I Pastori possono sbagliare, possono essere criticati? Una risposta alla luce del “favor veritatis et salus animarum suprema lex”

++++ AVVISO DI SERVIZIO ++++ Quanto segue non è un “attacco” al Papa, non è un “attacco” a Papa Francesco, non è un “attacco” al Papato, non è un “attacco” al Pontificato. E meno ancora rappresenta un “attacco” alla Chiesa di Cristo, anzi. Quanto segue è offerto come pro memoria delle fonti su quanto scritto nel titolo e come sussidio per la riflessione sul tema indicato.

Repetita iuvant, come è scritto nei “dettagli su di me” sul mio profilo Facebook: «Non è nelle mie intenzioni diffondere la mia ipsissima verba: “Il principio base dell’azione pedagogica di Vik van Brantegem non è quello di divulgare il proprio personale pensiero, che tale resterà, piuttosto un meccanismo fondato ad allenare le persone alla metacognizione” (Valentina Villano)».

Qui si prova di pensare “altrimenti” e «senza scrivere ciò che la gente si suppone debba pensare». Qui si va contro «un sistema perverso dove la libertà umana di coscienza è ridotta al sì o al no al Papa». Chi non è d’accordo può anche evitare di leggere. E chi non può far di meno a commentare in modo ossessivo-compulsivo è pregato di accendere prima il cervello e di riscaldare il cuore. Per quanto riguarda me, so di non sapere. Buona lettura. ++++

Il Papa e i Vescovi possono sbagliare? Un Cattolico può criticare il Papa e i Vescovi? La risposta è sì. Il Papa e i Vescovi possono sbagliare e un Cattolico ha un diritto di critica nei loro confronti. Ma concausa [1] e senza che questo implica né rottura della comunione con loro né tanto meno il disconoscimento del Papa e dei Vescovi in quanto tale; senza che questo determina di essere eretico. Quindi, partendo da questa premessa, procediamo.

La risposta alle domande ci viene fornita dal diritto canonico e dai documenti della Chiesa Universale (Codice di Diritto Canonico, Costituzioni del Concilio Vaticano II, Catechismo della Chiesa Cattolica, Nota dottrinale della Congregazione per la Dottrina della Fede).

Si sente dire spesso – a cervello spento e con somma ignoranza – che non si può criticare il Papa “perché è infallibile”.

Quindi, innanzitutto va capito per bene cosa è l’infallibilità e vanno tenuti presenti i requisiti per una verità infallibile. Questi requisiti sono stati stabiliti dal Concilio Vaticano I (e sì, il Concilio Vaticano II non è stato l’unico Concilio nella storia bimillenaria della Chiesa di Cristo) con la Bolla dogmatica Pastor Æternus. Questa Bolla firmata dal Beato Pio IX il 18 luglio 1870, stabilisce appunto il dogma dell’infallibilità papale, mostrandone al contempo anche i precisi limiti:

  • il soggetto dell’infallibilità: la persona del Romano Pontefice, il che vuol dire che il Papa deve fare esplicitamente e personalmente propri anche i documenti di un Concilio Ecumenico perché possano questi essere “infallibili”;
  • la materia dell’infallibilità: la dottrina sulla Fede e sulla morale valevole per la Chiesa universale;
  • il modo di insegnamento da parte del Papa: che è quello di dare valore di definizione alla dottrina proposta.

La Nota dottrinale illustrativa della formula conclusiva della Professio fidei [QUI] della Congregazione per la Dottrina della Fede, firmata il 29 giugno 1998 dall’allora Prefetto, il Cardinale Joseph Ratzinger, ha delimitato in modo chiaro ed esplicito le modalità e i campi, nell’osservanza di precise condizioni in cui è impegnata unicamente l’infallibilità del Sommo Pontefice; dunque i relativi asserti che sono assolutamente vincolanti per tutti i Cattolici e non criticabili perché in tali assunti non ci può essere nascosto nessun errore dottrinale. Va da sé che al di fuori di queste materie e condizioni il Papa non è infallibile e dunque può sbagliare.

