Il “sistema Rai Tre” e il “trattamento del metodo Report”, spiegato. La mostrificazione del soggetto con menzogne e calunnie

Con il suo articolo di ieri, 12 febbraio 2022 su Libero Quotidiano (che riportiamo di seguito) il carissimo amico e stimatissimo collega di lunga corsa Renato Farina, spiegando da vittima gli inganni di RaiTre e Report, ha quadrato il cerchio. Uso la famosa metafora per significare che Renato ha indicato la soluzione perfetta al problema; che però non esiste. Quindi, non c’è dubbio che il suo lodevole sforzo in favor veritatis e per ottenere iustitia (che deriva da iustus, giusto, diritto) è un’impresa senza speranza. E lui lo sa, ma la sua coerenza intellettuale, il suo favore della verità e l’imperativo della salvezza della sua anima (e quella dei fratelli nella Fede), lo spingono a scrivere. E quello che scrive da quasi mezzo secolo, lo denota come persone umile, però non come un pirla qualsiasi, ma come fine intellettuale. Ci sono diversi motivi per difendere Renato e dargli solidarietà (cosa che i suoi colleghi non fanno), ma – lo ripeto – per me è soprattutto un amico vero. Silere non possum.

«Qual è il geometra che tutto s’affige
per misurar lo cerchio, e non ritrova,
pensando, quel principio ond’elli indige,
tal era io a quella vista nova»
(Dante Alighieri, Paradiso, XXXIII, 133-136).

Ho usato pocanzi l’espressione “quadratura del cerchio” [1] come metafora di un’impresa vana e senza speranza – anche se non priva di un significato concreto, anzi, ne ha uno grandissima -, perché i nemici di Renato, uomo mite e “disarmato”, si vendicheranno di lui. Si sono vendicati sempre di lui e lo faranno sempre, come lo predisse più di tre decenni fa, durante un Viaggio Apostolico, quando era corrispondente di Il Sabato al seguito di San Giovanni Paolo II; perché Renato segue la luce di un principio che ho ricordato già più volte in questi giorni: favor veritatis et salus animarum suprema lex.

Va detto che la trasmissione del lunedì sera su Rai Tre ha un buon successo in termini di share. È considerato un fiore all’occhiello della RAI perché è forse il primo programma che ha cominciato a fare inchieste su attualità, politica, economia, giustizia (per esempio, abbiamo apprezzato in passato le inchiesta sulla trattativa Stato-Mafia). Ma tante sono anche le polemiche per la scarsa imparzialità della conduzione. Il caso Farina ne è un esempio lampante.

Nell’epoca dei falsi profeti – che notoriamente diffondono il falso, la menzogna, la calunnia, la zizzania, la discordia – e di coloro che mettono in dubbio ormai tutto ciò che è di più caro a noi credenti, Renato ricorda con forza, con la sua vita e con la sua professionalità, i due principi fondamentali su cui la Chiesa Cattolica Romana stessa si regge (e di cui Renato è mansueto figlio, come lo sono io, anche se un po’ meno mansueto…): il favore della verità e la salvezza delle anime che è la suprema legge della Chiesa e nella vita di ogni battezzato. Nel tempo questi due principi hanno significato il radicamento di Renato nell’insegnamento del suo Fondatore, colui che comanda la sua vita (e la mia): il Figlio di Dio Gesù Cristo, morto sulla Croce, disceso negli inferi, resuscitato e salito al Cielo e che un giorno ritornerà per giudicare i vivi e i morti.

«Perché la stupenda frase “La Giustizia è uguale per tutti” è scritta alle spalle dei magistrati?» (Giulio Andreotti).

Renato Farina (Desio, 10 novembre 1954).
Inizia a scrivere su Solidarietà nel 1976. Nel 1978 entra nel settimanale Il Sabato (fondato in quell’anno da alcuni giornalisti vicini a Comunione e Liberazione), con cui rimane fino alla chiusura nel 1993. Giornalista professionista dal 1980. È stato Vicedirettore a Il Giornale con Vittorio Feltri. Nel giugno 1999 segue Feltri al Quotidiano Nazionale, come Vicedirettore a Il Resto del Carlino. Nel luglio 2000 è tra i fondatori, con Feltri, di Libero Quotidiano, a cui è stato Vicedirettore fino ad ottobre 2006 e con cui collabora come opinionista dal 30 marzo 2007. Ha affermato di aver avuto tre maestri: Don Luigi Giussani («per lo sguardo sulle cose e la scrittura concisa»), Giovanni Testori («mi ha insegnato ad osare, a spezzare le famose regole del giornalismo») e Vittorio Feltri («è un genio del giornalismo»).

