XXIII Udienza del processo 60SA in Vaticano. Tirabassi: “Su Palazzo Londra fui raggirato”. Difesa del Cardinal Becciu: “Si conferma sua estraneità”. Il Papa, che informato autorizzava, oggi ci ripensa

La complessa trattativa della Segreteria di Stato – approvata da Papa Francesco – con il finanziere Gianluigi Torzi, per recuperare le mille azioni con diritto di voto della società che controllava il palazzo al numero 60 di Sloane Avenue a Londra, è stata al centro della terza parte dell’interrogatorio del Promotore di Giustizia aggiunto Alessandro Diddi a Dott. Fabrizio Tirabassi, già dipendente dell’Ufficio Amministrativo della Segreteria di Stato, accusato di peculato, corruzione, abuso d’ufficio, truffa ed estorsione, uno dei dieci imputati nel Procedimento penale N. 45/2019 RGP vaticano. Era entrato in Segreteria di Stato nel 1987 a 22 anni come dattilografo e poi divenuto esperto di economia e contabilità.

A proposito della questione al centro del suo interrogatorio per quasi sette ore, oggi 7 luglio 2022 durante la ventitreesima udienza nell’ambito del processo davanti al Tribunale vaticano sulla gestione dei fondi della Segreteria di Stato, con al centro la compravendita del Palazzo al numero 60 di Sloane Avenue a Londra, Tirabassi ha dichiarato: “Fui raggirato dall’Avvocato Squillace e da Torzi”.

Il processo dovrebbe proseguire in aula domani, ha annunciato il Presidente del Tribunale vaticano, Giuseppe Pignatone, con l’interrogatorio dell’Avvocato Nicola Squillace, l’advisor di Torzi. Poi, la prossima udienza è prevista per il 14 e possibilmente il 15 luglio 2022, ancora con Tirabassi.

Il Promotore di Giustizia aggiunto Alessandro Diddi ha chiesto all’APSA di poter acquisire agli atti il contratto di vendita del palazzo al numero 60 di Sloane Avenue, di cui abbiamo parlato nei giorni scorsi [QUI, QUI e QUI].

Comunicato stampa nell’interesse di Sua Eminenza il Cardinale Giovanni Angelo Becciu, 7 luglio 2022

Nell’udienza odierna è proseguito l’interrogatorio del dottor Tirabassi incentrato sulle fasi della compravendita del Palazzo di Londra in epoca successiva alla cessazione dall’incarico di Sostituto del Cardinale Becciu.
È stata così confermata ancora una volta l’estraneità di Sua Eminenza ai fatti oggetto di giudizio.
Il Dottor Tirabassi, in particolare, ha sottolineato come Monsignor Perlasca, Capo Ufficio Amministrativo, richiedesse a più riprese l’accentramento della gestione delle pratiche d’investimento finanziario fino a evitare d’informare di problemi i propri Superiori nel desiderio di mostrare un ufficio efficiente.
Sono ulteriori contributi che vanno nella direzione della completa estraneità del Cardinale Becciu rispetto a ogni ipotizzato illecito.

Avvocati Fabio Viglione, Maria Concetta Marzo

L’interrogatorio di Tirabassi odierno – ha riferito il pool di giornalisti ammesso nell’Aula del Tribunale vaticano allestito nella sala polifunzionale dei Musei vaticani nella Città del Vaticano – ha riguardato la fase delle trattative tra il finanziere Gianluigi Torzi e la Segreteria di Stato per riavere dal finanziere Gianluigi Torzi le mille azioni con diritto di voto. “Non c’era nessun sospetto sul possibile rifiuto di Torzi a riconsegnare le azioni”, ha precisato Tirabassi nella sua dichiarazione spontanea: “Nessuno pensava di tutelarsi da Torzi, perché prevaleva la prospettiva di liberarsi dall’impasse”, ha precisato. Interrogato da Diddi, Tirabassi ha affermato: “Sembrava che Torzi fosse disponibile a restituire le azioni. Arrivò a chiedere fino a 50 milioni”.

In aula è stato poi fatto sentire da Diddi per l’accusa un audio, dai toni coloriti e a tratti tesi, accompagnata dalla trascrizione, dell’animato incontro tra tre imputati, Tirabassi, il finanziere Enrico Crasso (consulente esterno della Segreteria di Stato, che ha registrato il colloquio, senza avvisare gli altri due partecipanti) e il finanziere Gianluigi Torzi. Durante quell’incontro i primi due cercavano di convincere il terzo ad accettare non più di 5 milioni di sterline – l’offerta massima di Monsignor Alberto Perlasca