Quindi, il Papa – qualsiasi Papa e non solo l’attualmente regnante – non deve essere sempre ascoltato senza batter ciglio e senza essere criticato, visto che può sbagliare se non è impegnata l’infallibilità. Ciò naturalmente non significa che tutto quello che dice e fa sia opinabile. Ad esempio, ciò che dice un Papa in un’intervista non impegna la sua infallibilità. Lo stesso Papa attualmente regnante ha affermato: «Non è peccato criticare il Papa qui! Non è peccato, si può fare» (Discorso all’Assemblea Generale della Conferenza Episcopale Italiana, 21 maggio 2018 [QUI]).

Il Catechismo della Chiesa Cattolica impone obbedienza al Papa perché seguendo la sua volontà si aderisce a quella di Dio. Ma laddove questa volontà fosse in conflitto con quella divina, l’auctoritas pontificia verrebbe meno, perché ogni potestas – insegna San Tommaso d’Aquino – riceve validità dall’ossequio al bene.

Nel Can. 1752, quello che conclude il Codice di Diritto Canonico, si legge che la salvezza delle anime deve sempre essere nella Chiesa legge suprema. Salus animarum suprema lex perché la salvezza delle anime è il sommo bene. E il primo balsamo per le anime è il favor veritatis. Al favore della verità è sottomesso lo stesso Vicario di Cristo (che non è un titolo semplicemente storico, ma su cui si base l’autorità del Papa regnante, indifferentemente da dove decide di rilegare “graficamente” questo titolo [“Vicario di Cristo” da primo e sostanziale titolo, rilegato “graficamente” a solo “titolo storico”. Cardinale Müller: “Una barbarie teologica” – 4 aprile 2020]).

Nell’epoca dei falsi profeti – che notoriamente diffondono il falso, la menzogna, la zizzania, la discordia – e di coloro che mettono in dubbio ormai tutto quanto accade nella Chiesa Cattolica Romana. che attaccano la dottrina Cattolica e la Tradizione, è opportuno ricordare con forza i due principi fondamentali su cui la Chiesa Cattolica Romana stessa si regge e che nel tempo hanno significato il suo radicamento nell’insegnamento del suo Fondatore, il Figlio di Dio Gesù Cristo, morto sulla Croce, disceso negli inferi, resuscitato e salito al Cielo e che un giorno ritornerà per giudicare i vivi e i morti: il principio del favor veritatis e il principio della salus animarum suprema lex, fondamento del diritto canonico.

Questi due principi offrono la chiave di lettura, ovvero l’interpretazione di tutte le norme canoniche, nell’ottica di un’antropologia teologica rinnovata e riletta dal Concilio Ecumenico Vaticano II.

Questi due concetti sono stati posti a compimento e a sintesi di tutto il diritto canonico, significando quei valori imprescindibili dai quali nessuna norma potrà mai derogare, neanche un Papa.

Quindi, sì obbedienza al Papa, ma non papolatria (eresia epocale di una deviazione teologica, di natura psico-sociale-sentimentalista, che consiste nel posporre – al contrario di quanto chiaramente detto nel Vangelo – il Padrone al servo), non papismo (l’intransigente difesa della legittimità del potere temporale supremo del Papa).

Il Can. 212 del Codice di Diritto Canonico [2] chiede da una parte obbedienza ai pastori e dall’altra riconosce ai fedeli il diritto di esprimere il loro pensiero su “ciò che riguarda il bene della Chiesa”. I fedeli possono e devono in alcuni casi manifestare le loro perplessità “salvo restando l’integrità della fede e dei costumi e il rispetto verso i pastori, tenendo inoltre presente l’utilità comune e la dignità delle persone”, o come dice la Costituzione dogmatica sulla Chiesa del Concilio Vaticano II Lumen Gentium del 21 novembre 1964, al N. 37, “con verità, fortezza e prudenza, con rispetto e carità verso coloro che, per ragione del loro sacro ufficio, rappresentano Cristo”.

