Donbass, la guerra in Europa dal 2014. La memoria cancellata. La lotta tra l’efficacia dei mezzi militari e quella della narrazione – Parte 2

Segue dalla parte 1: QUI.

Nell’undicesimo giorno dell’invasione russa dell’Ucraina riportiamo due articoli da archeologia di storia, di geopolitica e di guerra del Donbass dal 2014 (quanti tra coloro che oggi sono sconvolti – giustamente – dalle notizie che si susseguono, lo sanno che il conflitto ucraino-russo non è iniziato il 24 febbraio 2022?), seguiti da un Postscriptum sulla storia di una foto da sui sono accompagnati:

  • La guerra dimenticata di Massimiliano Palladini – Ilformat.info, 12 dicembre 2017
  • Guerre dimenticate – Ucraina-Russia – I tragici dati del conflitto: 1,750 milioni profughi, 10mila le vittime, 25mila i feriti. I bambini: 223 uccisi, centinaia feriti, invalidi e mutilati di Eliseo Bertolasi – Diritti-umani.org, 9 marzo 2019

«Ci sono almeno 40 conflitti militari nel mondo in questo momento. Tra questi ci sono Siria, Iraq, Yemen, Congo, Nigeria, Sud Sudan e nel 2014 è scoppiato il conflitto in Ucraina, a seguito del quale, secondo un rapporto delle Nazioni Unite, più di 35.000 persone sono rimaste uccise e ferite. Ecco perché la Fondazione umanitaria “Battaglione Angelo”, composto principalmente da cittadini russi, è costantemente in prima linea, aiutando i bambini ei feriti, spesso in condizioni estreme» (Alexey Smirnov).

«Negli ultimi giorni, ho incontrato sedicenti pacifisti che legittimano e plaudono l’invio di armi in Ucraina da parte del nostro paese.
Domando a questi pacifisti se sanno davvero cosa significhi stare in guerra.
Domando loro se hanno mai osservato lo sguardo di un’adolescente che fissa il vuoto tra le macerie, se hanno mai visto scendere le lacrime a un’anziana con la casa distrutta o se, tra edifici abbattuti, hanno mai scorso gli occhi disperati di un cane solo, perduto.
Armare un popolo “purché si uccidano tra loro”, mentre noi ce ne stiamo comodi (per ora) al computer o ci ripuliamo la coscienza sventolando bandiere colorate, non servirà a costruire un percorso di pace.
Per anni, in troppi si sono voltati dall’altra parte, mentre l’Ucraina veniva equipaggiata militarmente e il popolo del Donbass lasciato morire.
Dunque, non si può piangere per un popolo e sventolare bandiere, mentre si accetta che il proprio paese lo armi.
Questo non è pacifismo, questa è una pessima recita, questa è ipocrisia.
La soluzione diplomatica del conflitto deve essere l’unica via percorribile.
Ne ho parlato oggi, a Milano, al BookPride.
Ringrazio Greta Privitera del Corriere della Sera per aver presentato il mio reportage e quanti sono intervenuti, mostrando con la propria presenza, la vicinanza al popolo ucraino e al popolo delle regioni del Donbass» (Sara Reginella).

La guerra dimenticata
di Massimiliano Palladini
Ilformat.info, 12 dicembre 2017


Nessuno ne parla eppure la guerra c’è ancora. I soldati sono ancora là, schierati lungo la linea del fronte. Di tanto in tanto la quiete della giornata viene bruscamente interrotta da una raffica di mitragliatrice o da colpi di mortaio. A volte ci scappa pure il morto, spesso civili innocenti che hanno avuto la sfortuna di trovarsi al posto sbagliato nel momento sbagliato. Eppure nessuno ne parla, i mass media da tempo hanno volto la loro attenzione altrove. Verrebbe da pensare che questo silenzio sia dovuto al fatto che si tratta di una delle tante guerre combattute in Medio Oriente, oppure dell’ennesimo conflitto tribale che quotidianamente miete vittime in chissà quale angolo sperduto dell’Africa, insomma un silenzio giustificato dalla lontananza, geografica e culturale, del fronte di guerra. E invece no. La guerra dimenticata viene combattuta in casa nostra, in Europa, appena al di là dei confini dell’Unione Europea.