La ventitreesima udienza si era aperta con una dichiarazione spontanea di Tirabassi, per alcune rettifiche su dichiarazioni rese nell’udienza del 31 maggio, perché “dopo 5 ore di interrogatorio ero teso e confuso”, in cui ha precisato, a proposito dello Share Purchase Agreement (Spa) – l’accordo col quale Torzi e il suo avvocato Nicola Squillace avevano di fatto tolto alla Segreteria di Stato il controllo dell’investimento nel palazzo di Londra – di non essersi accorto che solo le mille azioni della società Gutt che Torzi si era riservato avevano diritto di voto, ma non le 30 mila della Segreteria di Stato. “È quello che ho sempre dichiarato in memorie e interrogatori” ha assicurato, perché Tozzi e Squillace, “nella riunione di Londra del 20-22 novembre 2018, dissero che quelle azioni servivano solo per consentire a Torzi di avere un diritto di amministratore e a gestire la società”. Nessuno, né lui, né Crasso, né Perlasca, “pensava di doversi tutelare da Torzi, perché sembrava collaborativo con la Segreteria di Stato per uscire da una situazione delicata”, quella del fondo Athena di Raffaele Mincione.

Ad avvisare del problema-inghippo delle golden share, ha raccontato Tirabassi nella sua dichiarazione spontanea, è stato il 16 dicembre l’ingegner Capaldo, esperto del mercato immobiliare londinese e già collaboratore di Torzi, ma “fino al 19 non sospettammo per nulla che Torzi si sarebbe rifiutato di restituire le mille azioni con diritto di voto. Con Perlasca sospettammo che volesse usarle come sua garanzia, come strumento per avere il contratto di gestione dell’immobile promesso da Perlasca, quindi procrastinava la restituzione”. Capite le intenzioni di Torzi, monsignor Perlasca – ha riferito sempre Tirabassi – si rivolse allo studio legale londinese Mishcon de Reya per cercare di ottenere la restituzione delle azioni.

Prima della ripresa dell’interrogatorio del promotore Diddi, il presidente del Tribunale Giuseppe Pignatone ha chiesto a Tirabassi perché a Londra a definire il passaggio dal Fondo di Mincione a quello di Torzi, sia andato Crasso e non un legale. Tirabassi ha spiegato che è stata una scelta di Mons. Perlasca, per la fiducia che aveva nel finanziere di Credit Suisse e “per risparmiare sulla parcella di un legale”. E poi Perlasca “all’inizio si fidava di Torzi”.

Tirabassi ha spiegato che Perlasca tendeva a non comunicare tutti i particolari delle trattative al sostituto della Segretaria di Stato Monsignor Peña Parra “per non dargli il peso della cosa”. E ha ammesso che la lettera di procura che autorizzava Perlasca a firmare la contestata Spa per la divisione delle azioni, datata 22 novembre, era stata sottoposta e fatta firmare al sostituto solo il 26 novembre. Incalzato dalle domande di Diddi, Tirabassi ha ripercorso le successive tappe della trattativa con Torzi, che in un primo momento, oltre ad autonominarsi presidente della Gutt che controllava il Palazzo di Londra, nominò Tirabassi amministratore il 27 novembre ma senza un’assemblea dei soci, solo con una delibera.

Così si arriva alla riunione all’Hotel Bulgari di Milano del 19 dicembre, quella registrata da Crasso. “Era finalizzata ad una via d’uscita bonaria… con la cessione delle mille azioni ad un prezzo massimo di 5 milioni, a titolo dell’intermediazione svolta da Torzi per il trasferimento del Palazzo dal fondo di Mincione”. “Arrivò a chiedere fino a 15 milioni, o almeno 10 – racconta Tirabassi – diceva di aver dovuto sostenere tante spese, senza giustificarle”. Diddi lo ha incalzato chiedendo perché Torzi chiedeva di investire 50 milioni di sterline in un’obbligazione e un fondo legato a crediti sanitari in sofferenza, in cambio della cessione delle mille azioni, dicendo che Tirabassi “glieli aveva promessi”. Ma l’ex-funzionario della Segreteria di Stato ha negato questa circostanza. 

L’interrogatorio di Diddi arriva al 22 dicembre e all’incontro col Papa chiesto da Intendente, il legale di Torzi, con Milanese, per manifestare il loro stupore che la Segreteria di Stato ad un mese dalla conclusione degli accordi non avesse ancora attivato il contratto di gestione. Davanti alla preoccupazione di Peña Parra, presente a questo incontro, Tirabassi ha ammesso di non aver capito il valore delle 1000 azioni con diritto di voto, e che era pronto ad accettare ogni decisione nei suoi confronti, per essersi “fatto raggirare da Squillace e da Torzi”. Alla fine prima Milanese poi Dal Fabbro, amico personale di Tirabassi, furono coinvolti nella trattativa con Torzi, che accettò 20 milioni di sterline, alla fine ridotte a 15, a maggio 2019, da accordi tra gli studi legali, per lasciare le azioni con diritto di voto.

Il giorno seguente – ha proseguito – “il Sostituto della Segreteria di Stato, l’Arcivescovo Edgar Peña Parra, convocò una riunione con Torzi e Intendente in cui venne manifestato stupore per il fatto che Mons. Alberto Perlasca (il Capo dell’Ufficio Amministrativo della Segreteria di Stato, non imputato, diventato una specie di pentito, collaborare di giustizia e testimone chiave dell’accusa contro Becciu) volesse disdire i contratti”. “Il Santo Padre chiese a Torzi di trattare direttamente la questione con il Sostituto”, ha reso noto ancora Tirabassi. Entrando nel merito dell’acquisto delle mille azioni con “golden share”, Tirabassi ha sostenuto che “il pagamento di 20 milioni di euro fu autorizzato dal Papa”.