Al Papa è lecito muovere critiche? E muoverle pubblicamente? Nihil sub sole novum (Cfr. Qoèlet, 1,9-10). San Paolo criticò Pietro, primo Papa della storia: “Quando Cefa venne ad Antiochia mi opposi a lui a viso aperto perché evidentemente aveva torto” (Gal 2,11). San Paolo nel “resistere in faccia a Pietro davanti a tutti” (Gal 2,14), non si presentava con presuntuosa superbia, ma con lealtà, tanto più che in qualche modo era pari di Pietro in difesa della fede. E pur essendo anche suo suddito, lo rimproverò pubblicamente per il pericolo di scandalo nella fede. Scrive San Tommaso d’Aquino: “Quando vi fosse un pericolo per la fede, i sudditi sarebbero tenuti a rimproverare i loro superiori anche pubblicamente. Perciò San Paolo, che pure era suddito di Pietro, per il pericolo di scandalo nella fede, lo rimproverò pubblicamente. Sant’Agostino commenta: “Pietro stesso diede l’esempio ai superiori di non sdegnare di essere corretti dai sudditi, quando capita di allontanarsi dalla giusta via”.

Il Catechismo della Chiesa Cattolica impone sì obbedienza al Papa, ma laddove il dogma di infallibilità non è impegnato, il fedele ha diritto di critica. Questo naturalmente non significa che ogni cosa che dice il Papa può allora essere opinabile e soggetta a critiche. Ma ciò che il Sommo Pontefice dice, ad esempio, in un’intervista non impegna l’infallibilità papale. Anche quando si è nella possibilità di mettere in discussione cosa fa e cosa dice il Papa, lo si deve fare con un chiaro atteggiamento di umiltà. Questo è confermato dal N. 62 della Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo del Concilio Vaticano II Gaudium et spes  del 7 dicembre 1965, che indica un atteggiamento di umiltà nel manifestare la propria opinione. Se si tratta infine di coloro che si dedicano allo studio delle scienze sacre, il Can. 218 del Codice di Diritto Canonico [3] richiede prudenza nel proprio pensiero.

La correzione dei pastori da parte dei fedeli, non solo è permesso dalla Chiesa, ma in certi casi lo raccomanda e lo obbliga. Si fonda sulla carità. È in base alla carità che saremo giudicati al termine dei nostri giorni. Come ha sintetizzato San Giovanni della Croce è la carità la realtà che attira su di noi le benedizioni divine. «Ecco, com’è bello e com’è dolce che i fratelli vivano insieme! (…). Perché là il Signore manda la benedizione, la vita per sempre» (Sal 133,1.3).

Ogni cosa, comprese le critiche, per rimanere sulla via del Vangelo devono essere fatte conservando la carità. Diversamente costituiscono un peccato, che talvolta può essere anche mortale. Quali i criteri da tenere presente perché le critiche possano essere non solo giuste, ma anche meritorie se sono animate dalla carità? Il criterio per eccellenza è quello offerto da Sant’Agostino: in necessariis unitas, in dubiis libertas, in omnibus caritas.

Nelle cose necessarie e nelle quali non è lecita la libertà d’opinione, ci vuole l’unità: le verità riguardanti la fede e la morale.

Nelle cose dubbie e a maggior ragione nelle cose opinabili, ognuno è libero di pensare come vuole e di avere un pensiero “diverso” o “altro”.

Se le critiche non sono sostenute dalla carità, si è fuori dello spirito evangelico.

San Tommaso d’Aquino dice anche che “si tocca colpevolmente il superiore quando lo si rimprovera senza rispetto, oppure quando si sparla di lui”. Questo succede quando nelle critiche al Papa e ai Vescovi mancano la serenità d’animo, il rispetto, la carità. Cristo ha reagito nei confronti del servo del Sommo Sacerdote che gli aveva dato uno schiaffo senza animosità e senza ferocia, ma gli ha risposto con pacatezza e fermezza: “Se ho parlato male, dimostrami dov’è il male; ma se ho parlato bene, perché mi percuoti?” (Gv 18,23). Così dovrebbero essere le dispute tra i cristiani, in modo che i non credenti o gli seguaci di altre religioni possano ripetere lo stupore riferito da Tertulliano: “Guardate come si amano!”.

