Il modernismo cattolico – Parte terza

Una serie sul modernismo cattolico in sei puntate. Le prime quattro parti sono la riproposta di uno studio pubblicato nel mese di luglio 2005 sul sito Moses [QUI]. Poi, la parte quinta contiene il testo di Corrado Gnerre Ciò che accadde a Sant’Atanasio: un insegnamento per i nostri tempi dal sito Ricognizioni.it del 3 maggio 2016 e la catechesi di Papa Benedetto XVI Sant’Atanasio di Alessandria durante l’Udienza Generale di mercoledì, 20 giugno 2007. Infine, la serie si conclude con la parte sesta, dedicata ad un breve “manifesto” pubblicato sulla pagina Facebook Traditionis Custodes – Bollettino del monastero benedettino antimodernista, un monastero di stretta osservanza, di rito romano antico e antimodernista.

Prosegue dalla parte seconda [QUI].

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Il modernismo italiano

Il modernismo italiano trovò il coraggio di manifestare pubblicamente il proprio dissenso solo alcune settimane dopo la pubblicazione della Pascendi Dominici gregis. Fu redatto un contro-documento intitolato significativamente Programma dei modernisti. Lo scritto non recava alcuna firma. Gli autori rimasero anonimi, anche se è più che plausibile supporre che ne fosse autore principale Ernesto Buonaiuti.

Lo stesso Buonaiuti descrive l’evento così: «Era una risposta diretta e minuta al documento pontificio, risposta nella quale erano denunciate, con gli accenti della più disperata desolazione, la stesura insidiosa e ingannevole dell’Enciclica, la sua maniera palese di deformare e contraffare le idee condannate, la sua brusca violenza contro tutto ciò che aspirasse ad utilizzare con prudenza e con sagacia lo spirito della cultura moderna, in favore del cristianesimo cattolico, andando incontro a quelle che apparivano ormai come le tendenze irresistibili e provvidenziali insieme della civiltà contemporanea» [1].

Il documento proseguiva asserendo che il cristianesimo non esigeva una identità astratta di principi e norme razionali, ma la coerenza intima delle medesime esperienze, degli stessi invariabili valori. «Esso additava sommariamente le condizioni nelle quali tali risultati potevano conciliarsi con il genuino patrimonio della predicazione cristiana, sbarazzata di tutto quel che si è sovrapposto ad essa attraverso la sua trasmissione nei secoli. Seguendo passo a passo le enunciazioni dell’enciclica, il Programma modernista italiano tendeva a dimostrare che le formule prese di mira da essa non corrispondevano affatto alla realtà che si voleva combattere. Dimostrava quanto assurda e contraffatta fosse la raffigurazione che il documento aveva divulgato delle esigenze dello spirito moderno in fatto di religiosità e di direttive intellettuali. Ma soprattutto quel che caratterizzava il Programma modernista italiano, in confronto con altre forme di modernismo europeo, era la assillante ed apertamente confessata preoccupazione di innestare i nuovi indirizzi della religiosità sul tronco delle aspettative e delle esperienze sociali» [1].

Dietro al documento dei modernisti c’era, ovviamente, un profondo sommovimento culturale, non solo interno alla base ecclesiastica duramente messa alla prova dalle realtà delle condizioni di vita della gente nelle città e nelle campagne. Lo scrittore Antonio Fogazzaro (1842-1911) con i suoi molti romanzi, in particolare Il santo del 1905, suscitò una vasta attenzione per la visione critica della liturgia che esprimeva. Non a caso il romanzo venne posto all’Indice l’anno successivo. D’altro lato non bisogna dimenticare il sociologo ed economista Giuseppe Toniolo, teorico della necessità del dominio della morale sull’economia, nonché fautore di un sistema produttivo misto, capace di limitare i guasti del liberismo selvaggio. Ma una figura centrale del modernismo italiano fu indubbiamente Romolo Murri, un sacerdote marchigiano che seppe radunare attorno a sé un vasto gruppo di giovani cattolici, dando vita al movimento della “democrazia cristiana” (da non confondere con il partito omonimo, sorto molto più tardi).