Il sistema Rai Tre. La testimonianza
“Io, vittima di Report, vi svelo i suoi inganni”
Per aver criticato un servizio, argomentando con dati precisi, Sigfrido e i suoi mi hanno scatenato contro un plotone di esecuzione. Ma io sono disarmato”
di Renato Farina
Libero Quotidiano, 12 febbraio 2022


Ho subito, nel mio piccolo, il trattamento Report. Avevo criticato su Libero, con citazioni precise, e mostrando inconfutabili incongruenze, ribaltamenti di date, testimonianze apocrife, un servizio dedicato alla nota vicenda che va sotto il nome “Palazzo di Londra- caso Becciu” (l’articolo è del 18 aprile 2021 [2]). Report invece di replicare sui fatti, ha predisposto in un suo numero successivo un attacco ad personam. L’8 maggio ha mostrato la mia fotografia, quindi ha fatto parlare sulla mia presunta figura morale ovviamente disgustosa un magistrato che mi aveva inquisito per il “sequestro” dell’imam Abu Omar del 2002: secondo l’accusa era stato commesso dalla Cia, e questo è provato, ma con la complicità dei servizi segreti italiani, ed in particolare del direttore del Sismi (intelligence militare) generale Nicolò Pollari e dei suoi dirigenti apicali. Pollari e i suoi funzionari sono stati prosciolti da ogni accusa in merito al sequestro addirittura dalla Corte Costituzionale. Io paradossalmente condannato a una multa di 6.600 euro nel 2007 per averli “favoreggiati”. Avevo patteggiato, per ragioni che solo chi si è trovato come un insetto senza pungiglione in una gigantesca macina, capisce; agli altri dico che ero innocente e ho fatto un errore stretto da necessità familiari in circostanza di forza maggiore.

Dopo di che l’organizzare volta per volta un plotone di esecuzione e legarmi al palo è diventata una operazione così ripetitiva da dar noia ai lettori ma giuro che fa molto male, specie a chi ti è vicino e patisce più di te.
Il metodo è quello che ormai è noto come “Character assassination”. Non conta ciò che scrivi e dimostri carte alla mano, ma il fatto che quella mano è tua, e allora gli si può sputare sopra senza tema di smentite. Prevale la mostrificazione del soggetto. Così è stato fatto con me, senza diritto di replica, nel servizio di Report che ho appena citato. Pensavo fosse l’ultima volta. Niente da fare.

Taglia e cuci

Ad agosto – difeso da Vittorio Feltri, Alessandro Sallusti e Piero Sansonetti: grazie! – sono stato definito “indegno” di essere chiamato a far parte dello staff di un ministro perché io-sono-io. Anche Report è intervenuto nella campagna per spingermi alle dimissioni inserendo nel suo sito ufficiale una loro intervista taglia e cuci che è la specialità della casa: riuscirebbero a far passare per idiota non dico un povero pirla come me, ma Albert Einstein.

Nel mio caso c’è un’aggravante: non posso difendermi. Sono stato disarmato dallo Stato. È ufficiale. Mi si può percuotere senza che possa non dico reagire, ma neppure ripararmi con un cuscino di piume.

Sono passati più di quindici anni dai fatti, che ragione c’è di procrastinare il segreto di Stato? Evidentemente c’è. Lo so perché ho scritto, lo scorso 24 agosto, al presidente del Consiglio Mario Draghi chiedendo di essere sollevato dal divieto di far conoscere segreti che attestano come io mai abbia incassato soldi per me stesso, o per scrivere cose false; ed anzi abbia dato contributi decisivi esponendo a rischio la mia vita per la liberazione di ostaggi.

Ecco la corrispondenza che – almeno essa – non è coperta da segreto di Stato o vincolo di riservatezza, intercorsa con il presidente Mario Draghi e che per competenza è arrivata sulla scrivania  del sottosegretario che ha la delega alla Sicurezza, il prefetto Franco Gabrielli; e la risposta negativa del direttore del Dis (Dipartimento delle informazioni per la sicurezza), ambasciatrice Elisabetta Belloni, che di fatto mi inibisce qualunque possibilità di difesa.

Il segreto

In precedenza avevo rivolto analoga domanda al presidente Matteo Renzi, che tramite l’allora capo del Dis, ambasciatore Giampiero Massolo, ha ribadito la persistenza del segreto, quindi ho reiterato la richiesta al presidente Giuseppe Conte (il quale neppure ha risposto). Ovviamente io rispetto il segreto, perché lo chiede la legge e perché mi fido delle istituzioni.

Constato soltanto che – nel silenzio dei mass media – il segreto di Stato sul sequestro Abu Omar e su vicende contigue perdura, ed è stato confermato da Conte e ora – di fatto – da Draghi. Avranno certo le loro ragioni. Ma le mie? Il mio diritto di cittadino, anzi prima di tutto di uomo e di padre può essere mortificato dal metodo Report con la benedizione – spero obtorto collo – del governo?