Escludendo il timore servile (il leccare delle pantofele), nel caso della correzione fraterna (o filiale) è necessario il timore reverenziale, che ispira anche il “debito modo” nel fare la correzione fraterna (o filiale) a chi è costituito in autorità. Essa cioè non va fatta con insolenza né con durezza, ma con mansuetudine e con rispetto. San Paolo diceva: “Come a un padre” (1Tim 5,3). San Paolo VI raccomandava: “Con amore, senza amarezza”.

Invece, la critica nella Chiesa (ad intra) e soprattutto alla Chiesa (ad extra) ha preso negli ultimi decenni toni di amarezza e di arroganza che difficilmente sono conciliabili con il mandato della carità, che sta alla base della correzione fraterna (e filiale). Oltre la conformazione allo spirito e alle mode del secolo, denunciata a suo tempo da Padre Henri de Lubac, in molti casi era ed è presente un fattore di patologia psicologica, che non segue la via della carità, portando ben oltre l’esercizio dell’opera di misericordia e che può comportare errori teologici e falli di ordine spirituale oggettivamente gravi. Certo, non vi è Uomo di Chiesa che già in terra possegga la perfezione (e neanche i Santi lo sono, essendo umani e non angeli). Nemmeno i Santi proclamati dai Papi hanno superato tutti le imperfezioni derivanti dalla natura, mentre erano in terra (solo gli angeli sono esseri perfetti, che stanno in Cielo al cospetto del Signore).

San Tommaso d’Aquino indica due tipi di dispute: la prima disputa è quelle che tende a rimuovere i dubbi circa l’esistenza di una verità (an sit verum) e in tale disputa teologica bisogna servirsi al massimo delle autorità (Bibbia, Padri e Dottori della Chiesa); la seconda disputa è quello magistrale, volto non tanto a rimuovere l’errore, ma ad istruire gli ascoltatori o i lettori e portarli a capire la verità che si intende spiegare, per far capire la ragionevolezza di ciò che si offre (quomodo sit verum), perché altrimenti, se chi insegna determina la questione con la sua autorità, l’ascoltatoree o il lettore verrà a sapere che quella è la verità (secondo la Chiesa) ma non acquisterà nulla dal punto di vista scientifico e se ne tornerà vuoto (vacuus abscedet).

Qui siamo nell’immenso campo di lavoro del teologo, il quale però, come ogni credente, non potrà non tener conto dell’autorità della Chiesa Universale che risiede principalmente nel Sommo Pontefice quando parla ex cattedra. Se poi si rendesse necessaria una correzione fraterna (o filiale) nei confronti dell’autorità della Chiesa (Papa o Vescovi), l’atto di carità non potrà non essere accompagnato dall’umiltà. In questa linea di Sant’Agostino anche San Tommaso conduce la sua analisi e spiegazione del comportamento di San Paolo nel commento alla Lettera ai Galati che abbiamo citato.

Nei testi di riferimento si trova – per chi vuole essere fedele alla Chiesa sino in fondo e restare pienamente Cattolico – il criterio per comprendere quale sia lo spazio di manovra del Cattolico dubbioso delle parole, degli atti e delle azioni del Papa e si sente in dovere – con il favor veritatis di criticarlo, a ragion veduta perché osserva delle divergenze tra ciò che lui afferma e ciò che invece dichiara il Magistero (esclusiva unità di misura della verità per il Cattolico), con il fine di avvalorare la verità, di illuminare i dubbiosi, di far chiarezza sulla dottrina cattolica. Anche con il rischio di scandalo, è sempre imperativo annunciare la verità, usando la virtù della prudenza, che indica gli strumenti più efficaci per servire la verità nel miglior dei modi.