La guerra del Donbass è in corso da più di tre anni e mezzo. Il conflitto scoppiò nell’aprile 2014 quando i separatisti filo-russi delle oblast (province) di Donetsk e Luhansk, le più orientali dell’Ucraina e a maggioranza russofona, occuparono gli edifici dell’amministrazione pubblica in segno di protesta contro il governo ucraino filo-occidentale. L’intenzione dei separatisti era quella di organizzare un referendum sull’indipendenza e magari un giorno venire annessi alla Russia. L’11 maggio 2014 si tiene il referendum e la volontà secessionista vince [*]. I separatisti proclamano le repubbliche popolari di Donetsk e Luhansk che però non vengono riconosciute dal governo ucraino che definisce “terroristi” i separatisti e manda l’esercito nel Donbass. A quel punto scoppia la guerra. Gli scontri furono da subito molto aspri e violenti, la popolazione civile venne violentemente investita dagli orrori della guerra. I separatisti vengono aiutati economicamente e militarmente dalla Russia che attraverso il confine, ora controllato dai separatisti, fa passare mezzi ed equipaggiamenti militari ma anche convogli umanitari per aiutare i civili. Centinaia di migliaia di civili infatti fuggirono in Russia mentre il numero totale degli sfollati si aggira intorno ai due milioni. La Russia non si limita a fornire solo materiali militari ma alcune unità delle forze armate prendono parte attivamente nel conflitto rinforzando le file dei separatisti. Il 25 agosto 2014 i servizi segreti ucraini annunciarono di aver catturato un gruppo di paracadutisti russi rilasciando le loro foto e i loro nomi. Due giorni dopo il generale della Nato Nico Tak affermò che “ben più” di 1000 soldati russi si trovavano nel Donbass, il presidente ucraino Petro Poroshenko allora lanciò l’allarme parlando di “invasione”. Il governo russo ha sempre smentito le accuse di coinvolgimento benché il suo intervento sia stato più volte documentato. Durante quella sanguinosa estate accadde anche un tragico incidente: il 17 luglio il volo di linea MH-17 della Malaysia Airlines decollato da Amsterdam verso Kuala Lumpur fu abbattuto da un missile terra-aria mentre sorvolava le zone di guerra dell’Ucraina orientale. Le vittime furono 298. Secondo le conclusioni preliminari del Joint Investigation Team il missile fu sparato da una zona che all’epoca dei fatti era controllata dai ribelli filo-russi.

Vista la drammaticità degli scontri, le parti coinvolte si impegnarono per raggiungere un’intesa così da porre fine al conflitto. Il 5 settembre 2014 Ucraina, Russia, e i delegati delle Repubbliche Popolari di Donetsk e Luhansk, sotto l’egida dell’OSCE (Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa) firmarono il Protocollo di Minsk, un accordo di cessate il fuoco. Purtroppo però le clausole dell’accordo non furono rispettate né dai separatisti né dall’esercito ucraino e la guerra continuò con la stessa intensità di prima.  Nel corso dell’autunno scoppiarono nuove sanguinose battaglie, in particolare molto violenti furono gli scontri per il controllo dell’aeroporto di Donetsk. Le vittime della guerra si contavano già nell’ordine delle migliaia e vista la drammaticità della situazione si decise di organizzare un secondo summit a Minsk per raggiungere un altro, più efficace, accordo di cessate il fuoco. Questa volta intervennero anche le cancellerie europee che ebbero un ruolo di mediazione tra le parti. Il Protocollo Minsk II firmato da Russia, Ucraina, Francia e Germania l’11 Febbraio 2015 stabilì i termini del cessate il fuoco e impose il ritiro dell’artiglieria pesante dalle zone limitrofe al fronte, inoltre il rispetto delle condizioni dell’accordo sarebbe stato verificato dai commissari dell’OSCE. Inizialmente il Protocollo Minsk II non fu rispettato perché proprio in quei giorni si stava combattendo un’importante battaglia presso la città di Debalsteve, tuttavia una volta terminato lo scontro l’intensità dei combattimenti diminuì notevolmente senza più tornare ai livelli di violenza del 2014, l’accordo venne però infranto più volte e i combattimenti continuano ancora oggi. A partire da quel momento, ovvero dall’implementazione del Protocollo Minsk II, i media hanno smesso di parlare della guerra del Donbass. Il secondo accordo riuscì finalmente a “raffreddare” l’intensità del conflitto con la conseguente riduzione del numero di vittime, sia civili che militari, ma la guerra non finì siccome separatisti e governo ucraino non siglarono alcun accordo di pace. Quello del Donbass è diventato un “conflitto congelato”: la guerra ufficialmente è ancora in corso ma a parte occasionali scontri a fuoco non vengono più combattute importanti battaglie. Tuttavia la guerra continua ad uccidere: un rapporto delle Nazioni Unite afferma che tra maggio e agosto di quest’anno 26 civili sono stati uccisi mentre altri 135 sono stati feriti.

