiofonico integrato con il blog (in onda prima su Radio Hinterland prima e poi su Radio Polis e in podcast sul blog), il quotidiano culturale online LetteratitudineNews, il canale video su YouTube e altro ancora. Nel 2009 cura la raccolta di racconti no profit Roma per le strade (Azimut), partecipando con un proprio racconto e coinvolgendo nel progetto molti tra i principali scrittori nati o residenti a Roma. Nel 2010 esce il romanzo breve scritto a quattro mani con la scrittrice e magistrato Simona Lo Iacono, intitolato La coda di pesce che inseguiva l’amore (Sampognaro & Pupi, Premio “Più a Sud di Tunisi” 2011). Nel 2011 vedono la luce il saggio/reportage L’e-book è (è?) il futuro del libro (Historica) e la raccolta di racconti Viaggio all’alba del millennio (Perdisa Pop, Premio Internazionale Sebastiano Addamo, Selezione “Premio dei Lettori” di Lucca 2011-2012). Nel 2012 cura il laboratorio Scrivere ai tempi del web, svolgendo lezioni presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Catania, nell’ambito dei laboratori di eccellenza “Officina dei media”. Nel 2013, per le edizioni E/O, esce il romanzo Trinacria Park (Premio Vittorini). Nel 2014, a partire dal mese di novembre, va in scena la pièce teatrale tratta dal racconto Ratpus (dove nasce il personaggio Cetti Curfino), con la regia e adattamento di Manuel Giliberti e l’nterpretazione di Carmelinda Gentile. Nel maggio 2018 esce il romanzo Cetti Curfino (La nave di Teseo, Premio Musco 2021, finalista al Premio Chianti 2019). Nel settembre 2021, sempre per i tipi de La nave di Teseo, esce il romanzo Il sangue della Montagna (candidato all’edizione 2022 del Premio Strega da Maria Rosa Cutrufelli e finalista al Premio Vittorini 2022).

Salman Rushdie è indubbiamente uno dei grandi della letteratura contemporanea. È anche uno scrittore che, nel bene e nel male, ha difeso le sue idee e convinzioni a rischio della propria vita, in particolare sulla questione del terrorismo islamico. Non è facile oggi in Occidente (che una volta era la Cristianità) trovare ancora intellettuali così. Non vuol dire che si deve essere per forza d’accordo con le sue opinioni. Peraltro, è un tipo di intellettuale che in un modo o nell’altro dà fastidio un po’ a tutti. Come George Orwell, che non era molto amato né dalle sinistre, né dalle destre. Al di là delle loro opinioni non allineate, che spesso nessuno ascolta, vuole capire o capisce, fanno sempre più specie le persone che prendono posizioni precise, che fanno scelte, che si schierano, che si espongono, che ci mettono la faccia. Rushdie, come la Fallaci, è una di queste persone, come Ratzinger, come Sgarbi, ecc.

Non fa notizia la tolleranza, il riconoscimento e l’accettazione del diverso, che è nient’altro che soltanto una parte di noi. Poi, sempre più scivolando nel baratro, la frontiera del vietato avanza ogni giorno, come abbiamo osservato il 14 luglio 2020 [QUI].

Rushdie non è mai piaciuto alle autorità religiose islamiche (un understatement, visto che l’Ayatollah Khomeini gli aveva lanciato addosso una fatwa, una scomunica islamica, che equivale una condanna a morte, mai ritirata), ma nemmeno a Oltretevere, in particolare dopo il suo romanzo Versetti Satanici. In ogni caso, con le dichiarazioni che sono state riportate da Maugeri, non è detto che abbia torto, nell’esprimersi su una questione fortemente dibattuta da allora. In ogni caso, le citazioni di Rushdie debbano fare riflettere.

Rushdie giustamente prese la difesa di Papa Benedetto XVI per la lectio magistralis di Regensburg, visto il suo indubbio intendimento di dialogo con l’Islam, con tutto il suo magistero pietrino focalizzato sul dialogo. Tutte le sue lettere, le sue encicliche, gli incontri e le cerimonie, sono all’insegna della massima ricerca del dialogo con tutti e alla ricerca di comprendere chiunque.

