Processo vaticano a Becciu: per i Promotori di (in)giustizia vaticani il reato del Cardinale è parlare con i media. Oggi la sedicesima udienza

Ormai siamo oltre il grottesco, i magistrati vaticani nominati da Papa Francesco e che giudicano a nome suo, mettono il bavaglio alla stampa. Nell’interrogatorio del Cardinale Angelo Becciu il Promotore di (in)giustizia aggiunto, Avv. Alessandro Diddi chiede: “Conosce Renato Farina, che ha fatto una serie di articoli su Libero? Lo ha ricevuto a casa sua?”. Altro che libertà di espressione.

Interviene il Presidente del Tribunale Giuseppe Pignatone, che lo blocca: ”La domanda non è ammessa perché non connessa coi fatti di prova”. Insomma: che un cardinale conosca un giornalista e magari cerchi di parlargli non è ancora un reato. In proseguimento del nostro articolo di ieri, 18 maggio 2022 [XV udienza nel processo 60SA in Vaticano. Viene confermato sempre più le responsabilità del Papa, che mette al primo posto la sua immagine, non la Verità], riportiamo la denuncia di Vittorio Feltri su Libero Quotidiano di oggi.

Poi, i punti salienti della sedicesima udienza di oggi, come riportati nel Comunicato Stampa dei difensori del Cardinal Becciu, da ACI Stampa e da Silere non possum: «Non si respira un bel clima in Vaticano in questi giorni. Papa Francesco è molto nervoso perché ciò che sta emergendo dal processo sul palazzo di Londra non è ciò che lui si aspettava. Era convinto che gli imputati non lo coinvolgessero e, invece, si è trovato a fare i conti con la dura realtà. (…) Non solo dal processo sta emergendo che il Papa era coinvolto nell’affaire londinese ma è venuta meno tutta quella schiera di giornalisti che prendevano le sue difese. Per Francesco l’immagine è tutto». Costatazione che si può approfondire qui: Il Caminante-Wanderer sulla liturgia e Papa Zelig. Peronismo allo stato puro: la distorsione permanente tra ciò che dice e ciò che fa – 16 maggio 2022. e qui: Il modo in cui è stato condotto il processo contro Becciu in Vaticano mette a rischio il governo e la credibilità della Santa Sede stessa – 18 maggio 2022.

Bavaglio alla stampa
Il reato di Becciu per i magistrati è parlare con Libero
di Vittorio Feltri
Libero Quotidiano, 19 maggio 2022


Ieri all’ombra del cupolone è proseguito l’interrogatorio del Cardinale Angelo Becciu. A condurlo per 8 ore è stato il Promotore di Giustizia (cosi in Vaticano è chiamato il pubblico ministero) Professor Alessandro Diddi. Il quale, dopo aver menato un po’ il can per l’aia, si è atteggiato a Torquemada, e improvvisamente se n’è uscito con un quesito che non c’entra con l’obolo di San Pietro: “Conosce Renato Farina, che ha fatto una serie di articoli su Libero? Lo ha ricevuto a casa sua?”. Interviene il Presidente del Tribunale Giuseppe Pignatone, che lo blocca: ”La domanda non è ammessa perché non connessa coi fatti di prova”. Insomma: che un cardinale conosca un giornalista e magari cerchi di parlargli non è ancora un reato.

Pressioni

In realtà il pm Diddi è riuscito, senza nemmeno aver bisogno di una risposta, a esercitare una pressione degna della Bielorussia per condizionare chiunque osi distanziarsi dalla versione accreditata dagli accusatori e fatta propria quietamente dalla stragrande maggioranza dei giornali. Il pm insomma vuole indagare sul dissenso, un po’ come usa da Putin.

Libero infatti, e i lettori lo sanno, si è occupato, non solo a firma di Renato, della defenestrazione improvvisa e senza prove di Becciu. Un caso di gogna di ampiezza mondiale. Nessuno prima di questo giornale [per amor del vero sono obbligato a ricordare la copertura data da questo Blog dell’Editore al caso Becciu, con una linea coerente e costante alla ricerca della verità. V.v.B.] aveva alzato il dito sollevando dei dubbi. Che si sono rivelati fondati. Tant’è che le prove si sono sbriciolate. Confesso: il primo a scriverne in serie sono stato io. Lesa maestà del promotore di giustizia?

