Mons. Nosiglia: dignità per i lavoratori

“Per 18 volte il Presidente della Repubblica ha usato, nel discorso di insediamento, la parola ‘dignità’. Come dire che tra le principali necessità del nostro Paese c’è il rispetto per le persone. Se non si riconosce la dignità di ogni persona, finiamo per rassegnarci ad accettare la miseria e le disuguaglianze. Prendiamo per buone le spiegazioni ‘economiche’ che abbandonano famiglie, anziani, bambini a se stessi”.

In questo modo l’arcivescovo di Torino, mons. Cesare Nosiglia, ha sottolineato il discorso di Sergio Mattarella al secondo mandato di presidente della Repubblica Italiana, legandolo alla situazione della ex Embraco:

“Non posso non raccogliere, nelle parole del Presidente, un richiamo diretto a certe situazioni nostre del territorio torinese, e in particolare a quella dei lavoratori della ex Embraco. La vicenda imprenditoriale e sindacale si è conclusa, almeno sul piano formale e delle procedure legali. Ma il problema, la questione drammatica che il caso Embraco, in questi quattro anni, ha sollevato, rimane tutta intera e aperta”.

La situazione di questa fabbrica è una questione nazionale: “Ed è questione che riguarda tutti, non solo i lavoratori e le loro famiglie, non solo il sindacato, la Regione e il Governo nazionale. Perché in questi anni, al di là di qualunque valutazione economica o produttiva, al di là della disinvoltura affaristica di alcuni, è la dignità delle persone dei lavoratori e delle loro famiglie ad essere stata calpestata.

Mi auguro che all’appello del Presidente della Repubblica: tutti facciamo seguire gesti concreti. Tutti, a cominciare dai governi locali e da chi rappresenta il Piemonte nelle istituzioni nazionali. Dobbiamo uscire dagli equivoci”.

La vicenda di questa fabbrica torinese si era conclusa con il licenziamento di tutti gli operai, per cui l’arcivescovo di Torino aveva espresso solidarietà alle famiglie: “La vicenda dei 377 lavoratori e lavoratrici dell’ex Embraco è terminata con l’epilogo peggiore possibile: la perdita del lavoro e il licenziamento collettivo. Si tratta di un esito che doveva essere contrastato con tutte le forze possibili; i quattro anni di lotta, di speranza e di illusione si sono trasformati in rabbia, disorientamento e disagio sociale”.

E’ stato un appello a non lasciarsi prendere dallo sconforto: “…ora bisogna mettere insieme le migliori energie e risorse del territorio per accompagnare le persone nella strada della ricollocazione professionale con gli strumenti ordinari e straordinari che, anche, le istituzioni pubbliche metteranno a disposizione”.

E’ stato un appello alle Istituzioni, perché il lavoro è un fatto sociale: “Rinnovo pertanto il mio appello a tutti coloro che hanno la possibilità di intervenire: dalle istituzioni pubbliche alle imprese e ai loro sistemi di rappresentanza; dalle organizzazioni di volontariato e del terzo settore agli enti di formazione professionale affinché si uniscano le opportunità per accompagnare le persone nella tortuosa strada dell’orientamento, della formazione e della ricollocazione nel mondo del lavoro.

In questo frangente c’è bisogno, ancor più di ieri, di una comunità solidale e prossima, affinché la disoccupazione non venga vissuta come un’esperienza personale e individuale, ma si possa contare su relazioni e reti di prossimità che affianchino uno dei momenti più delicati dell’esistenza umana. Il lavoro (e anche la sua perdita) non deve essere interpretato come un fatto puramente individuale, ma soprattutto sociale”.

E’ un appello che attua un metodo per altre situazioni: “La diocesi continuerà a sollecitare il Ministero affinché assuma le sue responsabilità in riferimento alle possibilità concrete di avviare la ricollocazione dei lavoratori ex Embraco. Dopo il mio appello dei giorni scorsi diverse imprese si sono dette disponibili a valutare la possibilità di offrire occasioni occupazionali, a partire dalle capacità professionali dei lavoratori.

E’ necessario pertanto avviare un’azione che veda ogni soggetto coinvolto fare la sua parte, ma lavorando in stretta collaborazione, a cominciare dalla Regione e dal Ministero. Si tratta, anche al di là della vicenda Embraco, di realizzare un ‘metodo’ che consenta ai poteri pubblici di intervenire efficacemente, anche valorizzando le proposte e le offerte che possono venire da altri soggetti, come le imprese private.

Faccio appello anche al mondo del credito e a quanti possono offrire qualche sussidio economico per i lavoratori; la Caritas è pronta a recepire e coordinare ogni progetto di questo genere”.

Il punto di vista di mons. Nosiglia non si arresta solo al mondo del lavoro, ma anche a coloro che non hanno una casa: “La Chiesa si è impegnata attraverso la Caritas, con la Croce Rossa e le associazioni che hanno lavorato con le molte realtà del volontariato cattolico e non solo, per offrire tutti quei servizi di accompagnamento alle persone che fanno parte della accoglienza nei dormitori e anche sulla strada…

Il senso dunque di queste tende è sì di affrontare una emergenza, ma è soprattutto quello di continuare e rinforzare un discorso, un dialogo, una relazione con le persone senza fissa dimora. Se ci conosciamo meglio, se siamo più vicini, potremo riuscire a fare dei progetti insieme.

Per uscire dalle tende, e per rientrare nella città. In più occasioni ho avuto modo di dire che si corre il rischio, a Torino, di vivere in due città diverse. Ma è altrettanto vero che questa è una città che non vuole abbandonare nessuno”.

A questo punto l’arcivescovo di Torino ha richiamato una frase di mons. Helder Camara: ‘Quando dò cibo ai poveri mi chiamano santo. Quando domando perché i poveri non hanno cibo, dicono che sono un rivoluzionario’.

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