Il Papa aveva semplicemente citato un testo storico, per illustrare un suo ragionamento. Si può legittimamente anche non condividere questa sua scelta, ma di sicuro non si può mettere in discussione il suo diritto a farlo, se si vuole rispettare la libertà di espressione e di ricerca accademica, e se non si vuole cedere alla doppia coscienza di chi grida al genocidio se in Palestina muore un bambino, ma resta muto se nel Dafur o nello Yemen (e non solo lì) muoiono centinaia di bambini. Almeno i bambini dovrebbero essere tutti uguali. Detto questo al netto della costatazione, che la reazione alla citazione di un testo storico fatto dal Papa (non una sua opinione, come è chiaro dal contesto) sia stata spropositata, chiassosa, esagerata e pure violenta, uccidendo preti, suore e fedeli cattolici.

Il Papa non avrebbe avuto nessun motivo di chiedere scusa per il suo discorso a Regensburg. Le sue parole furono strumentalizzate ad arte, fomentato da una certa stampa, con le masse non andando oltre il titolo e una frase citata fuori contesto, schierandosi senza prendere conoscenza di quanto detto veramente nel discorso. Ma Benedetto XVI è una persona mite e un uomo di pace. Quindi, in occasione dell’Angelus domenicale del 17 settembre 2006 (tradotto anche in arabo), a seguito della situazione globale che si era creata, disse: “In questo momento desidero solo aggiungere che sono vivamente rammaricato per le reazioni suscitate da un breve passo del mio discorso nell’Università di Regensburg, ritenuto offensivo per la sensibilità dei credenti musulmani, mentre si trattava di una citazione di un testo medioevale, che non esprime in nessun modo il mio pensiero personale. Ieri il Signor Cardinale Segretario di Stato ha reso pubblica, a questo proposito, una dichiarazione [QUI] in cui ha spiegato l’autentico senso delle mie parole. Spero che questo valga a placare gli animi e a chiarire il vero significato del mio discorso, il quale nella sua totalità era ed è un invito al dialogo franco e sincero, con grande rispetto reciproco. Questo è il senso del discorso” [QUI].

La posizione del Papa di grande prudenza dopo la strumentalizzazione del suo discorso accademico a Regensburg, era dettata da due motivazioni: non provocare per difendere i cristiani a rischio nei territori a maggioranza o forte presenza islamica; cercare, se fosse possibile, qualche strada di convivenza, e paritetico e reciproco comportamento con l’Islam (non è perché pare difficile, che non si dovrebbe tentare).

Tra coloro che hanno accettato immediatamente l’invito al dialogo del Papa vi era il Presidente dell’Iran, Mahmud Ahmadinejad, che il 19 settembre 2006, esprimendo “rispetto per il Papa” e, suggerendo che le parole del Papa siano state “modificate”, ha dichiarato, riguardo al modo nel quale i media hanno riferito del discorso del Pontefice: “Non c’è dubbio che ci sia chi ha diffuso informazioni scorrette”.

Il portavoce della Commissione Europea, Johannes Laitenberger, difendendo “la libertà d’espressione del Papa”, ha giudicato “sbagliato” estrapolare la citazione oggetto di controversia dal discorso pronunciato da Benedetto XVI a Regensburg e giudicarla separatamente dal contesto: “Le reazioni sproporzionate, che corrispondono al rifiuto della libertà di espressione, sono inaccettabili. […] La libertà d’espressione è una pietra angolare dell’ordine Europeo, così come lo è la libertà di tutte le religioni e di tutti i credo. […] Dal punto di vista della Commissione, qualsiasi reazione deve essere basata su ciò che è stato realmente detto, e non su brani presi fuori contesto ed ancor meno su citazioni deliberatamente estratte dal loro contesto”.