In seguito ad una lettera mandata da Tommaso Di Ruzza, l’allora Direttore dell’Autorità di Informazione Finanziaria (AIF), Tirabassi ha rivelato che dei 20 milioni autorizzati dal Papa ne furono pagati 15, tramite “fatture per consulenze immobiliari”. Dopo il 2 maggio 2019, ha dichiarato Tirabassi, maturò la decisione di trasformare la destinazione d’uso dell’immobile di Sloane Avenue a fini commerciali, cioè in negozi e uffici, e non in residenze di lusso, “perché il Santo Padre – ha affermato Tirabassi –  non lo apprezzava”. Alla fine di tutta la vicenda, ha concluso Tirabassi, il Sostituto Peña Parra chiede a Tirabassi di stilare un memorandum da consegnare al Papa, in cui si riscontrano espressioni come “operazione fraudolenta” ed “estorsione” ai danni della Segreteria di Stato.  Espressioni che Tirabassi ha rispedito al mittente, definendole “troppo forti” e precisando di essere stato solo l’autore di una bozza del documento – peraltro mancante dell’ultima riga – che era stato poi rimaneggiato a più mani, delle quali manca un’identità precisa.

L’interrogatorio di Fabrizio Tirabassi “dimostra che la fase finale della vicenda, compresa la decisione di pagare sia Mincione che Torzi. è stata eseguita con la piena approvazione dei vertici vaticani”. Lo sottolineano i legali di Tirabassi, gli Avvocati Cataldo Intrieri e Massimo Bassi. “Aspettiamo con vivo interesse che il Vaticano depositi il contratto completato di vendita dell’immobile di Sloane Avenue per capire la reale entità delle perdite ammesso che perdite vi siano state”, osservano.

Intanto, Papa Francesco è tornato a parlare della questione della gestione dei fondi della Segreteria di Stato, per cui è in corso il processo in Vaticano. Intervistato dal Phil Pullella per la Reuters, alla domanda se ci siano stati abbastanza cambiamenti per evitare che non si ripetono simili scandali, il Santo Padre ha risposto: «Credo di sì. La creazione della Segreteria per l’Economia con persone tecniche, che capiscono, che non cadono nelle mani dei benefattori, tra virgolette, o degli amici che puoi ti fanno scivolare, credo che questo nuovo Dicastero, diciamo così, che ha nelle mani tutto il finanziamento, è una sicurezza sul serio nell’amministrazione. Perché prima l’amministrazione era molto disordinata”. Papa Francesco ha puntato il dito contro la “irresponsabilità della struttura, in quel momento, che dava la responsabilità a una persona buona che era lì perché aveva il posto che aveva. E questo non sapeva (di cose finanziarie) e doveva chiedere l’aiuto fuori senza controlli sufficienti da dentro. Non era matura, l’amministrazione. Quest’idea per la Segreteria per l’Economia è nata dal Cardinal Pell. È stato lui il genio”.

Postscriptum a margine

«Non solo millanta di far ottenere udienze private con Papa Francesco, riferisce di conoscere preti che hanno filo diretto con Pietro Parolin, ha subito una condanna per FALSITÀ MATERIALE IN ATTI PUBBLICI ma non ha neppure cognizione di cosa sia l’8×1000 e l’Obolo di San Pietro.
Piuttosto che scrivere, millantando anche titoli che non ha, forse sarebbe il caso che Massimiliano Coccia si metta a studiare.
L’otto per mille non ha nulla a che vedere con questo Stato e non è certamente destinato “al sostegno dei non abbienti e al sociale”.
L’otto per mille alla Chiesa Cattolica ITALIANA e quindi non allo Stato della Città del Vaticano o alla Santa Sede deve essere destinato (PER LEGGE, cosa che Coccia non sa neppure cosa sia) per esigenze di culto e pastorale della popolazione italiana; per il sostentamento dei presbiteri e per interventi caritativi in Italia e nei Paesi in via di sviluppo.
L’Obolo di San Pietro non sono “le tante elemosine raccolte in giro per il mondo” ma sono solo i soldi raccolti e inviati al Papa il giorno dei Santi Pietro e Paolo, le donazioni da parte delle diocesi fatte ai sensi del Can. 1271 CIC o direttamente versati sul sito obolodisanpietro.va.
Massimiliano Coccia non ha mai messo piede qui dentro e, anche se lo desidera molto, mai ce lo metterà. Ha solo goduto di qualche “manina” sapiente di laici che abbiamo introdotto e ora spadroneggiano passando anche carte riservate a soggetti che millantano il titolo di giornalista pur non essendo tali» (Silere non possum, 8 luglio 2022).