“La guerra dimenticata d’Europa” come l’ha chiamata la Bbc, è una definizione che ben si addice alla guerra del Donbass. Dopo essere stata per dieci mesi sulle prime pagine di giornali e notiziari, il conflitto è caduto velocemente nel dimenticatoio nonostante i combattimenti fossero ancora in corso. Qualche mese fa la Russia propose alle Nazioni Unite di organizzare una missione di peacekeeping per stabilizzare definitivamente la regione, ad oggi però pochi progressi sono stati fatti. Il futuro del Donbass rimane pericolosamente incerto. C’è una cosa però che questa guerra ci dimostra con chiarezza: che l’Europa al di fuori dell’Unione Europea può ancora essere un teatro di guerra, come lo fu nel caso della Jugoslavia e del Kosovo. È una lezione che dobbiamo sempre tenere a mente, come non dobbiamo mai dimenticare quali furono le motivazioni che ci hanno portato ad intraprendere il lungo processo europeo d’integrazione, e proprio per quelle ragioni non dovremo mai rinnegarlo.

Guerre dimenticate – Ucraina-Russia – I tragici dati del conflitto: 1,750 milioni profughi, 10mila le vittime, 25mila i feriti. I bambini: 223 uccisi, centinaia feriti, invalidi e mutilati
di Eliseo Bertolasi
Diritti-umani.org, 9 marzo 2019


L’associazione “Aiutateci a Salvare i Bambini” continua, grazie ai donatori italiani, a portare aiuto umanitario nelle zone più tormentate dal conflitto del confine tra Ucraina e Russia.

Dal 2014, nel silenzio del mainstream occidentale, una terribile guerra prosegue in Europa nelle regioni del Donbass nel sud-est dell’Ucraina. Nulla all’orizzonte fa sperare in una veloce cessazione del conflitto.

La ONLUS “Aiutateci a Salvare i Bambini” in questo terribile scenario per i civili e soprattutto per i bambini, continua, grazie ai donatori italiani, a portare aiuto umanitario nelle zone più tormentate dal conflitto, dove gli aiuti diventano un supporto indispensabile per la sopravvivenza. Il presidente Ennio Bordato, promotore di una lunga serie d’iniziative finalizzate a dare sostegno umanitario ai bambini del Donbass e alle loro famiglie, in esclusiva su Vita.it, fa il punto della situazione e lancia un nuovo appello.

I dati ONU più recenti, sottostimati, sono sconvolgenti:

  • 1.750 milioni di profughi, di cui oltre 1 milione nella Federazione Russa;
  • oltre 10mila le vittime, 25mila i feriti;
  • 223 bambini uccisi, centinaia i feriti, gli invalidi ed i mutilati;
  • oltre 4 milioni e mezzo di abitanti colpiti dal conflitto e 3 milioni 400mila di questi necessitano di costante aiuto.

Il 60% di costoro sono donne e bambini, il 40% anziani;200mila persone che vivono nella “zona grigia di contatto”, una delle zone più minate del mondo, dipendono unicamente dall’aiuto umanitario esterno.

Stampa infame
Informare.over-blog.it, 29 settembre 2015

Il sistema mediatico mondiale è composto, per la maggior parte, da sgherri prezzolati. Come dei sicari. E svolgono lo stesso compito. Chi uccide i corpi e chi le coscienze.

Questo bambino ucraino vaga per le macerie del suo villaggio. Tutto è stato distrutto, i suoi genitori uccisi. Questa foto vale quella del piccolo Aylan, ma nessuno la vedrà mai, perché è soggetta a censura preventiva. Non fa comodo, e i giornalisti obbediscono.