Insinuazioni

Nell’aula del processo mi dicono sia appeso un grande ritratto di Papa Francesco, sotto i cui occhi ieri il pm da lui dipendente si è permesso un attacco alla libertà di stampa magari pedinando chi cerca notizie. Insinuando che cosa, non si capisce bene. O forse sì. Già Report nella primavera dello scorso anno, siccome Farina si era permesso di uscire dal corteo degli accusatori, ne ha sparato la fotografia durante la trasmissione a scopo un pochino intimidatorio. Fin lì, amen, era la Rai: di tutto e di più. Ma che questo metodo penetri dentro la giustizia papale, sorprende persino un ateo come il sottoscritto.

Piuttosto Diddi spieghi se ha indagato, e magari ha trovato qualche indizio, sulla fuga di documenti in violazione del segreto istruttorio finiti all’Espresso, e sbugiardati proprio da Libero. Ha qualche idea sulla manina o manona che si è prestata al gioco turpe di far fuori i cardinali prima del processo, ingannando anche il Pontefice?

Comunicato stampa nell’interesse di Sua Eminenza il Cardinale Giovanni Angelo Becciu, 19 maggio 2022
“Ho controllato sempre con il massimo rigore i documenti analizzati e istruiti da mons. Perlasca”
Le puntualizzazioni di Sua Eminenza Cardinale Angelo Becciu nelle dichiarazioni spontanee presentata all’udienza del 18 maggio


Nelle udienze del 18 e 19 maggio il Cardinale Becciu ha voluto chiarire in via definitiva una serie di questioni sollevate durante il dibattimento del 5 maggio, dai finanziamenti alla diocesi di Ozieri all’affaire del palazzo di Londra.

1) Il Revisore generale non poteva accedere alle carte della Sds. “Dubito fortemente che il Revisore generale abbia potuto conoscere la contabilità dell’Ufficio”. Il Cardinale Becciu mette in discussione la possibilità di accesso del Revisore – la cui relazione è agli atti dell’accusa – in quanto “la Sds-Segreteria di Stato era completamente autonoma dal punto di vista finanziario. Per violare tale autonomia si aveva bisogno di un mandato specifico del Papa, ma non è mai avvenuto. Anzi nel 2016 vi fu un rescritto consegnatoci dal Cardinal Parolin dove si ribadiva tale autonomia”. Precisa Becciu: “La Sds era sì un dicastero, ma sui generis. Non come gli altri, né poteva esserlo, perché era la Segreteria del Papa e rappresentava il governo della Santa Sede”.

2) Investimenti solo in base a verifiche e proposte dell’ufficio amministrativo. Nell’udienza Sua Eminenza ha ribadito ancora una volta: “Non ho mai messo in atto decisioni strategiche di investimento. Quelle compiute sono state fatte in base alle proposte dell’Ufficio apposito. Mi davano le loro motivazioni come è avvenuto per il palazzo di Londra e non avendo avuto ragioni contrarie ho dato il mio assenso”. Il responsabile dell’ufficio amministrativo, titolato a istruire, valutare e conferire o meno validità a un’ipotesi di investimento, era monsignor Alberto Perlasca. “Di gran competenza” ha sottolineato il Cardinale. Perlasca è stato indagato e poi archiviato, quindi scagionato da ogni possibile accusa e responsabilità. Se, dunque, Perlasca istruiva le pratiche per Sua Eminenza ed è stato archiviato, come può restare sostenibile l’accusa per il Cardinal Becciu che riceveva e sottoscriveva i documenti inviati da Perlasca in un rapporto “di piena fiducia” come ha detto Becciu in udienza?

3) Sugli investimenti e sul Palazzo di Londra. “Perlasca non mi disse niente”. Sua Eminenza ripete di aver avuto per Mons. Perlasca, capo del suo ufficio amministrativo, “stima per la sua correttezza e onestà. Ciò che gli rimprovero è che non mi disse niente sulle ipotizzate criticità degli investimenti e del Palazzo di Londra”. Ricorda come “mi sottolinearono i grandi vantaggi dell’operazione. Solo vantaggi, non note negative”. Inoltre, ha spiegato, “mi fidavo di Mons. Perlasca”.

4) Il commento dei difensori. “Il Cardinale ha chiarito ampiamente, già dalle scorse udienze, le uniche contestazioni formulate dall’Accusa circa la cooperativa Spes — i due contributi del 2015 e del 2018 — spiegando fatti ormai notori: il sostegno a un panificio e a un centro polifunzionale a vocazione sociale” sottolineano i difensori di Sua Eminenza, Fabio Viglione e Maria Concetta Marzo. I finanziamenti alla coop Spesa finanziamenti avevano “una esclusiva finalità caritativa, dimostrata con evidenza per tabulas e con i fatti”. In generale “il Cardinale ha spiegato ogni vicenda rilevante per il processo. Ha evitato di rispondere solo alle domande formulate dal Promotore di Giustizia su fatti estranei alle contestazioni”.

