Sulla liturgia. Un errore di fondo. Un riconoscimento del fallimento. Usquequo Domine?

Riportiamo di seguito la breve risposta della Fraternità Sacerdotale San Pio X alla Lettera apostolica Desiderio desideravi ai vescovi, ai presbiteri e ai diaconi, alle persone consacrate e ai fedeli laici sulla formazione liturgica del popolo di Dio e alla precedente Lettera apostolico in forma di Motu proprio Traditionis custodes sull’uso della liturgia romana anteriore alla riforma del 1970 di Papa Francesco.

Francesco scrive una lettera apostolica sulla liturgia
FSSPX.NEWS, 5 luglio 2022


Il 29 giugno 2022, festa dei Santi Pietro e Paolo, il Vaticano ha pubblicato una Lettera apostolica di Papa Francesco, intitolata Desiderio desideravi, “sulla formazione liturgica del popolo di Dio”. Questa lettera è destinata a Vescovi, sacerdoti e diaconi, persone consacrate e fedeli laici.

Questa lettera è piuttosto lunga: ha 16 pagine senza le note. Il testo si inserisce risolutamente nel dibattito introdotto dal Motu proprio Traditionis custodes, che è citato dal primo numero, ma con lo scopo di concluderlo, emarginando definitivamente la messa tradizionale.

Si tratta infatti di una lunga difesa del rito riformato che parte da una certa distanza, proponendo un’analisi della liturgia come “luogo di incontro con Cristo”. Ciò implica una riscoperta quotidiana della “bellezza della verità della celebrazione cristiana”.

Si tratta dello “stupore per il mistero pasquale” che viene descritto come l’elemento essenziale dell’atto liturgico. Ciò richiede l’appropriazione dei simboli della liturgia, compito arduo oggi, secondo Francesco, a causa di una generalizzata perdita del significato stesso del simbolo.

Al n. 31, il Papa pone un dilemma alle società “Ecclesia Dei” affermando: “non vedo come si possa dire di riconoscere la validità del Concilio (…) e non accogliere la riforma liturgica”. Nello stesso numero sostiene che “la problematica è anzitutto ecclesiologica”, perché il nuovo rito è l’espressione della nuova ecclesiologia del Concilio.

Questo punto è facile da ammettere, ma è proprio il nocciolo della questione. Il Papa afferma ancora – sempre nello stesso numero – di essere sorpreso che “un cattolico possa presumere” di non riconoscere la validità del Concilio.

Se si tratta di dire che il Concilio Vaticano II è stato legittimamente convocato, non c’è problema, ma se si tratta di ammettere, come affermava Papa Paolo VI in una lettera indirizzata Mons. Marcel Lefebvre, il 29 giugno 1975, che questo Concilio “non è meno autorevole ed è anche per certi aspetti più importante di quello di Nicea”, è impossibile.

Come può un Concilio “pastorale”, che ha rifiutato ogni insegnamento infallibile e insegnato novità incompatibili con la Tradizione, avere una simile pretesa? Qui sta la questione.

Un riconoscimento del fallimento

Il testo di Francesco continua a fornire vie sull’arte del celebrare, che richiede una rinnovata e approfondita formazione della liturgia per dare tutto il suo splendore al rito riformato. E il Papa chieda a tutti i responsabili di aiutare in questa educazione “del popolo santo di Dio” perché possa attingere alla “prima e indispensabile fonte dalla quale i fedeli possono attingere il genuino spirito cristiano”.

Non è la prima volta che la macchina viene rimessa in funzione: la questione della formazione liturgica occupa da decenni il centro della scena nel movimento liturgico. Per quale risultato? Una crescente desertificazione delle “assemblee domenicali” e una sempre più profonda ignoranza dell’essenza stessa della liturgia. Per non parlare delle deviazioni che non mancano mai.

Questa lettera suona come un riconoscimento del fallimento che deve sembrare amarissimo in quanto la Messa tradizionale occupa sempre più spazio ed è diventata essenziale, il che esaspera il Papa regnante, come ha lamentato nell’omelia della messa del 29 giugno: “per favore, non cadiamo nel ‘ritorno all’indietro’, in questo arretramento della Chiesa che va di moda oggi”.

Un errore di fondo

Ciò che è più notevole nel testo di Francesco è l’attaccamento ai principi equivoci del Concilio, in particolare per quanto riguarda la partecipazione attiva. Si deve comprendere chiaramente che “partecipazione attiva” per un fedele significa unirsi a Cristo che celebra attraverso l’azione del sacerdote, qualunque cosa si faccia: sia che si serva la messa, si canti o si legga certi testi – nel rito riformato. È necessario fare una piccola spiegazione sulla nozione di potenza.

Bisogna distinguere la potenza attiva, che da sola può raggiungere un risultato: forza muscolare, volontaria, artistica, ecc. E la potenza passiva, che consiste nel ricevere qualcosa dalla prima: l’oggetto sollevato dai muscoli, le membra mosse dalla volontà, o la statua scolpita dall’artista.

È vero, come dice il Papa nel suo testo, che i fedeli hanno un’attività, ma questa attività è passiva nel senso precedente: è Cristo che celebra attraverso il sacerdote che unisce i fedeli a Cristo con la potenza attiva che solo lui possiede. Diecimila fedeli senza sacerdote non sono niente nell’ordine liturgico, a parte il caso del matrimonio. Ma un solo sacerdote celebra con tutta la Chiesa.

La nuova ecclesiologia, particolarmente nella sua forma più avanzata che Francesco ha promosso, la sinodalità, significa disperdere il potere sacro del sacerdozio – e con questo dobbiamo intendere il potere della Chiesa – e distribuirlo tra clero e fedeli. E per potere sacro si intende sia il potere d’ordine che il potere di giurisdizione.

Ora, è per diritto divino che solo colui che ha ricevuto una partecipazione al sacerdozio di Cristo mediante il sacramento dell’ordine può esercitare l’uno o l’altro potere. Ecco perché sia ​​la sinodalità che il rito riformato possono solo portare al fallimento. Usquequo Domine? “Fino a quando, Signore?”

Traditionis custodes – Indice: QUI.

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