Nella sua lectio magistralis a Regensburg [1], il Papa esordisce affermando che è “necessario e ragionevole interrogarsi su Dio per mezzo della ragione”. Prende come spunto il dialogo tra Manuele II Paleologo e un persiano colto, come curato dal Prof. Khoury. Nel dialogo l’Imperatore afferma: “Mostrami pure ciò che Maometto ha portato di nuovo, e vi troverai soltanto delle cose cattive e disumane, come la sua direttiva di diffondere per mezzo della spada la fede che egli predicava”. Comunque, prima e dopo questa frase, il Papa precisa il motivo della citazione, senza alcun intento provocatorio. Secondo Manuele II, ciò è irragionevole e “non agire secondo ragione è contrario alla natura di Dio”. Khoury commenta che invece per l’Islam “Dio è assolutamente trascendente. La sua volontà non è legata a nessuna delle nostre categorie, fosse anche quella della ragionevolezza”. Cita anche un islamista francese, il quale rileva che Ibn Ḥazm “si spinge fino a dichiarare che Dio non sarebbe legato neanche dalla Sua stessa parola e che niente lo obbligherebbe a rivelare a noi la verità. Se fosse sua volontà, l’uomo dovrebbe praticare anche l’idolatria”. Con parole proprie e con l’ausilio di citazioni, così il Papa si è pronunciato nettamente contro ogni forma di imposizione violenta di un credo religioso: “La violenza è in contrasto con la natura di Dio e la natura dell’anima. Dio non si compiace del sangue. La fede è frutto dell’anima, non del corpo. Chi quindi vuole condurre qualcuno alla fede ha bisogno della capacità di parlare bene e di ragionare correttamente, non invece della violenza e della minaccia”. Le parole del Papa non possono non avere un carattere più generale e non dovrebbero riferirsi in modo specifico all’Islam, dal momento che lungo e intenso è stato nella Chiesa il dibattito fra chi rifiutava il ricorso alle armi qualificandosi seguace di Gesù Cristo e chi preferì invece elaborare il concetto di “guerra giusta” e “legittima”, quando ci si fosse trovati di fronte alla necessità di fermare una violenza non provocata, portata in modo diretto contro altri uomini: corrente ideologica quest’ultima affermatasi poi di fatto nel successivo cristianesimo, che rimprovererà (tra le altre cose) a Catari e Lollardi il loro pacifismo senza eccezioni.

La conclusione è un invito al dialogo e al riavvicinamento fra fede e ragione (nell’università) e fra le diverse fedi: «Il coraggio di aprirsi all’ampiezza della ragione, non il rifiuto della sua grandezza – è questo il programma con cui una teologia impegnata nella riflessione sulla fede biblica, entra nella disputa del tempo presente. “Non agire secondo ragione, non agire con il logos, è contrario alla natura di Dio”, ha detto Manuele II, partendo dalla sua immagine cristiana di Dio, all’interlocutore persiano. È a questo grande logos, a questa vastità della ragione, che invitiamo nel dialogo delle culture i nostri interlocutori. Ritrovarla noi stessi sempre di nuovo, è il grande compito dell’università».

Sir Salman Rushdie.

Le sorprendenti dichiarazioni di Salman Rushdie
Massimo Maugeri
Letteratitudine.it, 26 novembre 2006


È un argomento molto spinoso quello che sto per proporvi. Ve lo dico subito.

Il protagonista di questo post è Salman Rushdie, scrittore indiano autore dei noti Versetti satanici e del recente Shalimar il Clown.

In un’intervista pubblicata su Specchio (settimanale de La Stampa) del 18 novembre 2006 (di Paolo Mastrolilli, pag. 38-40), Rushdie esprime – in maniera sorprendente, caustica e senza peli sulla lingua – la propria posizione sul caso Ratzinger (in riferimento al noto discorso di Ratisbona) e sul terrorismo internazionale [QUI] https://www.letteratitudine.it/le-sorprendenti-dichiarazioni-di-salman-rushdie/www.lastampa.it.

(Propongo il post mentre Papa Ratzinger si appresta a partire per la Turchia. Se non sbaglio l’arrivo è previsto per martedì 28).

Ecco alcuni stralci dell’intervista.

“Non ve lo sareste mai aspettato di ritrovarmi dalla parte del Papa, eh? Neppure io, però è così: chiedergli di scusarsi per il discorso di Regensburg è stato profondamente sbagliato. Ratzinger ha il coraggio di dire ciò che pensa, e noi dovremmo difendere il suo diritto di farlo”.

“Anzi, siccome gli stessi terroristi ci tengono a sottolineare che agiscono nel nome dell’Islam, tutti noi dovremmo avere il coraggio di chiamarli come vogliono loro: terroristi islamici. La chiarezza nel linguaggio ci aiuta anche a chiarire la realtà delle cose. E poi basta con questo pudore di non associarli al fascismo, perché non sta bene: non sono interessati alla libertà, alla democrazia, all’affrancamento delle donne o alla redistribuzione del reddito. Vogliono solo imporre un dominio religioso-fascista sul pianeta”.

“Sono rimasto scioccato da un editoriale del New York Times, che chiedeva al Papa di scusarsi perché durante il discorso di Ratisbona aveva citato un personaggio del XV secolo, con cui tra l’altro non era d’accordo. Perché pretendere le scuse, per un testo bizantino? Non ricordo l’ultima volta che è accaduto un fatto simile, nella storia. La Chiesa ci ha messo 400 anni per scusarsi con Galileo, ma il mondo ha preteso che si scusasse con l’Islam in 8 minuti”.