5) I rapporti con Cecilia Marogna. “Il Cardinale ha, infine, ulteriormente ribadito i rapporti con la signora Marogna chiarendo definitivamente la natura istituzionale dell’incarico conferitole – sottolineano i difensori Viglione e Marzo – fornendo ogni coordinata necessaria a verificare l’assoluta correttezza del suo operato. Anche sul presunto tentativo di subornazione il Cardinale ha fatto emergere la assoluta correttezza della propria condotta chiarendo l’assoluta infondatezza dell’accusa”.

Avvocati Fabio Viglione, Maria Concetta Marzo

Processo Palazzo di Londra, il colpo di scena Perlasca all’interrogatorio Becciu
Nell’ultima parte dell’interrogatorio al Cardinale Angelo Becciu, compare il “super testimone” Perlasca, subito allontanato dal Presidente Pignatone. Cecilia Marogna presenta un lungo memoriale
di Andrea Gagliarducci
ACI Stampa, 19 maggio 2022


Proprio mentre il Cardinale Angelo Becciu sta dicendo che, se avesse mai sospettato che Monsignor Alberto Perlasca stesse nascondendo qualcosa, questo sarebbe dovuto andarsene, lo stesso Monsignor Perlasca entra da una porta laterale dell’aula polifunzionale dei Musei Vaticani che fa da aula di tribunale, zainetto di pelle sulla spalla destra. Alla sua vista, il Promotore di Giustizia Alessandro Diddi ne fa notare la presenza, mettendo in luce come potesse essere un problema, essendo anche un testimone. E il Presidente del Tribunale Giuseppe Pignatone lo invita subito a lasciare l’aula, cosa che Monsignor Perlasca fa piuttosto di malavoglia.

È questo il colpo di scena dell’ultima parte dell’interrogatorio del Cardinale Angelo Becciu. Altra novità del processo è il memoriale di poco più di venti pagine depositato da Cecilia Marogna, l’esperta di intelligence che ha aiutato la Segreteria di Stato nella liberazione di Suor Gloria Narvaez, e che dettaglia una serie di rapporti avuti con il Vaticano: dall’incontro con vertici dei servizi italiani, al ruolo avuto come intermediaria con alcuni emissari russi che volevano acquisire le reliquie di San Nicola, ai colloqui con l’imprenditore Piergiorgio Bassi su un fondo Imperial che sarebbe stato a suo dire depositato nello IOR, fino ai rapporti con la società di intelligence Inkerman. (…)

All’inizio dell’udienza, il Cardinale Becciu ha reso una dichiarazione spontanea, breve, mostrando sconcerto per come era stato trattato con domande che hanno offeso “la sua dignità di sacerdote”, e facendo sapere che non avrebbe più risposto a domande che non riguardavano i capi di imputazione, come quelli del contributo della Conferenza Episcopale Italiana alla Diocesi di Ozieri.

Dopo varie opposizioni, il Presidente del Tribunale Pignatone ha emesso una ordinanza sottolineando che no, la questione della CEI non è parte del processo, ma che le domande sono ammesse, perché potrebbero permettere di acclarare la verità. Da quel momento in poi, il Cardinale Becciu si è sempre avvalso della facoltà di non rispondere quando gli sono state fatte domande sulla CEI. Tra l’altro, sembra di comprendere che non ci sia un fascicolo aperto sulla questione della CEI, come non ci sono sostanziali novità, sia dalla fine dell’interrogatorio del Promotore di Giustizia, sia nelle domande successive delle parti civili. Il Cardinale Becciu ha sempre ribadito di aver sempre avuto totale fiducia nel suo ufficio amministrativo, e che dunque aveva accolto tutti i suggerimenti.