Non importa che questo bambino sia russofono o ucraino. Il problema non è politico, e men che meno etnico. È etico: il bambino, andrebbe protetto, esattamente come andava protetto il piccolo Aylan. E bisognerebbe denunciare certe cose. E parlarne. E renderle pubbliche. Ma non si può.

Ecco come funziona, ce lo spiega un famoso giornalista tedesco che ha fatto outing qualche mese fa. «Per 17 anni sono stato pagato dalla Cia». Udo Ulfkotte è il più famoso giornalista della Germania, vincitore di tanti premi internazionali. «Io e altri centinaia abbiamo lavorato per favorire la Casa Bianca». Ulfkotte è stato uno dei più importanti corrispondenti esteri del più prestigioso quotidiano tedesco, “Frankfurter Allgemeine”. Il reporter ha messo nero su bianco le sue confessioni in un libro, dal titolo eloquente: “Giornalisti comprati”.

“I media tedeschi e americani stanno cercando di portare la guerra in Europa e di portarla in Russia. Siamo a un punto di non ritorno e io voglio alzare la voce e dire che non è giusto quello che ho fatto in passato, ho manipolato le persone e ho fatto propaganda contro la Russia”.

Stampa libera? Ma non fateci ridere, venduti e cialtroni.

Postscriptum

Premessa

1. Spiegare non significa giustificare.
2. Ricordare che la guerra dell’Ucraine nelle autoproclamate Repubblica Popolari del Donbass è iniziata nel 2014, non significa negare che la Federazione Russa ha invaso l’Ucraine.
3. Ricordare le atrocità durante la guerra dell’Ucraina nel Donbass dal 2014 non significa negare le atrocità durante la guerra della Federazione Russa in Ucraina dal.
4. La guerra del Donbass fa parte della crisi russo-ucraina, uno scontro diplomatico-militare in atto tra Russia e Ucraina, che si incentra sullo status della Crimea, della regione del Donbass e sulla possibile adesione dell’Ucraina alla NATO. Inizia il 20 febbraio 2014 a causa dell’occupazione russa della Crimea. Inizialmente indicata come rivolta (o crisi) dell’Ucraina orientale, la guerra del Donbass è un conflitto in corso che ha avuto inizio il 6 aprile 2014, quando alcuni manifestanti armati, secondo le testimonianze, si sono impadroniti di alcuni palazzi governativi dell’Ucraina orientale, ossia nelle regioni di Donetsk, Luhansk e Charkiv. Solo un mese prima le autorità della Crimea avevano annunciato l’indipendenza dall’Ucraina e avevano formalizzato l’adesione alla Federazione Russa. I separatisti, volendo emulare i crimeani, chiesero anch’essi un referendum per l’indipendenza che sarà negato dall’Ucraina. Il referendum si tenne comunque l’11 maggio 2014 [*], sicché dal 6 aprile 2015 la Repubblica Popolare di Doneck e la Repubblica Popolare di Lugansk proclamarono la loro indipendenza, riuscendo a prendere il controllo di parte dei rispettivi Oblast. Tra il 22 e il 25 agosto 2014, reparti d’artiglieria e un convoglio umanitario russi sono stati segnalati da ufficiali della NATO per essere entrati nei territori delle due repubbliche. Dato che a livello internazionale le due repubbliche non erano riconosciute come indipendenti l’Ucraina denunciò il fatto come una violazione della propria sovranità nazionale.

[*] 1. Referendum sull’autoproclamazione della Repubblica Popolare di Donetsk: «Sostieni l’atto di indipendenza statale della Repubblica popolare di Donetsk?» – 11 maggio 2014 – Sì 79,07% No 20,19% Quorum raggiunto (affluenza: 71.77%).
2. Referendum sull’autoproclamazione della Repubblica Popolare di Luhansk: «Sostieni l’atto di indipendenza statale della Repubblica popolare di Luhansk?» – 11 maggio 2014 – Sì 86,02% No 13,08% Quorum raggiunto (affluenza: 81.0 %).
3. Referendum sull’autoproclamazione della Repubblica Popolare di Charkiv: «Sostieni l’atto di indipendenza statale della Repubblica popolare di Charkiv?» – 9 maggio 2014 – Sì 60,68% No 39,42% Quorum non raggiunto (affluenza: 47.32%).
4. Referendum “Per la pace, l’ordine e l’unità con l’Ucraina” (Donbass) – 11 maggio 2014: Permanenza in Ucraina e riunificazione con la regione di Dnipropetrovsk 69,1% Federalizzazione dell’Ucraina 27,2% Creazione della Repubblica Popolare di Donetsk 3,7% Quorum raggiunto (affluenza: 51.40 %).
Riportare questi dati non significa dare un giudizio sulla loro attendibilità o validità, che non spetta a noi. Osserviamo soltanto che il diritto all’autodeterminazione dei popoli è un diritto fondamentale e se assecondato risparmierebbe molte violenze.