“Il Papa crede che la sua religione sia superiore a quella dei musulmani, e ha il coraggio di dirlo. Gli occidentali si scandalizzano perché la considerano una posizione inusuale e chiedono le scuse. I musulmani ripetono lo stesso della loro fede da secoli, senza vergogna”.

“Se ti comporti così, il terrorismo ha già vinto: ti ha intimidito”.

“Mi fa ridere la BBC che ha ordinato ai suoi giornalisti di non usare il termine ‘terroristi islamici’ perché ha un sapore islamofobico”.

“Se l’Islam è davvero una fede pacifica, mi spiegate dove sono i cortei di sdegno dei musulmani, per condannare i terroristi che la usurpano?”.

[1] Viaggio Apostolico di Sua Santità Benedetto XVI a München, Altötting e Regensburg (9-14 settembre 2006)
Incontro con i rappresentanti della scienza
Discorso del Santo Padre
Aula Magna dell’Università di Regensburg
Martedì, 12 settembre 2006
Fede, ragione e università. Ricordi e riflessioni


«[…] Nel settimo colloquio (διάλεξις – controversia) edito dal Prof. Khoury, l’imperatore tocca il tema della jihād, della guerra santa. Sicuramente l’imperatore sapeva che nella sura 2, 256 si legge: “Nessuna costrizione nelle cose di fede”. È probabilmente una delle sure del periodo iniziale, dice una parte degli esperti, in cui Maometto stesso era ancora senza potere e minacciato. Ma, naturalmente, l’imperatore conosceva anche le disposizioni, sviluppate successivamente e fissate nel Corano, circa la guerra santa. Senza soffermarsi sui particolari, come la differenza di trattamento tra coloro che possiedono il “Libro” e gli “increduli”, egli, in modo sorprendentemente brusco, brusco al punto da essere per noi inaccettabile, si rivolge al suo interlocutore semplicemente con la domanda centrale sul rapporto tra religione e violenza in genere, dicendo: “Mostrami pure ciò che Maometto ha portato di nuovo, e vi troverai soltanto delle cose cattive e disumane, come la sua direttiva di diffondere per mezzo della spada la fede che egli predicava”.[3] L’imperatore, dopo essersi pronunciato in modo così pesante, spiega poi minuziosamente le ragioni per cui la diffusione della fede mediante la violenza è cosa irragionevole. La violenza è in contrasto con la natura di Dio e la natura dell’anima. “Dio non si compiace del sangue – egli dice -, non agire secondo ragione, „σὺν λόγω”, è contrario alla natura di Dio. La fede è frutto dell’anima, non del corpo. Chi quindi vuole condurre qualcuno alla fede ha bisogno della capacità di parlare bene e di ragionare correttamente, non invece della violenza e della minaccia… Per convincere un’anima ragionevole non è necessario disporre né del proprio braccio, né di strumenti per colpire né di qualunque altro mezzo con cui si possa minacciare una persona di morte…” [Controversia VII 3b – c: Khoury, pp. 144-145; Förstel Bd. I, VII. Dialog 1.6 pp. 240-243].
L’affermazione decisiva in questa argomentazione contro la conversione mediante la violenza è: non agire secondo ragione è contrario alla natura di Dio [Solamente per questa affermazione ho citato il dialogo tra Manuele e il suo interlocutore persiano. È in quest’affermazione che emerge il tema delle mie successive riflessioni] L’editore, Theodore Khoury, commenta: per l’imperatore, come bizantino cresciuto nella filosofia greca, quest’affermazione è evidente. Per la dottrina musulmana, invece, Dio è assolutamente trascendente. La sua volontà non è legata a nessuna delle nostre categorie, fosse anche quella della ragionevolezza [Cfr Khoury, op. cit., p. 144, nota 1]. In questo contesto Khoury cita un’opera del noto islamista francese R. Arnaldez, il quale rileva che Ibn Hazm si spinge fino a dichiarare che Dio non sarebbe legato neanche dalla sua stessa parola e che niente lo obbligherebbe a rivelare a noi la verità. Se fosse sua volontà, l’uomo dovrebbe praticare anche l’idolatria [R. Arnaldez, Grammaire et théologie chez Ibn Hazm de Cordoue. Parigi 1956 p. 13; cfr Khoury p. 144. Il fatto che nella teologia del tardo Medioevo esistano posizioni paragonabili apparirà nell’ulteriore sviluppo del mio discorso].
[…]