Sotto molti aspetti, Murri ebbe posizioni radicali avanzate. Ritenne che i cattolici dovessero scendere in campo, confrontarsi con le altre correnti politiche ed ideali, vivere la democrazia e mettersi in concorrenza con le forze socialiste. Ma sotto un altro aspetto, egli venne a sostenere una tesi, definita “guelfismo sociale”, che non si sottrae facilmente al sospetto di integralismo. Murri, in sostanza, pensava che la Chiesa dovesse assumere un ruolo di guida delle masse contro le conseguenze del liberismo esasperato e contro la concezione laica e liberale dello Stato risorgimentale. Ciò entro una cornice futura in cui Stato e Chiesa non fossero contrapposti, ma “conciliati” in via istituzionale. I paradossi della storia, proprio come pensava il Blondel, non fanno che smentire le migliori aspirazioni: “conciliazione” ci fu, molti anni dopo, ma tra il regime fascista ed una Chiesa reazionaria e stabilizzata su basi di ordine e disciplina. Era la Chiesa che con un decreto del Sant’Uffizio datato 8 luglio 1927 vietava formalmente ai cattolici di partecipare ad attività interconfessionali (cioè in comunione con altre Chiese cristiane). Tale divieto fu reiterato con l’Enciclica Mortalium animos promulgata da Papa Pio XI il giorno dell’Epifania del 1928. Comunque sia, Murri fu prima sospeso a divinis, e due anni dopo scomunicato. Il motto murriano – Libertà noi chiediamo anche nel cristianesimo: e il cristianesimo cerchiamo nella libertà – rimase così l’emblema di una volontà volente che non riusciva che pallidamente a diventare “voluta”.

Le idee sociali e politiche di Murri furono riprese da un altro sacerdote, Don Luigi Sturzo, il fondatore del Partito Popolare nel 1919, ma pare fuori luogo aggregare il nome di Sturzo alla radicalità del pensiero modernista. Quello dell’ingresso dei cattolici in quanto tali in politica fu infatti un processo più complesso, che trovò una sponda di non poco conto nella nascente dottrina sociale della Chiesa e nell’enciclica Rerum Novarum del 1891, fortemente voluta dal Pontefice Leone XIII. Ma, a ben guardare, essa era parsa ai più soprattutto come una condanna del socialismo, assimilato al dominio dei bruti invece che ad una speranza di nuova umanità. Dare un’occhiata al testo consente di capire: «Diritto di natura è la proprietà privata. Poiché, anche in questo, passa gran divario fra l’uomo e il bruto. Il bruto non governa se stesso, ma due istinti lo reggono e lo governano, i quali da una parte ne tengono desta l’attività e ne svolgono le forze, dall’altra determinano e circoscrivono ogni suo movimento, cioè l’istinto della conservazione propria e l’istinto della conservazione della propria specie. A conseguire questi due fini basta l’uso di quei determinati mezzi che trova intorno a sé. Né potrebbe mirare più lontano, perché mosso unicamente dal senso del particolare sensibile. Ben diversa è la natura dell’uomo. Possedendo egli nella sua pienezza la vita sensitiva, da questo lato anche a lui è dato, almeno quanto agli altri animali, di usufruire dei beni della natura materiale. Ma l’animalità, in tutta la sua estensione, lungi dal circoscrivere la natura umana, le è di gran lunga inferiore, e fatta per esserle soggetta. Il gran privilegio dell’uomo, ciò che lo costituisce tale e lo distingue essenzialmente dal bruto, è l’intelligenza, ossia la ragione, e appunto perché ragionevole vuolsi concedere all’uomo, sui beni della terra, qualche cosa di più che il semplice uso, come anche gli altri animali: e questa non può essere altro che il diritto di proprietà stabile; né proprietà soltanto di quelle cose che si consumano usandole, ma eziandio di quelle che l’uso non consuma. Il che torna più evidente ove si penetri più addentro all’umana natura. Imperocché, per la sterminata ampiezza del suo riconoscimento, che abbraccia, oltre il presente, l’avvenire, e per la sua libertà, l’uomo, sotto la legge eterna e la provvidenza universale di Dio, è provvidenza a sé stesso. Egli deve dunque poter eleggere i mezzi che giudica più propri al mantenimento della sua vita non solo per il momento che passa, ma per il tempo futuro. Ciò vale quanto dire che oltre il dominio dei frutti che dà la terra, spetta all’uomo la proprietà della terra stessa, dal cui seno fecondo vede essergli somministrato il necessario ai suoi bisogni avvenire».

