Le canzoni di Martino Chieffo sono ‘Parole leggere’

Martino Chieffo racconta con la musica il suo percorso di ricerca e di identità attraverso il primo disco ‘Parole leggere’ in versione fisica e digitale, acquistabile a questo link: https://www.martinochieffo.com/parole-leggere-il-mio-primo-disco/  con distribuzione nazionale Audioglobe: la sua storia è molto interessante.

Suo padre, Claudio Chieffo, è stato un notissimo cantautore ad oggi ancora fra i più cantati del mondo, ma il percorso delle ‘Parole Leggere’ è un percorso dentro e fuori l’area di fede e di militanza in cui ha passato l’infanzia e la giovinezza, di cui il padre è stato portavoce per tutta la vita.

Un percorso di coscienza e di identità, delicato, spesso anche doloroso, che finisce per orbitare altrove, non senza ripensamenti, non senza malinconie e dubbi, che sceglie di cercare luce in una raffinata poetica in chiaroscuro, quella degli incontri e delle piccole cose.

Martino Chieffo quindi affronta i temi chiave della propria formazione: “Questo è il mio primo disco e parla della mia vita. Senza giudizi, senza rabbia. E senza rimpianti. Con le mie parole, leggere. E sincere più che posso. Racconto delle storie. Con le parole che riesco a trovare.

Con le note che arrivo a fare. L’ho registrato con degli amici in un posto magico in mezzo alla campagna tosco romagnola. Come una volta, tutti insieme in una stanza, con il crepitio del fuoco che si confonde con il ronzio degli amplificatori a valvole”.

Ci può spiegare come nascono le ‘Parole leggere’?

“E’ un gesto di tenerezza prima di tutto verso me stesso e la leggerezza vuole contrapporsi alla violenza delle presunte verità gridate. Non sempre si riescono a trovare parole delicate per raccontare le cose, non sempre prevale il ricordo del bene che si cela anche nel male, il rischio è che la lingua decida di utilizzare parole che, lanciate come pietre pesanti o affilate, feriscono il cuore. Il desiderio però rimane quello di raccontare con tenerezza (anche) il male per ricordarne il bene”.

Perché proprio ora ha deciso di incidere questo cd?

“La musica va suonata e ascoltata dal vivo, anche se negli ultimi due anni fare un concerto è stato praticamente impossibile. Registrare un album autoprodotto di qualità è quasi un suicidio in epoca di streaming, solo uscite e zero rientri economici. Ma era venuto il momento di lasciare un piccolo segno fisico di ciò che ho da dire”.

Come è possibile raccontare storie con la musica?

“Prima che le storie fossero scritte sono state illustrate sulle pareti delle caverne poi raccontate a voce, i cantastorie le raccontavano accompagnandosi con uno strumento. Credo di avere qualcosa da raccontare e l’ho fatto nella modalità che sentivo più vicina con parole e musica, da cantastorie insomma.

Il disco l’ho registrato così, con amici in un posto speciale che si chiama Crinale, in mezzo alla campagna tosco-romagnola. Come una volta, tutti insieme in una stanza, con il crepitio del fuoco che si confonde con il ronzio degli amplificatori a valvole. Uno prende la chitarra, comincia a cantare e gli altri arricchiscono il racconto con il proprio strumento. Spero di poterlo fare presto dal vivo”.

Perché il cd si chiude proprio con ‘Il viaggio’?

“E’ una canzone di mio padre in cui tanti si riconoscono, anche io, ma ognuno a modo suo. Non c’è una lettura univoca di una canzone, e questo completa la risposta alla domanda precedente, quando viene ascoltata sul serio viene fatta propria e quindi caricata di significati che possono andare ben oltre l’intuizione dell’autore.

Da anni avvertivo uno scarto enorme tra le domande che avevo nel cuore ed il modello preconfezionato che mi era proposto. Ma mi sentivo sbagliato io, credevo di non essere all’altezza della risposta che mi veniva data mentre era esattamente il contrario.

Pensando fosse colpa mia mi forzavo a credere, aderire ad un modello, ma oggi per me la fede non può essere uno sforzo o una costrizione. Ho voluto registrarla nuda e cruda come se la stessi cantando tra me e me”.

Comunque anche per lei la strada è sempre ‘bella’?

“Tra gli strumenti che suono (non nel disco in cui suono solo la chitarra) c’è il Theremin, strumento strano e affascinante che si suona senza toccarlo. Non ci sono riferimenti per le note, si gioca tutto sull’orecchio e sul gesto deciso e sicuro delle mani che si librano nell’aria, con un’altissima probabilità di sbagliare, e basta meno di un millimetro per fare la nota sbagliata.

Il campo entro cui si suona si modifica in continuazione, cambia da persona a persona e dipende dalla persona così come le posizioni della mano attraverso cui si compongono le note. Ecco, suonare il Theremin lo considero un atto di fede, di coraggio e di assunzione della responsabilità. Così come decidere di proporre le proprie canzoni.

E’ un po’ la metafora di quello che mi è accaduto, quando mi è crollato attorno il castello di finte certezze che avevo costruito e mi sono ritrovato senza riferimenti. Doloroso inizialmente ma bellissimo perché da lì è partita una ricerca vera del senso di sé, una continua scoperta di note e melodie che avevo ignorato.

Ci ho tenuto ad esprimere, proprio nella title track dell’album, un concetto che per me è diventato fondamentale e liberante, ovvero che non si può avere la presunzione che la propria strada sia la strada, sia quella giusta e sia l’unica giusta, l’unica vera. Chi ha questa presunzione e la vuole imporre agli altri sta usando violenza. Ecco perché dico che non è mai una sola la strada, ma essa è scritta dai passi, comunque vada”.

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