Al meeting di Rimini il racconto di una paternità che cura

“Le sofferenze dei giovani possono essere messe a tema per una crescita e per nuovi stimoli”: con questa sintesi Stefano Bolognini, assessore allo Sviluppo città metropolitana, giovani e comunicazione della Regione Lombardia, ha salutato l’incontro ‘La fatica di essere giovani’, al Meeting di Rimini. Moderati da Elisabetta Soglio, curatrice dell’inserto Buone Notizie del Corriere della Sera, sono intervenuti:

Alberto Bonfanti, presidente Portofranco; don Claudio Burgio, cappellano del carcere minorile Beccaria di Milano; Daniela Lucangeli, professoressa di Psicologia dello sviluppo e dell’educazione, Università degli studi di Padova; Dario Odifreddi, presidente Piazza dei mestieri e presidente Consorzio scuole lavoro, introdotti Stefano Gheno, presidente Cdo Opere Sociali.

Per guardare ai ragazzi di oggi, secondo Lucangeli, dobbiamo fare alcune considerazioni, quasi un esercizio: “Il nostro presente non è condizionato solo dal nostro passato, ma anche dal futuro, dal desiderio che ci porta avanti.

La pandemia, per i nostri ragazzi, non ha rappresentato in sé il problema, dal punto di vista relazionale ed educativo: è stata la tempesta che ha fatto emergere il mare di spazzatura che nel tempo abbiamo accumulato nel sistema educativo, l’incapacità di visione di noi educatori, l’incapacità di educare, di tirare fuori il meglio dai nostri figli e ragazzi.

Dobbiamo recuperare quel ‘tu mi stai a cuore’ di cui parlava Don Milani, soprattutto se pensiamo che la sensazione preponderante negli adolescenti è l’ansia”.

Guardare negli occhi i giovani, abbracciarli in senso lato e non, è il sentiero che si delinea via via. “Pensando al titolo del film dei Fratelli Coen ‘Non è un paese per vecchi’, potremmo dire che l’Italia non è un paese per giovani”, ha dichiarato Gheno.

“Purtroppo – ha proseguito – in Italia come in altri paesi decide la maggioranza. E i giovani sono in minoranza. Per trovare una soluzione alla problematica educativa è necessario porsi più domande. Possiamo rispondere solo a domande che ci poniamo” e il problema è proprio nel fatto che ci poniamo sempre meno domande.

Domanda e ascolto, come ben illustrato da don Claudio Burgio, che con l’esperienza dell’Associazione Kairos si occupa di tanti ragazzi vittime di un forte disagio educativo, che ha dato origine al fenomeno dei trapper:

“La Chiesa deve rimettersi sulla strada. Dobbiamo ascoltare cosa ci stanno dicendo i trapper, tenendo conto che questa emergenza educativa porta in sé anche una speranza”.

Ed è “con l’abbraccio del bene che possiamo sconfiggere la solitudine”, come ben chiarito da Odifreddi. “Una compagnia stabile e paziente da parte di noi adulti nei confronti dei ragazzi”, ha fatto eco Bonfanti. Un abbraccio e uno sguardo attivano le leve curative del grande bisogno che ciascuno di noi ha, a maggior ragione i nostri ragazzi.

Quindi occorre una paternità che cura la mente proprio come si cura il corpo, con attenzione e rispetto per il dolore degli altri.

Il riconoscimento delle malattie mentali per quello che sono è fondamentale per dare sostegno alle persone che ne sono affette, in Africa come in Europa. È proprio questo l’obiettivo che ha mosso fin dall’inizio Grégoire Ahongbonon, fondatore dell’associazione San Camillo de Lellis, dedicata alla cura delle persone con disturbo mentale nel continente africano, e attorno al quale ha ruotato l’incontro presentato da Marco Bertoli, direttore del dipartimento di Salute mentale dell’Azienda sanitaria universitaria Friuli centrale, dal titolo ‘Dalla parte dell’uomo: una paternità che cura’, che si è tenuto al Meeting di Rimini.

“Tutto quello che faccio, tutto quello che vivo, è grazie a Dio, che è il padre di tutti noi”, ha spiegato Ahongbonon. “Anch’io avrei potuto essere tra i malati che sono abbandonati incatenati sulle strade africane, ma ho incontrato qualcuno che mi ha riconosciuto e ha creduto in me”.

Così il filantropo beninese ha voluto raccontare l’origine del suo impegno che l’ha portato a occuparsi, assieme a sua moglie, di persone con disturbi mentali in Africa. “Vedevo i malati mentali, ma non li riconoscevo. Un giorno, non so perché, mi sono fermato e ho visto Gesù in quell’uomo che frugava nella spazzatura”.

Ora “nei nostri centri tutti mi chiamano papà – ha raccontato –. Queste persone hanno bisogno di essere amate. Hanno bisogno che sia ridata loro la propria dignità”. La visione di Ahongbonon per il futuro dell’Africa è chiara: servono più centri come quelli creati dalla sua associazione, spazi dedicati alla cura di persone che altrimenti rimarrebbero abbandonate a un sistema che non li vede e li emargina. Mai più catene per chi soffre.

Su questo tema è intervenuto anche lo psichiatra e professore associato di Medicina fisica e riabilitativa all’Università degli studi di Milano-Bicocca, Cesare Maria Cornaggia. “Il primo passaggio di qualsiasi cura non può essere altro che il riconoscimento dell’altro in ogni sua parte: anche le più brutte e meschine, senza pregiudizio, senza la smania di risolvere ogni cosa prima ancora di comprenderla”.

“C’è sempre del positivo di cui l’altro è portatore, ma nessuno gli ha mai insegnato a vederlo in sé stesso”, per questo è essenziale imparare a riconoscersi. Solo “quando si sperimenta l’incontro con l’altro e la messa in gioco delle proprie parti fragili, è possibile aprirsi a quella relazione di vero dialogo” e ci si può avviare verso il cambiamento.

La comunicazione può fallire, ma il bisogno di esprimersi e farsi comprendere rimane. Laddove le parole non riescono a veicolare il messaggio, “si manifesta un sintomo, che è espresso sotto forma di disagio. E noi dovremmo essere grati a quel sintomo, perché è un segnale che il paziente vuole comunicare qualcosa”, ha sostenuto Cornaggia. “Dobbiamo passare dal mettersi nella posizione di fare le cose per essere amati, al fare le cose perché si è stati amati”.

(Foto: Meeting di Rimini)

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