L’Arcivescovo Carlo Maria Viganò: Usque ad effusionem sanguinis. A proposito delle nomine cardinalizie del prossimo Concistoro nel segno di Caligola

Riceviamo e volentieri riportiamo la riflessione che segue, dell’Arcivescovo Carlo Maria Viganò, Nunzio Apostolico emerito, sulle nomine nel Collegio cardinalizie preannunciate da Papa Francesco domenica 29 maggio per il 27 agosto 2022.

Usque ad effusionem sanguinis
A proposito delle nomine del prossimo concistoro

Se potessimo chiedere a San Gregorio Magno, a San Pio V, al Beato Pio IX, a San Pio X, al Venerabile Pio XII sulla base di quali valutazioni essi abbiano scelto i Prelati da insignire della Sacra Porpora, ci sentiremmo rispondere da tutti, nessuno escluso, che il principale requisito per diventare Principi di Santa Romana Chiesa è la santità di vita, l’eccellenza in particolari virtù, l’erudizione nelle discipline ecclesiastiche, la saggezza nell’esercizio dell’Autorità, la fedeltà alla Sede Apostolica e al Vicario di Cristo. Molti dei Cardinali creati da questi Pontefici divennero Papi a loro volta; altri si distinsero per il loro contributo al governo della Chiesa; altri ancora meritarono di essere elevati alla gloria degli altari e di esser proclamati Dottori della Chiesa, come San Carlo Borromeo e San Roberto Bellarmino.

Parimenti, se potessimo chiedere ai Cardinali creati da San Gregorio Magno, da San Pio V, dal Beato Pio IX, da San Pio X, dl venerabile Pio XII come essi concepissero la dignità a cui erano stati elevati, ci avrebbero risposto, nessuno escluso, che si sentivano indegni del ruolo ricoperto e fiduciosi nell’aiuto della Grazia di stato. Tutti costoro, dal più insigne al meno noto, consideravano imprescindibile per la propria santificazione dar prova di assoluta fedeltà al Magistero immutabile della Chiesa, di eroica testimonianza della Fede con la predicazione del Vangelo e la difesa delle Verità rivelate, di filiale obbedienza alla Sede di Pietro, Vicario di Cristo e Successore del Principe degli Apostoli.

Chi oggi rivolgesse queste domande a colui che sta assiso sul Soglio e a coloro che egli ha elevato alla Porpora, scoprirebbe con grande scandalo che la nomina cardinalizia è considerata al pari di un qualsiasi incarico di prestigio di un’istituzione civile, e che non sono le virtù richieste per quella carica a portare a scegliere questo o quel candidato, ma il suo livello di corruttibilità, di ricattabilità, di appartenenza a questa o quella corrente. E lo stesso, anzi forse peggio, accadrebbe nel presumere che, come nelle cose di Dio i Suoi ministri dovrebbero essere esempio di santità, così nelle cose di Cesare i governanti siano guidati dalle virtù di governo e mossi dal bene comune.

I cardinali nominati dalla chiesa bergogliana sono perfettamente coerenti con quella deep church di cui sono espressione, così come i ministri e i funzionari dello Stato sono scelti e nominati dal deep state. E se questo avviene, è perché la crisi dell’autorità a cui assistiamo da secoli nel mondo e da sessant’anni nella Chiesa è in metastasi.

Vertici onesti e incorruttibili pretendono e ottengono collaboratori convinti e fedeli, perché il loro consenso e la loro collaborazione deriva dalla condivisione di un fine buono – santificazione propria e altrui – ricorrendo a strumenti moralmente buoni. Analogamente, vertici corrotti e traditori richiedono subalterni non meno corrotti e disposti al tradimento, perché il loro consenso e la loro collaborazione deriva dalla complicità nel crimine, dalla ricattabilità del sicario e del mandante, dalla mancanza di qualsiasi remora morale nell’eseguire gli ordini. Ma la fedeltà nel male, non dimentichiamolo, è sempre a tempo, e su di essa grava la spada di Damocle del mantenimento del potere del padrone e dall’assenza di un’alternativa più allettante o remunerativa per chi lo serve. Viceversa, la fedeltà nel Bene – ossia fondata in Dio Carità e Verità – non conosce ripensamenti, ed è disposta a sacrificare la vita – usque ad effusionem sanguinis – per quell’autorità spirituale o temporale che è vicaria dell’Autorità di Nostro Signore, Re e Sommo Sacerdote. Questo è il martyrium simboleggiato dalla veste cardinalizia. Questa sarà anche la condanna di chi la profana credendosi protetto dalle Mura Leonine.

Non stupisce quindi che un’Autorità che si fonda sul ricatto si circondi di persone ricattabili, né che un potere esercitato per conto di una lobby eversiva voglia garantire continuità alla linea intrapresa, impedendo che il prossimo Conclave elegga un Papa e non un piazzista di vaccini o un propagandista del Nuovo Ordine Mondiale.

Mi chiedo tuttavia quale degli Eminentissimi che costellano le cronache boccaccesche della stampa coi loro pittoreschi soprannomi e con il fardello di scandali finanziari e sessuali sarebbero disposti a dare la vita non dico per il loro padrone di Santa Marta – che si guarderebbe bene a sua volta di darla per i suoi cortigiani – ma anche per Nostro Signore, ammesso che non Gli abbiano sostituito nel frattempo la Pachamama.