Questo tentativo, fatto solo a grandi linee, di critica della ragione moderna dal suo interno, non include assolutamente l’opinione che ora si debba ritornare indietro, a prima dell’illuminismo, rigettando le convinzioni dell’età moderna. Quello che nello sviluppo moderno dello spirito è valido viene riconosciuto senza riserve: tutti siamo grati per le grandiose possibilità che esso ha aperto all’uomo e per i progressi nel campo umano che ci sono stati donati. L’ethos della scientificità, del resto, è – Lei l’ha accennato, Magnifico Rettore – volontà di obbedienza alla verità e quindi espressione di un atteggiamento che fa parte delle decisioni essenziali dello spirito cristiano. Non ritiro, non critica negativa è dunque l’intenzione; si tratta invece di un allargamento del nostro concetto di ragione e dell’uso di essa. Perché con tutta la gioia di fronte alle possibilità dell’uomo, vediamo anche le minacce che emergono da queste possibilità e dobbiamo chiederci come possiamo dominarle. Ci riusciamo solo se ragione e fede si ritrovano unite in un modo nuovo; se superiamo la limitazione autodecretata della ragione a ciò che è verificabile nell’esperimento, e dischiudiamo ad essa nuovamente tutta la sua ampiezza. In questo senso la teologia, non soltanto come disciplina storica e umano-scientifica, ma come teologia vera e propria, cioè come interrogativo sulla ragione della fede, deve avere il suo posto nell’università e nel vasto dialogo delle scienze.
Solo così diventiamo anche capaci di un vero dialogo delle culture e delle religioni – un dialogo di cui abbiamo un così urgente bisogno. Nel mondo occidentale domina largamente l’opinione, che soltanto la ragione positivista e le forme di filosofia da essa derivanti siano universali. Ma le culture profondamente religiose del mondo vedono proprio in questa esclusione del divino dall’universalità della ragione un attacco alle loro convinzioni più intime. Una ragione, che di fronte al divino è sorda e respinge la religione nell’ambito delle sottoculture, è incapace di inserirsi nel dialogo delle culture. E tuttavia, la moderna ragione propria delle scienze naturali, con l’intrinseco suo elemento platonico, porta in sé, come ho cercato di dimostrare, un interrogativo che la trascende insieme con le sue possibilità metodiche. Essa stessa deve semplicemente accettare la struttura razionale della materia e la corrispondenza tra il nostro spirito e le strutture razionali operanti nella natura come un dato di fatto, sul quale si basa il suo percorso metodico. Ma la domanda sul perché di questo dato di fatto esiste e deve essere affidata dalle scienze naturali ad altri livelli e modi del pensare – alla filosofia e alla teologia. Per la filosofia e, in modo diverso, per la teologia, l’ascoltare le grandi esperienze e convinzioni delle tradizioni religiose dell’umanità, specialmente quella della fede cristiana, costituisce una fonte di conoscenza; rifiutarsi ad essa significherebbe una riduzione inaccettabile del nostro ascoltare e rispondere. Qui mi viene in mente una parola di Socrate a Fedone. Nei colloqui precedenti si erano toccate molte opinioni filosofiche sbagliate, e allora Socrate dice: “Sarebbe ben comprensibile se uno, a motivo dell’irritazione per tante cose sbagliate, per il resto della sua vita prendesse in odio ogni discorso sull’essere e lo denigrasse. Ma in questo modo perderebbe la verità dell’essere e subirebbe un grande danno” [90 c-d. Per questo testo cfr anche R. Guardini, Der Tod des Sokrates. Mainz-Paderborn 19875, pp. 218-221]. L’occidente, da molto tempo, è minacciato da questa avversione contro gli interrogativi fondamentali della sua ragione, e così potrebbe subire solo un grande danno. Il coraggio di aprirsi all’ampiezza della ragione, non il rifiuto della sua grandezza – è questo il programma con cui una teologia impegnata nella riflessione sulla fede biblica, entra nella disputa del tempo presente. “Non agire secondo ragione, non agire con il logos, è contrario alla natura di Dio”, ha detto Manuele II, partendo dalla sua immagine cristiana di Dio, all’interlocutore persiano. È a questo grande logos, a questa vastità della ragione, che invitiamo nel dialogo delle culture i nostri interlocutori. Ritrovarla noi stessi sempre di nuovo, è il grande compito dell’università».