[1] La quadratura del cerchio, assieme al problema della trisezione dell’angolo e a quello della duplicazione del cubo, è un problema classico della matematica greca (più precisamente della geometria), il cui scopo è costruire un quadrato che abbia la stessa area di un dato cerchio, con uso esclusivo di riga e compasso. Il problema risale alle origini della geometria, e tenne occupati i matematici per secoli. Fu solo nel 1882 che l’impossibilità venne provata rigorosamente, anche se i matematici dell’antichità avevano compreso molto bene, sia intuitivamente che in pratica, la sua intrattabilità.
L’impossibilità di una tale costruzione, con le limitazioni imposte dall’uso esclusivo di riga e compasso, deriva dal fatto che π è un numero trascendente, ovvero non-algebrico, e quindi non-costruibile. La soluzione del problema della quadratura del cerchio con riga e compasso implicherebbe quindi trovare anche un valore algebrico per π – il che si è dimostrato impossibile dopo il lavoro di Ferdinand von Lindemann nel 1882 con la dimostrazione della trascendenza di π. Ciò non implica invece che sia impossibile costruire un quadrato la cui area approssimi molto da vicino quella del cerchio dato.

[2] L’articolo di Renato Farina del 18 aprile 2021 su Libero Quotidiano
Scuserete se qui si farà un po’ di teatro. E se il genere è misto. Tragedia e farsa. Si può sintetizzarne la trama con un proverbio popolare. «I pifferi di montagna andarono per suonar e furono suonati». Basta sostituire montagna con Vaticano e le sue propaggini Rai e il titolo è perfetto. Ma che tristezza.
Atto 1. La pistola fumante! Il cardinale Angelo Becciu è un maramaldo, fa sapere Rai tre alle ore 22 di lunedì scorso su Report di Sigfrido Ranucci, che si professerà, alla fine della puntata intitolata «Lo sterco del diavolo», credente addolorato). Indovina chi è Belzebù? Ovvio. Degno rimpiazzo di Giulio Andreotti, per finirne l’opera di omicida di Aldo Moro, è proprio il potente ecclesiastico. È lui che ha ucciso un uomo morto, torturandone con crudeltà, da bandito barbaricino, la figlia maggiore, Maria Fida. Per fortuna costei – asserisce Report – ha potuto riferire la verità al Papa. E Francesco ha sancito definitivamente la caduta agli inferi di un ecclesiastico che ferisce la Chiesa e l’umanità.
Ecco le dichiarazioni della già Senatrice di Rifondazione comunista primogenita dello statista. Becciu in Vaticano dopo questa testimonianza nella Curia romana e tra i vescovi e giornalisti cattolici è scuoiato nel corpo e nell’anima. Povero Papa che lo stava perdonando. Non solo Becciu è ladro e ruba ai poveri, ma pure persecutore della famiglia Moro. Damnatio memoriae. Non si sogni di riaffacciarsi in pubblico.
Il caso di Maria Fidia non è l’unico.
Scena 1.
Dapprima infatti si ospita la denuncia del postulatore, cioè di colui che curava la causa di beatificazione di Moro, il quale sostiene di aver ricevuto la richiesta di una tangente da 80mila euro perché la Congregazione della Cause dei Santi rendesse più rapida la procedura. Avendo rifiutato l’hanno cacciato. Accadde nella primavera del 2018.
Report, per bocca dell’autore del servizio, Giorgio Mottola, fa due più due uguale Becciu. Constata che Becciu era stato promosso in quel periodo a prefetto di quel dicastero… Dunque Mottola va sul sicuro.
«La richiesta avveniva…». In gergo si chiama: alzare la palla. E il postulatore, Nicola Giampaolo [Per la Congregazione delle Cause dei Santi Nicola Giampaolo non possiede i requisiti richiesti dalle norme canoniche per essere postulatore – 13 aprile 2021 http://www.korazym.org/59414/per-la-congregazione-delle-cause-dei-santi-nicola-giampaolo-non-possiede-i-requisiti-richiesti-dalle-norme-canoniche-per-essere-postulatore/], schiaccia: «A nome di Becciu, sì». Sigilla il tutto come fosse un dogma lo stesso Mottola, che ripete: «A nome di Becciu è stata fatta questa richiesta».
Particolare trascurabile. Becciu ha assunto l’incarico il 1° settembre del 2018. Fino ad allora ha esercitato il ruolo di Prefetto delle Cause dei Santi, il Cardinale Angelo Amato. Il tonfo è clamoroso.
Scena 2. Trascrizione letterale.
GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO
È proprio il Cardinal Becciu a rispondere per primo alla lettera della figlia di Aldo Moro, in cui denunciava le torbide manovre intorno alla beatificazione del padre.
MARIA FIDA MORO
Mi ha risposto. È veramente la lettera più volgare e violenta che io abbia ricevuto.
GIORGIO MOTTOLA
Alla sua lettera Becciu risponde…
MARIA FIDA MORO – FIGLIA DI ALDO MORO
Come se io fossi pazza… pazza, paranoica.
GIORGIO MOTTOLA FUORI CAMPO
Invece da Papa Francesco arriva un invito ufficiale per un incontro che si tiene a porte chiuse in Vaticano.
MARIA FIDA MORO – FIGLIA DI ALDO MORO
È la prima volta che io mi sono sentita amata.
GIORGIO MOTTOLA
Che cosa le ha detto il Papa?
MARIA FIDA MORO – FIGLIA DI ALDO MORO
La cosa che mi ha colpito è che si era studiato per tutti questi mesi queste cose. Io cominciavo una frase e lui la finiva. Quindi, aveva effettivamente sapeva tutto.
GIORGIO MOTTOLA
Ma lei al Papa lei ha parlato di questa lettera che le ha scritto Becciu?
MARIA FIDA MORO
Sì, gli ho detto: non le ho portato la lettera di questo signore per non amareggiarla, la verità. E lui mi ha guardato con aria contrita e mi ha detto: «Mi sembra che sia stato punito debitamente».
Particolare simpatico. La mostruosa lettera di Becciu è rivelata da Famiglia cristiana di oggi. Risponde nel giugno del 2019 a una missiva di Maria Fida Moro del 15 maggio 2019. Il testo di Becciu è quanto di più affettuoso e rispettoso possa pensarsi. Scrive che la Causa non è mai arrivata in Congregazione, e che comunque «non posso non deplorare quanto da Lei denunciato». Conclude: «Le assicuro la mia preghiera in questo momento di dura prova».
Il resto è calunnia. Voce maligna insufflata nell’orecchio del Papa. Non è la prima, non sarà l’ultima.
I documenti cantano una verità inoppugnabile. La superficialità dei sicari giornalistici si è risolta in un nuovo smacco per i mandanti d’alto rango che credevano di aver definitivamente perpetrato l’assassinio pubblico del Cardinale Angelo Becciu, dopo che il Pontefice era stato indotto a indotto a liquidarlo dinanzi al mondo alle 18 e 02 del 24 settembre scorso.
La visita del Papa al Cardinale Angelo Becciu il Giovedì Santo, con la concelebrazione della Messa nella sua cappellina privata, è stata troppo per chi aveva considerato il piccolo prete sardo come un «morto che cammina» secondo la definizione americana di chi aspetta l’esecuzione capitale. Bisognava invertirne il segno. Ribaltare un gesto di amicizia del Pontefice e di gioia filiale del suo antico collaboratore.
Ce lo aspettavamo. Chi aveva ordito nello scorso settembre la trappola assegnando all’Espresso il ruolo di killer ne ha cercato un altro. Infatti le presunte rivelazioni di Massimiliano Coccia, sostenuto dal Direttore Marco Damilano e da tutto l’apparato Gedi, erano state demolite quali calunnie, dall’inchiesta di Libero condotta da Vittorio Feltri. A questa serie di articoli pubblicati nel novembre scorso, sono seguite le decisioni del Tribunale australiano e del giudice di Londra che hanno ridicolizzato le tesi propalate sui media da manine e manone operanti nei Sacri Palazzi. Chi aveva ordito l’agguato intendeva concludere il lavoraccio. In che modo? Se le accuse peraltro mai formalizzate contro l’ex numero tre della gerarchia cattolica si erano frantumate, occorreva dipingerlo come un criminale sistematico, uno che vende le aureole dei santi e che tormenta chi rifiuta di pagare. Simonia infame. Eccoci così a lunedì scorso, Report (Rai Tre, servizio pubblico a chi?). Doveva essere un modo per inchiodare nella sua bara Becciu, non lasciargli margini di difesa e neppure di dubbio. Nessuna speranza di riabilitazione per il mostro. E il secondo atto?  Il prossimo atto crediamo tocchi in alto. In alto alla Rai e in altissimis nella Chiesa (Renato Farina – Libero Quotidiano, 18 aprile 2021 [L’attentato messo in scena lunedì scorso da Report era ordito per seppellire Becciu definitivamente. Invece, dalla bara il cardinale è uscito risorto più che mai – Blog dell’Editore/Korazym.org, 18 aprile 2021]).

Postscriptum

Nel titolo ho usato il plurale, consapevolmente e, quindi, non è un esempio della mia proverbiale conflittualità con le desinenze italiane. Si tratta della stessa e identica cosa e, quindi, è indicato il singolare.

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