Infine, il principio salus animarum suprema lex è il fondamento non solo del diritto canonico, ma della vita spirituale di tutti i battezzati, che devono avere come regola irrinunciabile del proprio agire, il favore della verità per la salvezza delle anime: vale non solo per i pastori, ma per ogni singolo fedele, l’imperativo della salvezza della propria anima e quella dei fratelli.

[1] Concausa, dal latino medievale “concausa”: causa che concorre unitamente ad altre a produrre o spiegare un determinato effetto. In diritto, il rilievo di più cause nella verificazione di un medesimo evento delittuoso o dannoso, con conseguente riduzione di responsabilità per ciascun autore, in proporzione dell’effettivo rilievo causale della sua condotto; elemento importante del giudizio penale, in quanto può in taluni casi escludere la colpevolezza dell’imputato e quindi la pena.

[2] Can. 212 – §1. I fedeli, consapevoli della propria responsabilità, sono tenuti ad osservare con cristiana obbedienza ciò che i sacri Pastori, in quanto rappresentano Cristo, dichiarano come maestri della fede o dispongono come capi della Chiesa.
§2. I fedeli sono liberi di manifestare ai Pastori della Chiesa le proprie necessità, soprattutto spirituali, e i propri desideri.
§3. In modo proporzionato alla scienza, alla competenza e al prestigio di cui godono, essi hanno il diritto, e anzi talvolta anche il dovere, di manifestare ai sacri Pastori il loro pensiero su ciò che riguarda il bene della Chiesa; e di renderlo noto agli altri fedeli, salva restando l’integrità della fede e dei costumi e il rispetto verso i Pastori, tenendo inoltre presente l’utilità comune e la dignità delle persone.

[3] Can. 218 – Coloro che si dedicano alle scienze sacre godono della giusta libertà di investigare e di manifestare con prudenza il loro pensiero su ciò di cui sono esperti, conservando il dovuto ossequio nei confronti del magistero della Chiesa.

Obbedienza
No, il Papa non ha sempre ragione
di Stefano Fontana
La Nuova Bussola Quotidiana/Editoriali, 4 settembre 2018

Il fedele cattolico deve stare “sempre e comunque” dalla parte dei Pastori? È quello che di questi tempi alcuni sostengono, ma un’affermazione del genere indica un positivismo cristiano che vita di fare i conti con la verità e la ragione, a cui anche i Pastori sono tenuti.

Il fedele cattolico deve stare “sempre e comunque” dalla parte dei Pastori? Molti si fanno questa domanda di questi tempi. Qualcuno dice di sì, qualche altro dice di no. Vorrei provare a dire cosa sembra a me, sulla base di un certo buon senso umano e cristiano più che del diritto canonico di cui non sono esperto.

Se fosse vera l’espressione “sempre e comunque dalla parte dei Pastori”, si cadrebbe in un positivismo cattolico, episcopale o papista che sia. Ossia tutto quello che i Pastori fanno o dicono è vero e buono solo perché lo fanno o lo dicono i Pastori. È evidente che una simile posizione non è condivisibile dal fedele cattolico. Non solo perché (troppo) spesso i Pastori parlano a titolo personale e su argomenti che non sono né di fede né di morale, ma soprattutto perché tutti siamo vincolati alla verità e al bene, primi tra tutti i Pastori quando parlano di fede e di morale.

Essi sono servitori della verità e del bene che non stabiliscono soggettivisticamente, ma per ossequio al vero oggettivo della ragione e della dottrina della fede. Vorrei sottolineare questo punto: il Pastore è vincolato non solo alle verità di fede ma anche a quelle di ragione, dato che la Chiesa cattolica serve e tutela sia l’ordine della creazione che l’ordine della redenzione.

Non esiste quindi un obbligo assoluto e incondizionato del fedele a seguire quanto i Pastori gli dicono. Ciò non vuol dire che si debbano fare le guerre interne alla Chiesa, perché la carità va sempre salvaguardata anche quando ci si impegna per la verità. Però la carità non chiede di contraddire o tacere la verità, perché anche la verità è caritatevole.