Ecco: in questo mi pare consista il nocciolo della questione. Pietro, mi ami tu più di costoro? (Gv 21, 15-17). Non oso pensare cosa risponderebbe Bergoglio; so invece cosa risponderebbero questi personaggi, insigniti del Cardinalato come Caligola [1] conferì il laticlavio al suo cavallo Incitatus in spregio al Senato Romano: Non lo conosco (Lc 22, 54-62).

Sia compito precipuo dei Cattolici – laici e chierici – implorare dal Padrone della Vigna di venire a far giustizia dei cinghiali che la devastano. Finché questa setta di corrotti e fornicatori non sarà scacciata dal tempio, non potremo sperare che la società civile sia migliore di coloro che dovrebbero esserle di edificazione e non di scandalo.

+ Carlo Maria Viganò, Arcivescovo
2 giugno 2022


[1] “Stravagante, eccentrico e depravato. Le poche fonti storiografiche definiscono così il regno di Caligola, l’imperatore romano che secondo la leggenda osò fare senatore il suo cavallo (che per la cronaca si chiama Incitatus). Alla fine del suo regno, Caligola pretendeva di essere chiamato Dio, che è un po’ più che unto dal Signore” [2].

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Caligola con il suo cavallo, Incitatus, che mangia alla stessa tavola dell’Imperatore (Foto di Mary Evans P.L./Cordon Press).

[2] Incitatus, il cavallo che rischiò di diventare console
L’imperatore Caligola passò alla storia per il suo carattere dispotico e crudele, ma anche per le sue numerose stravaganze. Una delle più famose riguarda il suo cavallo, Incitatus, che secondo alcuni storici l’imperatore volle nominare console e sacerdote
di Abel de Medici
National Geografic, 17 giugno 2020


Caligola, uno dei molti imperatori romani dalla pessima reputazione, era noto per il suo carattere volubile e dispotico, che alla fine lo portò ad essere assassinato. Dopo la sua morte si scrissero numerose storie sui suoi capricci e follie; una delle più famose, se prendiamo per buone le fonti romane, è quella che riguarda la sua intenzione di far diventare console il suo cavallo.

L’animale in questione si chiamava Incitatus ed era il cavallo preferito dell’imperatore, che nutriva per lui una vera e propria devozione. La notte prima di ogni gara a cui l’animale partecipava, Caligola la trascorreva dormendo a fianco a lui. Per fare in modo che nulla disturbasse il sonno del cavallo l’imperatore decretava un silenzio generale – di solito la notte a Roma era molto rumorosa – e chi lo violava era giustiziato. L’unica volta che Incitatus perse una gara Caligola mandò a morte l’auriga (che conduceva il carro). Come se non bastasse ordinò che fosse ucciso nella maniera più lenta possibile in modo da prolungarne la sofferenza.

Lo storico Cassio Dione ci tramanda alcuni dei lussi di cui poteva godere l’animale. La sua alimentazione era a base di fiocchi d’avena, frutti di mare e pollo; aveva delle coperte di porpora e pietre preziose e una villa con dei servi che si dedicavano esclusivamente a lui; viveva infine in delle stalle di marmo con mangiatoie d’avorio. A volte il cavallo mangiava alla stessa tavola dell’imperatore e, quando questi brindava in suo onore, il resto dei commensali doveva fare lo stesso se non voleva essere giustiziato.

L’imperatore amava il suo cavallo con la stessa intensità con la quale disprezzava i senatori romani, ai quali mostrava il suo sdegno in ogni occasione. Secondo lo storico Svetonio, in diverse occasioni Caligola espresse la sua intenzione di nominare Incitatus console e sacerdote, possibilmente per mettere in ridicolo i senatori e dimostrare che il loro ruolo e la loro reputazione gli importavano assai poco e che un cavallo avrebbe potuto svolgere perfettamente le stesse loro funzioni.

Oggi si nutrono diversi dubbi sulla veridicità di questo aneddoto soprattutto perché entrambi gli storici che lo raccontano, Svetonio e Cassio Dione, vissero tempo dopo la morte dell’imperatore e forse furono influenzati dalla cattiva opinione che ammantò la figura di Caligola durante la sua vita e – soprattutto – dopo la sua morte. Un’altra ipotesi del tutto credibile è che la vicenda potesse essere uno scherzo dello stesso imperatore, dotato di uno strano senso dell’umorismo, che però i senatori avevano preso sul serio. Viste le precedenti stravaganze a cui li aveva abituati Caligola, nominare console il suo cavallo era da considerarsi come un gesto perfettamente in linea con il suo comportamento.

Insomma, sebbene non si sappia con certezza se Caligola avesse effettivamente intenzione di “promuovere” il suo cavallo, quel che è certo è che non ne ebbe il tempo: fu assassinato dalla propria guardia pretoriana dietro istigazione di alcuni senatori.

L’assassinio di Caligola, avvenuto il 24 gennaio del 41 d.C. (Foto di Mary Evans P.L./Cordon Press).

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