Identità e mediazione

Questo è uno degli articoli del Professore Roberto de Mattei che a me piace citare, che ho più volte citato e che trovo di estrema attualità: Il fallimento pastorale del ralliement di Leone XIII [QUI]. Giustamente de Mattei sottolinea la ortodossia dottrinale di Leone XIII, ma ne stigmatizza la non coerenza politica. Il riallineamento in Francia era utopico. Eppure trovo questa apparente contraddizione come feconda essenza del neotomismo e della futura identità dei partiti politici cattolici europei del 900. Una fermezza dottrinale, ma una grande apertura politica.

De Mattei osserva giustamente da un punto di vista di dottrina, ma forse non contempla questo aprirsi oltremodo. Anche Francesco ha operato questa apertura. Quello che gli è stato criticato è la sgrammaticatura dottrinale. Ma anche su questo si può dire che la sua teologia non è certo il neotomismo, ma la Nouvelle Théologie (nuova teologia) [QUI]; che tuttavia nel frattempo è stata oggetto di profonda revisione da parte di Joseph Ratzinger il cui breve pontificato è solo l’epilogo di un lungo “dominio” operato sotto il lunghissimo papato di Giovanni Paolo II, che fece la tesi di dottorato seguito dal più grande neotomista del suo tempo Reginald Garricou Lagrange.

La tendenza alla mediazione è stata sempre una grande risorsa della Chiesa, perché è necessaria per la conversione delle anime. Certamente la conversione è possibile se attrae per posizioni convinte. E in questo tempo, come ai tempi di Nicea, la teologia cattolica non è una: vi sono due teologie. Il tentativo di Benedetto XVI è stato ed è quello di unificare le due posizioni. Francesco ha invece riaffermato la nuova teologia in modo deciso; insistendo su posizioni in questo tempo non attrattive.

Il laicismo che inforna l’Unione Europea, su cui ha da ridire anche Putin (salvo essere lui stesso una creatura di esso), è dottrinalmente radicale. Il Cristianesimo se non è radicale non può contrapporsi e se non si contrappone decisamente non può nemmeno dialogare. È questa la grande debolezza di Francesco, che ne ridimensiona la portata storica: non si contrappone e nemmeno può dialogare. La sua acquiescenza al pensiero moderno (che è costata cara ai Francescani dell’Immacolata) lo condanna alla irrilevanza politica.

Leone XIII l’aveva ben compreso, insieme al fratello Cardinale Giuseppe Pecci. Per questo dette origine alla grande stagione della politica cattolica; stagione affossata dalla nuova teologia. Paradossalmente tutta la proiezione politica di Francesco (in ciò assai sovraesposto) ne dimostra la velleità deludente.