In Ucraina i religiosi in prima linea da anni per l’assistenza a famiglie e bambini

Mentre i combattimenti in terra ucraina continuano, causando morti tra i civili, e la Santa Sede chiede che si proseguano le trattative per giungere ad un accordo di pace, Sua Beatitudine Sviatoslav, capo della Chiesa greco-cattolica ucraina, ha invitato i cristiani a pregare per la cattedrale di Santa Sofia di Kiev, il santuario spirituale dei popoli slavi, esortando l’aggressore ad astenersi da un ventilato attacco aereo da parte delle forze armate russe: “Possa Santa Sofia, la Sapienza Divina, far rinsavire coloro che hanno deciso di commettere questo crimine”.

E dalla terra ucraina arrivano testimonianze dalle congregazioni religiose che raccontano la vita al tempo di guerra, come raccontano i salesiani, che sono presenti in Ucraina e stanno facendo il possibile per la popolazione, secondo la testimonianza di don Mykhayl Chaban, superiore della Visitatoria ‘Maria Ausiliatrice’ di rito greco cattolico:

“Purtroppo, la situazione continua ad essere tragica. Prepariamoci a tempi ancora più duri. Non sappiamo quanto a lungo continuerà questa guerra, e allora dobbiamo essere pronti per un periodo anche lungo… Ci sono tante vittime tra i soldati, ma anche tra la gente civile. Il mondo intero attende decisioni immediate per fermare l’aggressore. In tutta Ucraina c’è pericolo di bombardamenti. Oggi soffre molto la nostra capitale, Kiev, e anche le zone che confinano con la Russia. La gente sta scappando dalle proprie case”.

Mentre l’Ordine Francescano Secolare (OFS), in rete con la ‘Mensa Santa Chiara’ di Rieti, sta mettendo a disposizione alcune strutture per l’accoglienza, dopo il racconto del frate minore, p. Romualdo Zagurskyi, che vive con la comunità a Konotop, nell’Ucraina nordorientale, a 90 km dal confine con la Russia, assediata dal 25 febbraio:

“Nonostante la grande tensione nella società, l’ansia e il panico diffuso, nel nostro convento, insieme con padre Florian, con volontari e i parrocchiani, siamo a servizio delle persone con la preghiera, il sostegno, offrendo il pranzo, il tè caldo e parole di incoraggiamento…

Il nostro Convento è aperto a chiunque abbia bisogno di protezione, riparo o cibo e già dal primo giorno abbiamo ospitato 23 persone rimaste per la notte, per lo più donne e bambini… insieme ai residenti della città, organizziamo raccolte di cibo per i loro bisogni e acquistiamo prodotti per consegnarli a quanti possono essere un pericolo di vita”.

Ed ha lanciato un appello alla pace: “I bambini che vengono nei nostri centri di accoglienza giocano, guardano cartoni animati e dimenticano persino che c’è una guerra intorno, mentre alcune persone adulte magari per la prima volta nella loro vita prendono il Rosario, pregano in ginocchio, imparano a cantare canti religiosi e sperimentano la vera pace, che non può essere raggiunta attraverso carri armati o altre armi”.

Anche la fondazione ‘Don Gnocchi’ è presente dal 2018 in Ucraina, dove ha costituito una ‘casa della Misericordia’, in cui fino a qualche settimana fa ospitava un centinaio di minori con disabilità prevalentemente intellettiva, sia in forma residenziale sia in trattamento ambulatoriale diurno.

Oltre ad essere l’unica struttura nella regione per la presa in carico della disabilità in età evolutiva, la Casa è un centro di riferimento per una comunità piagata da alcolismo, violenza familiare e povertà estrema, come ha raccontato nel sito della fondazione, Tetyana Dubyna, presidente del Centro di accoglienza:

“All’interno della Casa sono rimaste tre persone dello staff, 30 minori residenti e 40 adulti con bambini. Chi abita nella campagne circostanti è impossibilitato a muoversi e resta in casa. La benzina è finita, le scorte d’acqua sono poche, i negozi chiusi o senza rifornimenti, code lunghissime alle farmacie.

Son stati predisposti dei bunker sotterranei per rifugiarsi in caso di necessità. La rete internet funziona solo a intermittenza, le linee telefoniche per ora non sembrano dare problemi. Ci attende il peggiore dei periodi. Il vescovo e la diocesi ci stanno preparando all’accoglienza dei profughi e delle vittime di guerra, insieme con la Caritas locale. Dobbiamo farci trovare pronti, anche se già stavamo vivendo un momento di profonda crisi”.

Ed il sito della Fondazione propone un brano del diario spirituale di don Gnocchi, che è stato cappellano della Julia sul fronte greco-albanese e poi della Tridentina campagna di Russia. ‘Cristo con gli alpini’: “Quanti ne ho visti, di bimbi, nel mio triste pellegrinaggio di guerra. Tragico fiore sulle macerie sconvolte e insanguinate d’Europa, pallida luce di sorriso sulla fosca agonia di un mondo!..

Bambini di Russia, dell’Ucraina, delle steppe del Don e della Russia Bianca. Paffuti e incuriositi da prima dietro i vetri delle isbe a osservare senza paura il fiume delle macchine da guerra e degli armati che marciavano tronfi e vittoriosi verso l’annientamento della Russia;

rassegnati e assenti poi a spingere il carrettino delle masserizie, nelle lunghe e mute teorie di profughi che bordavano le strade delle retrovie rombanti di motori e di armi, sotto l’incubo degli aerei saettanti nel cielo. Da ultimo, poveri esserini disperatamente attaccati al seno esausto delle madri immote, piangenti nelle case deserte, atterriti e sobbalzanti a ogni rumore di guerra”.

Parole e frasi che tornano vere a distanza di 80 anni nella sua domanda (‘Poveri bimbi della mia guerra, miei piccoli amici di dolore, dove sarete oggi e che sarà di voi?’): “Eppure soltanto da voi ci è stato dato di cogliere qualche gesto di dolcezza e di speranza in così orribile tragedia di odi e di sangue.

Quando s’arrivava nelle città conquistate e infrante, i visi e le case dei nemici si sbarravano astiosamente; dietro gli spiragli lampeggiavano sguardi di rancore e covavano propositi di vendetta; agli angoli delle strade deserte si preparavano gli agguati dei partigiani.

Ma i bimbi no. Dopo la prima sorpresa, uscivano timidi dalle case, si accostavano guardinghi e curiosi alle potenti macchine di guerra, toccavano con mano innocente e incredula le armi lucenti, s’intrufolavano nei crocchi dei soldati stanchi dalla lotta ascoltandone i discorsi senza intenderli e, se qualcuno di essi aveva sete, saettavano con la gavetta a prendergli l’acqua… Nel fanciullo si riconciliava e rinasceva la vita infranta della guerra”.

(Tratto da Aci Stampa)

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