[2] Intensa giornata di Ratzinger a Istanbul. Visita San Giorgio e Santa Sofia
Poi il gesto inedito: nella moschea si sofferma in preghiera
Il Papa prega nella Moschea Blu
“Troviamo insieme strade di pace”
Il pontefice e il patriarca: stop agli integralismi religiosi
La stampa turca: “Benedetto XVI come un musulmano”
Repubblica.it, 30 novembre 2006

ISTANBUL – Una lunga giornata nel nome della pace, e a tratti imprevedibile, quella del Papa in visita a Istanbul. Benedetto XVI ha toccato oggi alcune delle mete simbolo del Paese a cavallo tra Oriente e Occidente lanciando due forti messaggi e suscitando una grande emozione con la preghiera nella Moschea Blu, luogo simbolo dei musulmani turchi.

I messaggi, dunque. Il primo, corale, insieme al Patriarca Bartolomeo I, contro l’integralismo che uccide in nome di Dio. Il secondo, nel corso della visita alla Moschea Blu accanto al Gran Mufti di Istanbul. “Questa visita – ha detto il capo della Chiesa cattolica – ci aiuterà a trovare insieme i modi, le strade della pace e per il bene dell’umanità”.

“L’uccisione di innocenti in nome di Dio è un’offesa a lui e alla dignità umana”.

Benedetto XVI nel pomeriggio ha visitato Santa Sofia, l’ex cattedrale di Bisanzio, divenuta poi moschea e oggi museo statale.

Mentre era in corso la visita una cinquantina di nazionalisti del Partito della Grande Unità sono scesi nuovamente in piazza a Istanbul per protestare contro la visita del Pontefice. E dopo le minacce di al Qaeda che aveva definito una “crociata” il viaggio di Benedetto XVI in Turchia, ieri sera la polizia turca ha fermato 18 persone sospettate di avere legami con l’organizzazione terroristica irachena.

Durante la visita a Santa Sofia Ratzinger si è fatto guidare dal direttore del museo attraverso i tesori d’arte, gli affreschi di angeli dell’epoca bizantina, ha firmato il Libro d’oro e ha vergato di suo pugno, in italiano, queste parole: “Nelle nostre diversità ci troviamo davanti alla fede del Dio unico, che Dio ci illumini e ci faccia trovare la strada dell’amore e della pace”.

Uscito da Santa Sofia, il Papa si è diretto alla Moschea Blu, il più importante tempio musulmano di Istanbul edificato nei primi anni del 1600.

Qui, levatosi le scarpe e calzate le pantofole come prescrive la religione islamica, ha attraversato gli ampi spazi della moschea accompagnato dal Gran Mufti di Istanbul Mustafa Cagrici. A questo punto il fatto inedito: Benedetto XVI si è fermato davanti al Mihrab, l’edicola islamica rivolta in direzione della Mecca verso la quale indirizzano le loro preghiere i fedeli musulmani.

“Questa visita ci aiuterà a trovare insieme i modi, le strade della pace per il bene dell’umanità”, ha poi detto il Papa al Gran Muftì.

La preghiera di Ratzinger nella Moschea Blu ha suscitato grande emozione in Turchia.

Inevitabile l’impatto sui media. Il quotidiano Milliyet, uno dei più diffusi della Turchia ha titolato così l’edizione on line di questa sera: “Come un musulmano”. “Il Papa ha pregato in fermo raccoglimento”, scrive invece Sabah, altro importante organo d’informazione del Paese. “Una preghiera storica” è invece la scelta di Hurriyet, quotidiano fra i più venduti in Turchia. Ancora Sky turca afferma: “Il Papa prega verso La Mecca”.

Foto di copertina: Papa Benedetto XVI tiene la lectio magistralis in occasione dell’incontro con i rappresentanti della scienza il 12 settembre 2006 nell’Aula Magna della “sua” Università di Regensburg, dal tema Fede, ragione e università. Ricordi e riflessioni, durante il Viaggio Apostolico a München, Altötting e Regensburg. Alla sua destra il Rettore dell’Università di Regensburg e alla sua sinistra il Cardinale Angelo Sodano, Segretario di Stato emerito. Il 22 giugno 2006 Papa Benedetto XVI accettò la rinuncia di Cardinal Sodano da Segretario di Stato e da tutti gli incarichi connessi per raggiunti limiti d’età. Lasciò l’incarico il 15 settembre 2006, il giorno dopo il ritorno da Regensburg, quando gli succedette il Cardinal Tarcisio Bertone, S.D.B., arcivescovo emerito di Genova.

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