La vita della Chiesa non può negare quanto è semplicemente naturale ed umano. La sopra-natura non nega mai la natura. Quindi, quanto si richiede solitamente ad un testimone umano non cessa di essere valido quando ci troviamo davanti ad un testimone della fede, quali i Pastori appunto sono.

Per esempio la coerenza personale. Se il testimone mente, oppure ha una condotta immorale, o contraddice oggi quanto sosteneva ieri, o frequenta ambienti e persone che certamente hanno dato cattiva prova di sé … la sua credibilità, umanamente parlando, diminuisce. Ciò vale anche per i Pastori, nei cui confronti non cessano le leggi della logica né quelle della morale. Ogni Pastore deve essere prima un uomo – come anche il fedele, bene inteso… – e la sua credibilità di Pastore non può soprassedere alla sua credibilità umana e personale.

Bisogna ricordare, però, che la scarsa credibilità umana personale non inficia la validità della dottrina insegnata, quando questa è valida. Se un Pastore fosse poco credibile sul piano umano ma insegnasse correttamente la retta dottrina della fede, meriterebbe su questi punti la indiscussa adesione del fedele. L’affidabilità, infatti, è sia soggettiva, ossia attinente ai comportamenti personali, che oggettiva, ossia relativa ai contenuti da lui insegnati.

Tutti vorremmo che nel Pastore ci fossero ambedue le cose, tra le quali, però, esiste una gerarchia: la correttezza dottrinale dell’insegnamento è più importante della coerenza personale. Questa infatti dà un cattivo esempio ma non cambia il vero con il falso, quella invece cambia il vero con il falso, il bene col male, la santità col peccato. Guai, piuttosto, se l’incoerenza personale dovesse influenzare la dottrina insegnata, giungendo magari a mutarla in funzione propria.

A due punti bisogna porre particolare attenzione. Il primo è logico: se il Pastore insegna qualcosa che contraddice quanto la Chiesa ha sempre insegnato, è lecito fermarsi nell’ossequio al suo insegnamento. Come pure se egli assume una logica teologica diversa da quella che la Chiesa ha sempre utilizzato. Il secondo è filosofico: se il Pastore dice cose contrarie a quanto detta la retta ragione, per esempio in campo morale, non esiste obbligo di assenso ai suoi insegnamenti. Quando il Pastore insegna errori non è più Pastore.

Quanto detto finora nega quindi l’obbligo di fedeltà al magistero inteso come fedeltà cieca ad un positivismo episcopale o papale, e ammette una disposizione critica o di rifiuto del fedele quando alcune delle condizioni negative viste sopra dovessero verificarsi in modo inequivocabile e sistematico.

Del resto, ciò viene confermato anche ad un livello più alto. Gesù Cristo non ci chiede di rinunciare alla nostra ragione, alle verità morali naturali, ad adoperare il principio di non contraddizione …, anzi, ci chiede di esaminare la stessa fede cristiana anche con questi strumenti di credibilità o di ragionevolezza. Cristo stesso, quindi, non ha voluto creare un positivismo cristiano. Perché mai dovrebbero farlo i Vescovi o il Papa?

Obbedienza al Papa, solo in relazione a Cristo
di Mons. Antonio Livi
Cooperatores-veritatis.org, 18 gennaio 2014


Detto un po’ brutalmente (diciamo pure “papale papale”, usando un’espressone popolare scherzosa ma non senza contenuto), il Papa interessa relativamente, cioè interessa solo in relazione a Cristo, dal quale riceve l’autorità di «pascere le sue pecorelle» nel suo Nome; solo in relazione a Cristo, la cui Parola egli deve custodire, interpretare e annunciare al mondo, «senza aggiungere e senza togliere alcunché»; solo in relazione a Cristo, del quale il primo Papa, San Pietro, disse che «non ci è stato dato alcun altro Nome sotto il Cielo nel quale possiamo essere salvati».