Si tratta, come si vede, di una arida e pedante disquisizione antropologica sulla differenza tra l’uomo e lo scimmione che elegge l’uomo a principe del creato solo perché capace di piantare dei paletti e recintare dei campi. Una posizione che non tiene conto affatto della situazione reale dell’agricoltura, del latifondo, dell’istituto della mezzadria, il quale non aveva nulla a che vedere col diritto di natura e molto a che vedere con il diritto della forza, della prepotenza ed anche dell’ignoranza, perché l’agricoltura europea era più avanzata e produttiva proprio laddove era stato superato questo sistema fallimentare. Su queste basi, la dottrina sociale della Chiesa altro non era che una manifesta richiesta di impegno ai forti e ai possidenti ad essere cristianamente caritatevoli, “perché niuno deve vivere in modo non conveniente”. «Quello che sopravanza, date in elemosina – comanda l’Enciclica -. Eccetto il caso di estrema necessità, non sono questi, è vero, obblighi di giustizia, ma di carità cristiana, il cui adempimento non si può certamente esigere per vie giuridiche: ma sopra le leggi e i giudizi degli uomini stanno la legge e il giudizio di Cristo, il quale inculca in moti modi la pratica del donare generoso e insegna – esser cosa più beata dare che ricevere». Il ricco è così definito “ministro della divina Provvidenza” e con ciò sarebbe salva la pace sociale. Manca nel testo una qualsiasi enfasi sul principio della retribuzione giusta, sull’orario di lavoro, sul lavoro minorile, sul diritto all’istruzione per avere pari opportunità.

In effetti, rifarsi alla Rerum novarum per un programma politico dei cattolici era davvero risibile. Il giudizio storico dei modernisti, quelli veri, sul Partito Popolare è così condensato nelle considerazioni di Buonaiuti: «In realtà il Partito Popolare fallì miseramente alla prova. In pratica il Partito Popolare agì nella vita nazionale con tutti i difetti, con tutte le male arti, con tutta la perversa capacità di corrompere ed essere corrotto, che costituivano i caratteri salienti dell’inquinato sistema parlamentare. Venne ad accomodamenti con tutto e con tutti. Dal punto di vista culturale amoreggiò con quell’idealismo immanentistico che rappresentava la più radicale negazione e il più totalitario disconoscimento delle grandi realtà spirituali e carismatiche, su cui e di cui è vissuta la tradizione cristiana. Sul terreno economico oscillò continuamente fra posizioni demagogiche a oltranza, in concorrenza con i socialisti, e condiscendenze a tutti i più palesi interessi capitalistici. Sembrò a volte aver dischiuso l’adito a un arrembaggio di procaccianti ed ambiziosi, di null’altro avidi che di posizioni eminenti e di profitti più o meno leciti. Soprattutto trasformò in molte regioni d’Italia, il clero, che l’enciclica Pascendi aveva alienato ed allontanato dalle preoccupazioni sacre e dagli studi religiosi, in un insieme di partitanti politici e di propagandisti sovversivi. Una cosa sola si vide ben chiara, e fu che il Partito Popolare rappresentò l’agente docile e il mediatore infallibile, cui, in ripetute occasioni, fece ricorso la Segreteria di Stato pontificia, per imprimere sul decorso della vita pubblica e politica italiana le direttive e le imposizioni da essa ritenute necessarie» [1].

[1] Ernesto Buonaiuti – Storia del cristianesimo – Newton & Compton 2002.

Continua nella parte quarta [QUI].

Traditionis custodes – Indice [QUI].

Foto di copertina: Icona greca di Cristo Pantocratore e 12 Apostoli, 42,5 x 30 cm.

89.31.72.207