Angelo Moretti: in Ucraina per costruire l’Europa della pace

Fino al 12 luglio il ‘popolo della pace’, composto da 35 associazioni italiane ed europee, ritornerà in Ucraina per chiedere la pace: “Secondo noi la vittoria è far cessare quanto prima la guerra. Per loro, l’unica vittoria è la vittoria militare. Hanno un grande desiderio di vincere sul campo, lo spirito nazionalista è forte, tendono ad esaltare la propria nazione”.

E nel decalogo del Movimento Europeo di Azione Nonviolenta (MEAN) si legge: “Andiamo a Kiev perché abbiamo deciso di non acconsentire alla guerra come evento e come pensiero totalitario che, come un veleno, conquista teste a cuori. La guerra alimenta lo schema binario amico-nemico, buono-cattivo, armi-non armi e man mano disegna un mondo senza possibilità di intesa.

Abbiamo deciso di uscire da questo schema e da questa logica alla ricerca di pensieri e di relazioni in cui l’intesa sia almeno augurabile. L’Ucraina non è il palcoscenico né dei nostri ragionamenti né dei nostri sentimenti. Non andiamo in Ucraina per dire che siamo buoni e pacifici. Andiamo per essere accanto agli ucraini aggrediti e martirizzati da tante, troppe, settimane. Siamo lì per abbracciarli e condividere il loro dolore”.

Partiamo da questi principi del decalogo per farci spiegare da Angelo Moretti, portavoce di MEAN e presidente della Rete di Economia Sociale Internazionale Res-Int, presidente della Rete di Economia civile ‘Sale della Terra’ e referente della ‘Rete dei Piccoli Comuni del Welcome’ la scelta della data:

“La nostra iniziativa si svolge l’11 luglio, che è una data significativa per due ricorrenze. E’ il giorno di san Benedetto, patrono d’Europa. Come disse Paolo VI quando lo proclamò patrono, Benedetto seppe infondere ‘unità spirituale in Europa in forza della quale popoli divisi sul piano linguistico, etnico e culturale avvertirono di costituire un unico popolo’.

Ma l’11 luglio è anche l’anniversario di Srebrenica, il peggior massacro in Europa dopo la fine della Seconda guerra mondiale, avvenuto tra l’11 e il 19 luglio del 1995, quando le forze serbe della Bosnia massacrano 8.000 ragazzi e uomini musulmani sotto gli occhi dell’Onu e dell’Europa. L’11 luglio è data quindi di un fallimento storico e di una tenace speranza”.

Perché ancora una marcia della pace in Ucraina?

“Perchè tanti cittadini europei sentono il bisogno di manifestare per ‘Kiev città aperta’, il bisogno di muovere le gambe ed i corpi in direzione dell’affermazione della pace e della solidarietà al popolo aggredito, per non lasciare la sciagura della guerra alla sola logica militare, per  dire che ci sentiamo tutti feriti, tutti colpiti, tutti ucraini e tutti europei, anche in nome delle migliaia di cittadini di russi che non possono esprimere liberamente il proprio pensiero”.

Come si sta attivando la società ucraina per la pace?

“La società civile Ucraina sta agendo fin dai primi giorni in maniera nonviolenta e non solo con la resistenza armata, frapponendosi con corpi disarmati all’arrivo dei carri armati russi, cantando inni  mentre i russi invadono le città, organizzando migliaia di evacuazioni e prestando soccorsi.

Si parla principalmente della grande resistenza, che certamente ha avuto il merito di contenere l’aggressione e difendere la libertà e l’indipendenza di un popolo che non vuole essere oppresso, ma la resistenza è anche delle migliaia di nonviolenti ucraini che non imbracciano i fucili e sono quotidianamente impegnati a mettere in salvo vite umane”.

La cittadinanza attiva può fermare la guerra?

“No! La cittadinanza attiva non può fermare una guerra di aggressione, può però far avanzare la pace e  far arrivare un messaggio chiaro al popolo ucraino: siamo qui con i nostri corpi disarmati accanto a voi, fisicamente, perchè la nostra solidarietà non va misurata solo nelle armi necessarie alla resistenza, ma anche e soprattutto nell’amicizia e nel destino comune di un popolo europeo, un popolo che da Majdan in poi ha deciso in che direzione andare anche sapendo di dover pagare un caro prezzo per la sua indipendenza”.

Quindi un’altra Europa è possibile?

“Sì è possibile; serve però non perdere questa tragica occasione della guerra, non rimandare ancora la decisione di una difesa europea che non sia basata solo sulla competenza militare ma anche sulla ‘pacificazione competente’. Nel 2014 l’Europa avrebbe dovuto inviare in Donbass ed in Crimea i suoi corpi civili di pace; sapevamo che le sanzioni alla Federazione Russa non bastavano a fermare l’aggressione.

Oggi paghiamo, gli ucraini in primis, un duro prezzo di questa miopia europea, che si prolunga dalle violenze di Melilla all’indifferenza delle sorti del popolo Ucraino. Se ripartiamo da un concetto di pace come ‘investimento preventivo’ e non semplicemente come un’urgenza da difendere, l’Europa torna a prendere quel posto nel mondo di costruttrice di pace, quel posto che il ‘warfare’ delle diatribe ataviche tra occidente ed oriente cerca endemicamente di sottrargli”.

Da questa ‘marcia’ quali sono le vostre aspettative?

“Iniziare un dialogo tra popoli che superi quello tra eserciti e tra governi. Uscire dal ‘sentito dire’ sull’Ucraina per entrare nella dimensione di un ‘sentimento reciproco ed autentico’ di amicizia tra le società civili dei due popoli”.

Cosa significa ‘pensare’ la pace?

“Pensare la pace, oggi, significa prima di tutto avere un’idea di futuro desiderabile per l’umanità contro i tanti futuri distopici a cui narrazioni e rappresentazioni ci preparano da decenni. Mettere in atto nuove forme e nuove tecniche del dialogo non ha nulla a che vedere con la rappresentazione di pacifisti e nonviolenti come anime belle intente ‘a giocare alla pace’ o a dichiararsi ‘neutralisti’ mentre gli ucraini sono costretti a far volare i missili anticarro.

Pensare la pace vuol dire prepararla con un’Europa dei cittadini, come diceva Altiero Spinelli; un’Europa dei popoli e non dei nazionalismi, come diceva Giorgio La Pira. E’ ora per noi di salire sulle spalle dei giganti”.

Cosa è il progetto Mean?

“E’ un sogno condiviso di poter fare la differenza, unendoci e camminando insieme, cittadini comuni che sono apertamente e rischiosamente schierati contro ogni guerra e che lottano perchè la guerra non torni a dividere l’’Europa in blocchi contrapposti: il sogno che la nonviolenza sia l’unica arma da spendere per far valere le proprie ragioni e che la  pace torni ad essere un argomento di tutti e per tutti e non solo un tema da addetti al settore. La pace si fa, non si aspetta”.