Pastor Æternus la dottrina sulla vera infallibilità del Pontefice

“Allo scopo di adempiere questo compito pastorale, i Nostri Predecessori rivolsero sempre ogni loro preoccupazione a diffondere la salutare dottrina di Cristo fra tutti i popoli della terra, e con pari dedizione vigilarono perché si mantenesse genuina e pura come era stata loro affidata. È per questo che i Vescovi di tutto il mondo, ora singolarmente ora riuniti in Sinodo, tenendo fede alla lunga consuetudine delle Chiese e salvaguardando l’iter dell’antica regola, specie quando si affacciavano pericoli in ordine alla fede, ricorrevano a questa Sede Apostolica, dove la fede non può venir meno, perché procedesse in prima persona a riparare i danni…. (…) Lo Spirito Santo infatti, non è stato promesso ai successori di Pietro per rivelare, con la sua ispirazione, una nuova dottrina, ma per custodire con scrupolo e per far conoscere con fedeltà, con la sua assistenza, la rivelazione trasmessa dagli Apostoli, cioè il deposito della fede” (Pastor Æternus – Costituzione dogmatica del Beato Pio IX).

È lecito “criticare” il Papa ed i Vescovi? Qual è la maniera corretta?
Ilpensierocattolico.it, 18 maggio, 2020


Padre Marcelo Bravo Pereira, L.C., docente presso Ateneo Pontificio Regina Apostolorum, riflettendo sulle modalità in cui si possa “criticare” il Papa o i Vescovi, nel senso inteso cattolicamente parlando, di giudizio legato al discernimento, alla giusta comprensione con retta ragione, dice che, prima di rapportarci a Vescovi o Sacerdoti, dobbiamo chiederci con quale atteggiamento ci stiamo ponendo: di superiorità, di rancore o per il bene della Chiesa e della Verità? Per un miglior discernimento o per “spirito del mondo”? E poi, in quello che noi stiamo criticando, si stanno valutando delle interviste o atti di Magistero? Il fedele si pone nell’atteggiamento di comprendere qual è il contesto in cui viene riportata una affermazione?

Tali riflessioni nascono spontanee rilevando il numero oramai endemico di fedeli che in questi tempi sono confusi, smarriti, e che sono alla ricerca di punti di riferimento forti, invece che fluidi, solidamente ancorati alla Tradizione, e non in continuo movimento. Molti sono impauriti, e cercano nella Chiesa un supporto, spirituale e morale, solido e fermo, in un periodo in cui le forze mondane portano a prevaricare sui più deboli in maniera sempre più pressante.

Questa confusione e questo smarrimento sfociano a volte in giudizi, prima che critiche, attacchi frontali ai propri pastori che, anche qualora possano essere giustificabili, devono essere correttamente motivati ed indirizzati, fatti pesare, anche come macigni, ma sempre per amore della Verità.

È il Santo Padre Francesco stesso a invitarci più volte alla parresìa, franchezza, coraggio: «I capi, gli anziani, gli scribi, vedendo questi uomini e la franchezza con la quale parlavano, e sapendo che era gente senza istruzione, forse non sapevano scrivere, rimanevano stupiti. Non capivano: “Ma è una cosa che non possiamo capire, come questa gente sia così coraggiosa, abbia questa franchezza” (cfr At 4,13). Questa parola è una parola molto importante che diviene lo stile proprio dei predicatori cristiani, anche nel Libro degli Atti degli Apostoli: franchezza. Coraggio. Vuol dire tutto quello. Dire chiaramente. Viene dalla radice greca di dire tutto, e anche noi usiamo tante volte questa parola, proprio la parola greca, per indicare questo: parresìa, franchezza, coraggio. E vedevano questa franchezza, questo coraggio, questa parresìa in loro e non capivano. Franchezza. Il coraggio e la franchezza con i quali i primi apostoli predicavano … Per esempio, il Libro degli Atti è pieno di questo: dice che Paolo e Barnaba cercavano di spiegare agli ebrei con franchezza il mistero di Gesù e predicavano il Vangelo con franchezza (cfr At 13,46)» (Omelia nella celebrazione eucaristica mattutina trasmessa in diretta dalla Cappella dello Spirito Santo di Domus Sanctae Marthae su “Il dono dello Spirito Santo: la franchezza, il coraggio, la parresìa”, 18 aprile 2020).