Da notare che nel botta e risposta con l’avvocato Lipari dell’Istituto per le Opere di Religione, il Cardinale ha anche sottolineato che gli investimenti erano necessari perché la Santa Sede si trasportava da tempo un deficit, che lo IOR fino al 2013 aveva contribuito con un assegno annuale di 50 milioni (soldi che venivano usati per coprire le spese di Radio Vaticana e delle Nunziature) e che poi questo assegno si era improvvisamente dimezzato. Quell’aiuto era particolarmente importante per la Segreteria di Stato, che poteva così coprire parte dei suoi deficit. (…)

A fine udienza, il giudice a latere nota con il Cardinale Becciu che lui, sul fronte investimenti, si era sempre fidato delle proposte di monsignor Perlasca e di Fabrizio Tirabassi, e chiede in che modo si esercitavano i suoi poteri di Sostituto. Il Cardinale risponde: “Se avessi capito che c’era qualcosa che non andava, o avessi avuto intuizioni di orientarsi in altra maniera, o meglio investire altrove, avrei potuto dire loro diversamente, non avevo avuto occasioni e non mi hanno mai offerto occasioni per andare contro le loro proposte”.

Sloane Avenue: il disobbediente Perlasca fa irruzione in aula
Silere non possum, 19 maggio 2022


Non si respira un bel clima in Vaticano in questi giorni. Papa Francesco è molto nervoso perché ciò che sta emergendo dal processo sul palazzo di Londra non è ciò che lui si aspettava. Era convinto che gli imputati non lo coinvolgessero e, invece, si è trovato a fare i conti con la dura realtà. Inoltre, il Papa ha confessato a diversi sacerdoti che non accetta di doversi mostrare in carrozzina, ma il dolore al ginocchio non gli permette di fare il super eroe.

Non solo dal processo sta emergendo che il Papa era coinvolto nell’affaire londinese ma è venuta meno tutta quella schiera di giornalisti che prendevano le sue difese. Per Francesco l’immagine è tutto, è stata la scommessa dei Cardinali nel 2013. Basti pensare alla narrativa che è stata portata avanti da quando nel 2020 Francesco disse al Cardinale Angelo Becciu di lasciare immediatamente il suo ufficio fino a qualche mese fa, quando in aula hanno iniziato a parlare gli imputati. Ieri tutti contro Becciu, oggi tutti contro il Tribunale. Sì perché nessuno ha il coraggio di dire che il Tribunale fa ciò che vuole il Papa, nessuno ha il coraggio (o l’onestà morale) di dire che è da Santa Marta che si muovono i fili di questo procedimento penale. Eppure questa vicenda ci insegna che la ruota gira, e chi era in alto ora tocca il fondo. Chi vive oltre Tevere lo sa, è una regola base, in modo particolare con Papa Francesco. La particolarità del carattere di Francesco è proprio questa: un giorno ti mette in pole position e il giorno dopo ti caccia senza fornirti spiegazioni. A Santa Marta si dice che il Papa sia meteopatico ma si tratta di una semplificazione di un carattere ben più complesso. Jorge Mario Bergoglio non ama essere contraddetto e questo a Buenos Aires lo sanno bene. La sua formazione è gesuitica ed è stato abituato sin dai primi anni di seminario a confrontarsi con personaggi molto autoritari e per lui l’obbedienza è tutto. Seppur spesso appaia come un Papa aperto, in realtà è il Pontefice più autoritario degli ultimi 50 anni.

Le udienze del processo Sloane Avenue

Oggi si è celebrata la 16° udienza del processo Sloane Avenue a carico del Cardinale Angelo Becciu ed altri imputati. Durante la seconda giornata di interrogatorio del Cardinale, ieri, è emerso che fu Papa Francesco in persona a chiedere a Becciu di licenziare Libero Milone, l’uomo che era stato chiamato a ricoprire il ruolo di revisore generale. L’ex sostituto, in aula ha spiegato che Bergoglio gli disse: “Convocalo e digli che non ho più fiducia in lui”. Questa è la versione che il cardinale è stato autorizzato a fornire al Tribunale dal Papa. Ma le cose non andarono proprio così, lo sappiamo bene.

