Draghi vola da Biden

La visita del Presidente del Consiglio dei Ministri a Washington. Si parla del coordinamento con gli Alleati sulle misure a sostegno dell’Ucraina e di contrasto all’aggressione della Russia. Inoltre uno scambio di vedute sui preparativi dei vertici G7 e Nato di giugno; sulla cooperazione in materia di sicurezza energetica, digitale, alimentare e di cambiamento climatico. Biden e Draghi costretti a intendersi. La Casa Bianca deve rafforzare il legame con l’ex Bce e Palazzo Chigi ha bisogno di atti concreti da parte degli Usa. Gli Americani, però, sono da sempre diffidenti per l’inaffidabilità del nostro Paese. È tutto sulle spalle di Draghi, che esige mosse solidali: gas e navi metaniere, forniture garantite e a prezzo sostenibile. In Italia almeno due partiti della maggioranza non credono affatto alla guerra fino alla vittoria di Biden.

«Uno dei gesti usuali dei Presidenti USA, in ogni visita con altri Capi di Stato della NATO o del campo occidentale, è quello di posare la mano sulla spalla del collega. Un chiaro e potente segnale di dominio e controllo. Chi lo subisce dimostra di essere suddito, nella pratica protetto e dominato» (Marco Rizzo).

Con quale sorpresa in valigia tornerà dall’America il nostro Presidente del Consiglio e quale pegno lascerà in cambio alla Casa Bianca? Se la sua borsa sarà vuota, o piena di chiacchiere e niente sostanza di gas e navi metaniere, il suo ritorno sarà mesto. Non può permetterselo Draghi. Ma per fortuna non può permetterselo neppure Biden. Non conviene al vecchio Joe deludere l’unico vero amico e di certo il più duro con la Russia dei grandi d’Europa. Rischierebbe di trovarsi azzoppato su tutto il lato europeo, di cui è la più universalmente accreditata leadership.

Nulla è però scontato. Che accadrà allora? Non è affatto peregrino – come ha fatto Stefano Folli su Repubblica – paragonare per importanza e cornice geopolitica questo viaggio di Mario Draghi alla corte di Joe Biden con quello che nel gennaio del 1947, col suo vecchio paltò, intraprese Alcide De Gasperi. Lo statista trentino si giocò tutto. Vale anche per l’ex Presidente della Bce. Ovvio. Come dicevano i latini: omnis comparatio claudicat, le similitudini zoppicano sempre.

C’è qualcosa di paradossale nel ripetersi dell’identico. Come De Gasperi da Hany Truman era visto come il più prezioso alleato europeo per i disegni globali degli Usa, così il nostro attuale premier è ritenuto da Joe Biden il più affidabile tra i leader dell’Unione Europea. Allo stesso modo, sia nel 1947 sia nel 2022, la Casa Bianca diffida del sistema-Italia. Truman (allora) e Biden (oggi) sono simili nel sospetto verso lo Stivale. Entrambi concordi nel considerarlo caposaldo di bellezza, salvo ritenerlo – procedendo nella metafora – come qualcosa di impossibile da calzare con fiducia, per la paura di trovarci dentro uno scorpione, una quinta colonna del nemico.

Diffidenza da vincere

Ci si riferisce qui ai partiti politici e al sentimento dominante delle masse e delle élite allora come oggi. Per loro siamo un pozzo di contraddizioni, e – a parte Alcide e Mario – assai poco sensibili al dramma in corso su cui o regge o cade la civiltà occidentale. In palio non c’è – ha ripetuto Biden all’ultima riunione del G7 di domenica scorsa – la supremazia americana, ma la sopravvivenza delle democrazie e delle libertà.

Crederci? Di sicuro Draghi è per gli Usa alleato ultra fidato. Il meglio fico del bigoncio europeo. Invece come nazione siamo i più rompicoglioni del Vecchio Continente alla pari dell’Ungheria che però è cinque volte più piccola di noi. Come dargli torto? In Italia almeno due partiti della maggioranza di governo non credono affatto alla «guerra fino alla vittoria» di Biden e Stoltenberg. Movimento 5 Stelle e (in certi atteggiamenti) la Lega dicono basta armi per una guerra che – a loro giudizio – ingrassa gli americani e innaffia di sangue l’Europa. Sono convinti che gli statunitensi vogliano sempre, come eterni bambini prepotenti, la pappa degli altri.