Dobbiamo quindi, con atteggiamento umile, costruttivo e per il bene della Verità, portare i nostri dubbi, le affermazioni che possono sembrare distanti dal Magistero perenne della Chiesa ai nostri Vescovi, ai nostri Sacerdoti, ai Preti e chiederne ragione. Come battezzati è un diritto di chiunque portare le nostre critiche. Ma bisogna essere sempre rispettosi di coloro che, per diretta volontà divina, sono i nostri Pastori e guide, dall’”ultimo” dei Sacerdoti, fino al Papa. Fatelo oggi, fatelo subito!

Postscriptum

Anche quanto segue non è un “attacco” a Papa Francesco, ma una costatazione e un pro memoria. Avendo letto quanto precede, dovrebbe essere chiaro anche a chi frequenta più salottini televisivi che non cattedrali e monasteri, o chiese e cappelli se è il caso. E poi, si può rileggere gli articoli di cui seguono i link.

«Cosa mancava nel colloquio Fazio-Bergoglio? Domande insidiose? Oggettivamente impensabile. Mancava la spiritualità, mancava “Dio”. Ve lo deve dire un laico? È surreale che il Papa si occupi di un’agenda politica (ecoimmigrazionista) e “dimentichi” il cuore della questione» (Daniele Capezzone @Capezzone – Twitter, 7 febbraio 2022).

Era più che prevedibile, con il copione già scritto tantissime volte. Sì, lo devono dire i laici. Lo disse già Aleksandr Isaevič Solženicyn, nel 1979, un laico pure lui.

Dimenticare Dio è il vero male, il resto è solo conseguenza

«Più di mezzo secolo fa, quando ero ancora un ragazzo mi ricordo di aver sentito un gran numero di anziani offrire la seguente spiegazione per i grandi disastri che hanno colpito la Russia: “Gli uomini hanno dimenticato Dio, ecco perché tutto questo è accaduto”. Da allora per circa 50 anni ho lavorato sulla storia della nostra rivoluzione, nel frattempo ho letto centinaia di libri, raccolto centinaia di testimonianze, e ho io stesso contribuito con otto volumi allo sforzo di rimuovere le macerie lasciate da quel terremoto. Ma se mi chiedessero oggi di esprimere, nella maniera più concisa possibile, la causa principale della disastrosa rivoluzione che ha ingoiato qualcosa come 60 milioni di persone, io non potrei trovare un modo migliore di rispondere se non ripetendo “Gli uomini hanno dimenticato Dio, ecco perché tutto questo è accaduto”» (Aleksandr Isaevič Solženicyn – Discorso di accettazione del Templeton Price, 10 maggio 1983).

«Finché non sono venuto io stesso in occidente e ho passato due anni guardandomi intorno, non avevo mai immaginato come un estremo degrado in occidente abbia fatto un mondo senza volontà, un mondo gradualmente pietrificato di fronte al pericolo che deve affrontare… Tutti noi stiamo sull’orlo di un grande cataclisma storico, un’inondazione che ingoierà le civiltà e cambierà le epoche» (Aleksandr Isaevič Solženicyn – Discorso alla BBC, 26 marzo 1979).

Per la rilettura (con il cenno del poi)

Analisi di Paolo Centofanti: perché Papa Francesco a “Che Tempo che fa” potrebbe davvero non essere opportuno – 6 febbraio 2022
Quando un tragico pontificato finisce in satira – 6 febbraio 2022
Una questione seria. Dopo la svolta antropologica, la profanazione portata a compimento nel locus artificialis del senza sacro e senza trascendenza. Cui bono? – 5 febbraio 2022

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