Nel 2017 Libero Milone riferì al Corriere della Sera: “Non mi sono dimesso volontariamente. Sono stato minacciato di arresto. Il capo della Gendarmeria mi ha intimidito per costringermi a firmare una lettera che avevano già pronta… Becciu mi disse che il Papa chiedeva le mie dimissioni e quando gli dissi che volevo parlare con il Papa, lui mi disse di rivolgermi alla Gendarmeria. Quando andai in caserma notai subito un comportamento aggressivo. Ricordo che a un certo punto il comandante Domenico Giani mi urlò in faccia che dovevo ammettere tutto, confessare. Ma confessare che cosa? Non avevo fatto nulla. Alla Gendarmeria ero solo; Giani con altri due ufficiali. Quando poi siamo andati nel mio ufficio c’erano anche i miei collaboratori, che si preoccuparono sentendo le grida. Bloccarono tutti dentro gli uffici, comprese le segretarie, fino alle 8.30 di sera. E ci intimarono di consegnare tutti i documenti. Uno dei vice-revisori era assente. E furono chiamati i pompieri del Vaticano per forzare armadio e scrivania.
Come accusa mi mostrarono due fatture intestate a un unico fornitore, e accusato di avere compiuto una distrazione di fondi: dunque un peculato, come pubblico ufficiale. Vidi che su entrambe le fatture c’era il timbro del mio ufficio, ma solo una era firmata da me. L’altro aveva come firma uno scarabocchio. Chiesi chi l’avesse timbrata e pagata, e a chi. Mi risposero che una delle due era falsa. Erano conti per indagini ambientali, per 28 mila euro, per ripulire gli uffici da eventuali microspie. In più, il decreto del tribunale parlava solo delle mie competenze contabili, senza citare i controlli sull’antiriciclaggio e la lotta alla corruzione, contenute nello statuto. E con questo mi hanno accusato anche di avere cercato informazioni impropriamente su esponenti vaticani. Scoprii che indagavano da oltre 7 mesi su di me. Hanno sequestrato documenti ufficiali protocollati e coperti dal segreto di Stato. Mi fecero sentire un’intercettazione con la mia voce per spaventarmi ulteriormente. E siccome rivendicavo la mia innocenza, Giani mi disse che, o confessavo, o rischiavo di passare la notte in Gendarmeria. Se il vostro obiettivo è farmi dimettere, mi dimetto. Vado a preparare la lettera, dissi. Loro mi presentarono una lettera già pronta. Era il 19 giugno ma la lettera era datata 12 maggio. Mi rifiutai di firmarla e loro dissero che si erano sbagliati. Poi portarono via tutto, anche il mio telefonino e l’iPad: c’erano dentro notizie su società quotate in Borsa e anche il mio abbonamento al Corriere. Il giorno dopo interrogarono per cinque ore uno dei miei vice, Ferruccio Panicco, e gli chiesero le dimissioni. I miei oggetti personali mi furono restituiti solo una settimana dopo con una lettera firmata da monsignor Becciu. Strano anche questo, no?”.

Chiaro no? Oggi sei colui che lo aiuta a far fuori qualcuno e domani sarai colui che verrà fatto fuori. Nessuno è al sicuro. Anzi, no, qualcuno c’è. Si tratta degli amici di vecchia data. Se sei stato così fortunato da essere entrato nel suo cerchio magico prima del 2013, può essere che tu sia salvo. Basta guardare al trattamento riservato a Mons. Gustavo Óscar Zanchetta e a Sua Eminenza Reverendissima il Sig. Cardinale Óscar Andrés Rodríguez Maradiaga. Francesco, per loro, ha sempre invocato il principio di innocenza e ha sempre parlato di un complotto che li vede vittima di non si sa quale sistema. Gli altri, invece, li ha condannati senza istruire alcun processo. Nel caso di Libero Milone neppure ha pensato di avviarlo dopo. Per Angelo Becciu ha scelto di condannarlo immediatamente e poi dopo esporlo al pubblico ludibrio con scene che vedono il Promotore di Giustizia proiettare filmini in aula davanti alla platea dei giornalisti che assistono attoniti.

Le parole di Libero Milone, se potevano suonare strane nel 2017, oggi non possono che confermare che oltre Tevere c’è un clima per nulla sereno. Microspie, servizi segreti, gendarmi che si improvvisano 007, pedinamenti e quant’altro. Il medesimo trattamento fu riservato a Ettore Gotti Tedeschi quando, da un giorno all’altro, il Santo Padre Benedetto XVI lo vide sbattuto su tutti i giornali e dimesso dallo IOR senza che il Pontefice stesso sapesse nulla. Questi episodi sono sempre organizzati a tavolino e servono a dare un messaggio chiaro anche all’esterno: “Se pesti i piedi alla persona sbagliata, salti”. Può essere questo il clima nello Stato del Papa?