La storia di una foto, indicata come “fake news” da anni, prima russo e oggi ucraine. Invece, è autentica: un bambino in mezzo alle macerie del suo villaggio per le bombe ucraine nel 2015, non per le bombe russe nel 2022. Nel frattempo è diventato 7 anni più grande… se sopravvissuto

La foto del bambino in mezzo alle macerie non è in riferimento all’attuale invasione russa in Ucraina, come si può notare dai due articoli che precedono, rispettivamente del 2017 e del 2019, o del 2018 come evidenziato da un post Facebook che segue, ma è addirittura del 2015.

Invece, in questi giorni questa foto “icona” è ricominciato a girare in modo virale sui social (e non solo) come già nel 2015. Con una costante e una variabile. La costante è che come allora la foto fu denunciata come una “fake news” (e non lo è). La variabile è costituita dalle parti che lo dicono sull’attribuzione del bombardamento.

6 marzo 2022

«Per Putin questa è una fake news. In Russia un giornalista che ne parlasse rischierebbe 15 anni di carcere (enzo romeo @EnzoRomeoTg2 – Twitter, 6 marzo 2022).

«Replying to @EnzoRomeoTg2Esattamente soprattutto visto che è una foto che ha almeno 3 anni, quando Putin non era ancora in Ucraina, ma in quel periodo erano gli stessi ucraini che bombardavano Donbass!!» (I💙Inter1908@Ilove_inter1908 – Twitter, 6 marzo 2022).

25 febbraio 2022

«Un’immagine di un bambino superstite da un bombardamento russo in Ucraina (Twitter)» (Didascalia alla foto nell’articolo di Marianna Grazie sul Blog Luce!/Lanazione.it, 25 febbraio 2022).

26 giugno 2018.

10 settembre 2015

Le fonti più “antiche” che abbiamo trovato per questa foto, risalgono al 2015. Allora, la foto fu presentata come di un ragazzino che stava “cercando sua madre tra le rovine”. La foto, che sarebbe stata scattata dopo un bombardamento nel Donbass da parte dell’esercito ucraino, era diventata virale sui social network. Ad esempio, postato il 10 settembre 2015 sulla pagina di un utente russo di Facebook, Boris Pavlichenko [QUI], la foto ha ricevuto 10.608 “mi piace”, 243 commenti e 9.894 condivisioni.

Nella didascalia della foto si legge (nostra traduzione italiana dal russo): «Il mondo intero, come si suol dire, ha “cercato” la foto di un bambino rifugiato annegato. È un peccato, certo… Ma perché diavolo nessuno ha prestato attenzione a questa foto di un ragazzo di Donetsk che cerca la madre assassinata tra le rovine di una casa bombardata dalle forze armate ucraine? E i giornalisti?».

Tuttavia, la foto si era rivelato essere un fotogramma di un videoclip su come vivono i bambini dopo i bombardamenti ucraini nelle autoproclamate Repubbliche Popolari del Donbass.

La Fondazione umanitaria russa “Battaglione Angelo” nel 2015 durante la guerra in un villaggio sconosciuto nelle autoproclamate Repubbliche Popolari del Donbas. Mentre i politici giocano a dividere i territori, i bambini rimangono senza genitori, diventano disabili, si nascondono ogni giorno in scantinati umidi sulla linea del fuoco e muoiono. Video di Aleksej Smirnov, German Osipov, e Dan Levy. La canzone con il testo della poesia di Mikhail Matussovski “In cima ad una collina non mappata”. Videoclip con sottotitoli in inglese.

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