Sondaggi Ipsos: guerra in Ucraina, 56% italiani contro linea Biden
Dopo oltre due mesi di guerra, l’empatia degli italiani verso gli Ucraini e il loro diritto a difendersi comincia a scemare. Intervistati dai sondaggi Ipsos per Piazza Pulita, il 46% afferma di essere contrario all’invio di armi all’Ucraina da parte di Italia e Nato (favorevole il 41%). Il 62% ritiene infatti che, giunti a questa fase del conflitto, si deve a tutti costi trovare un modo di arrivare ad una trattativa con Putin e la Russia. Solo il 26% si schiera per la linea dura che consiste nello sconfiggere militarmente Mosca e solo dopo aprire le trattative. Dai sondaggi Ipsos emerge un marcato antiamericanismo da parte degli Italiani: il 56% pensa che Italia ed Unione Europea dovrebbero differenziarsi dagli Usa nella gestione del conflitto. Il 26%, invece, sposa la linea Biden che prevede il sostegno continuo al popolo ucraino fino alla sconfitta di Putin.

La forza dei sondaggi

Questa percezione va ben oltre le due citate forze di governo. I sondaggi sono tremendi. Li cita Marta Dassù, studiosa vicina al Pd, con preoccupazione: «Secondo il monitoraggio di Ipsos, l’appoggio alle sanzioni è in diminuzione e il 50% circa degli intervistati (fine aprile) è contrario a nuovi aiuti militari».

Adesso va peggio: in mano al governo ci sarebbe un sondaggio che parla del 70 per cento di contrari all’invio di armi. Dall’Europa ci arrivano numeri incredibili: Euro barometro dice che solo il 39% degli italiani (contro il 58% dei tedeschi, il 49% dei francesi, il 53% degli spagnoli) concorda totalmente con la tesi che la Russia sia la prima responsabile della guerra in Ucraina. Vince il partito filo-russo! Sfido che Lavrov parla solo con gli italiani.

Per questo Draghi si gioca tutto. Conosce i suoi polli e vuole, con l’aiuto di Biden, imbottirli di becchime. Deve farsi pagare il prezzo dell’impopolarità in casa sua, dando modo di riaggiustare il pensiero delle masse italiche. Biden però insiste. Ha fatto in modo che domenica scorsa il G7 non includesse nel comunicato finale la parola «trattativa». Fgli ritiene che una Russia azzerata indebolirebbe il fronte che la lega alla Cina e forse all’India, contro cui è ineluttabile lo scontro. Concedere qualcosa a Putin che so- migli anche solo a un boccone di consolazione, equivarrebbe alla futura rovina di tutto l’Occidente. Draghi è d’accordo? Più si che no, ma non può tornarsene armato solo di una bella teoria.

Draghi finora negli ambiti multilaterali della Nato ha sempre esercitato il ruolo di ponte che accoglie le ragioni degli americani, ma nel contempo esige mosse davvero solidali. Gas e navi metaniere, forniture garantite e a prezzo sostenibile. Cercherà di ottenere una dispensa dalla fornitura di armi, garantendo invece l’invio di truppe italiane sui confini orientali della Nato. Insomma guerra sì ma, manzonianamente, con juicio, si puedes.
In realtà non è solo Draghi a giocarsi la ghirba. Anche Biden rischia. Non può permettersi di mandare a casa il suo più fidato e lucido sostenitore con le pive nel sacco. Si ritroverebbe isolato nella sua beata anglosfera, orfano dell’appoggio Ue.

Per tornare al paragone, con De Gasperi del 1947. Alcide mise in valigia la resurrezione economica del Paese con il Piano Marshall, e tagliò fuori dal governo il Pci di Togliatti e il Psi di Nenni, senza però – c’era da scrivere la Costituzione – rompere traumaticamente i rapporti consegnando il Paese a una nuova fiammata di guerra civile. Idem oggi. La storia scalpita e scalcia. E l’Italia con Draghi non è una periferia esistenziale dell’impero.

Questo articolo è stato pubblicato ieri su Libero Quotidiano.

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