Ieri in aula il Cardinale Becciu ha dichiarato che era stato autorizzato da Francesco a fornire quella versione. Chi ha assistito all’interrogatorio di Becciu ha avuto chiaramente l’impressione che questo ecclesiastico ha un grande timore reverenziale nei confronti del Papa e non direbbe mai nulla che può andare a scalfire la figura dell’Augusto Pontefice. Ciò però ci deve far capire che Francesco esercita una pressione psicologica non indifferente, basti pensare alla lettera e ai messaggi che faceva giungere ad Enzo Bianchi dopo averlo cacciato da Bose. Scrive il Papa: “Ma la cosa più importante che so, e che è più essenziale, quello che come fratello devo dirti, è che tu sei in croce. E quando si è in croce non valgono le spiegazioni, soltanto ci sono il buio, la preghiera angosciante”. Una affermazione che farebbe ridere se non si conoscesse la triste vicenda. L’uomo che ha preso la decisione di cacciarlo, ora gli dice: “Tu sei in croce”. Forse il Papa dimentica che quella croce gliel’ha data proprio lui ed usare la spiritualità per giustificarla è un vero e proprio abuso di coscienza.

Addirittura nei mesi seguenti da Santa Marta partirono dei cardinali a fare la spola dal Vaticano a Bose promettendo a Bianchi che in un futuro non meglio precisato il Papa lo avrebbe “riabilitato” magari fornendogli qualche incarico. Un metodo terribile che viene utilizzato per tenere le persone appese al filo del rasoio in attesa di sapere quale possa essere la loro sorte. Il medesimo atteggiamento Francesco lo ha utilizzato con il Cardinale Becciu quando andò a trovarlo a casa sua il giovedì santo del 2021. “Ti tengo buono lì, ti faccio credere che prima o poi ti riabilito, il tempo che mi serve per farmi i fatti miei”, sembra questo il suo ragionamento.

La consapevolezza che quanto ha dichiarato Becciu in merito al licenziamento di Milone fosse studiato a tavolino con il Papa, l’ha avuta anche il Promotore di Giustizia che, appunto, non ha chiesto conto del racconto fatto dall’uomo d’affari. Diddì ha il chiaro compito, in aula, di far sfigurare Becciu e non Francesco.

L’udienza di oggi

La sedicesima udienza del processo si è aperta con una dichiarazione spontanea del cardinale Angelo Becciu nella quale ha manifestato il proprio sconcerto per come è stato trattato con domande che hanno offeso “la sua dignità di sacerdote”, e facendo sapere che non avrebbe più risposto a domande che non riguardavano specificamente i capi di imputazione (come ad esempio il contributo della Conferenza Episcopale Italiana alla diocesi di Ozieri). (…)

Nonostante questo il Tribunale ha ammesso le domande, mostrando di non avere contezza di quanto prevede il codice di procedura penale dello Stato. Anzi Pignatone ha subito detto: “Questo processo penale si svolge secondo le regole del Codice, le domande poste dal Promotore sono valutate dal Tribunale sulla loro ammissibilità, non certo mirate a ledere in alcun modo la sua dignità personale e cardinalizia”. Da come è stato condotto l’interrogatorio, però, non pare affatto. Diddi ha spesso alluso a comportamenti disonesti e immorali di Becciu. Proprio in questi giorni peraltro è emerso come la figura di Giuseppe Pignatone sia particolarmente problematica per la Santa Sede che ancora si trova a pagare la scelta di mettere l’ex PM romano a capo del tribunale vaticano. Non solo quindi si tratta di un uomo chiacchierato ma anche a digiuno delle norme canoniche e vaticane. Becciu comunque ha scelto di avvalersi della facoltà di non rispondere.

Addirittura il Tribunale ha emesso una ordinanza per spiegare che il Promotore di Giustizia può rivolgere le domande che ritiene opportune. Il codice di procedura penale è stato completamente messo da parte e in Vaticano vige il caos. (…)

Il furbetto Perlasca

Mons. Alberto Perlasca si è presentato in aula quest’oggi con clargyman e zainetto in spalla, come un vero scolaretto. Neppure in giro per lo Stato lo si vede, solo raramente a Santa Marta. Probabilmente l’avvocato Alessandro Sammarco, il quale non ha alcuna conoscenza del diritto vaticano e canonico, non gli ha spiegato che non è possibile partecipare alle udienze a coloro che devono essere sentiti come testimoni. Il Monsignore peraltro si voleva confondere fra i giornalisti, non ha neppure preso il proprio posto che sarebbe fra le parti, visto che è stato ammesso come Parte Civile. Quando lo hanno invitato ad uscire ha anche detto: “No, io resto!”. Nulla di nuovo, Peña Parra lo aveva scritto nel suo memoriale: Perlasca non segue le regole, fa di testa sua. È dovuto intervenire Giuseppe Pignatone allontanandolo dall’aula. Chissà che qualcuno a Santa Marta non abbia inteso mandare un proprio uditore.

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