L’Ambasciatore armeno presso la Santa Sede replica alle recenti affermazioni del suo omologo azero. La memoria corta dei governanti azeri…

L’Ambasciatore dell’Armenia presso la Santa Sede Garen A. Nazarian (foto di copertina) ha commentato le recenti affermazioni dell’Ambasciatore dell’Azerbajgian presso la Santa Sede Rahman Mustafayev, riportate acriticamente da alcuni organi di stampa, tra cui di seguito ne riportiamo due.

“A più di un anno dalla fine della guerra di aggressione di 44 giorni – scrive Nazarian -, l’Azerbajgian continua a ignorare apertamente i suoi impegni internazionali e gli obblighi del diritto umanitario internazionale. Le autorità azerbajgiane continuano a detenere illegalmente più di cento prigionieri di guerra e civili armeni. Ignorando l’attuazione delle misure provvisorie della Corte europea dei diritti dell’uomo e della Corte internazionale di giustizia, l’Azerbajgian continua a nascondere il numero reale dei prigionieri di guerra e civili armeni, mettendoli a rischio di scomparsa forzata». L’Ambasciatore armeno presso la Santa Sede aggiunge che non si può comunque ignorare l’«invasione da parte delle truppe azerbajgiane nel territorio sovrano dell’Armenia».

In riferimento all’invito della parte azerbajgiana alla Santa Sede a fare da «ponte», osserva Nazarian, «deve essere ricordato all’ambasciatore che il suo governo, e in particolare il suo capo di stato, ha totalmente ignorato i numerosi appelli fatti in precedenza da Sua Santità Papa Francesco a da altri leader mondiali per fermare la guerra scatenata contro la popolazione pacifica dell’Artsakh (Nagorno Karabakh) nell’autunno del 2020 dall’Azerbajgian con il coinvolgimento diretto della Turchia e dei combattenti terroristi e jihadisti stranieri giunti da vari punti caldi del Medio Oriente».

“Curiosamente – osserva l’Ambasciatore armeno – la visita della delegazione azerbajgiana in Vaticano ha coinciso con il 32° anniversario dei pogrom di massa contro gli Armeni che ebbero inizio a Baku nel gennaio del 1990. Come è noto questi crimini furono il culmine della politica di annientamento e dello sfollamento forzato della popolazione armena che viveva nella Repubblica Socialista Sovietica dell’Azerbajgian. Tra la popolazione armena centinaia furono gli uccisi, i mutilati e coloro che sparirono alla fine di una interminabile settimana di sanguinose atrocità di massa. Questi massacri, per cui mezzo milione di Armeni divennero rifugiati, completò quel processo di annientamento degli Armeni dall’Azerbajgian. La costante negazione dei massacri di Baku e degli altri crimini contro gli armeni, la glorificazione dei loro ideatori, l’incessante istigazione all’odio contro gli Armeni sono ancora politica di stato nel cosiddetto Azerbajgian “multiculturale e tollerante”. Continua a manifestarsi sotto forma di espressioni d’odio e politica aggressiva nei confronti e dell’Artsakh, rappresentando una minaccia alla pace e alla stabilità della nostra regione».

Gli smemorati di Baku
Iniziativa italiana per il Karabakh, 20 gennaio 2022

L’Azerbajgian commemora il 32° anniversario del cosiddetto “gennaio nero” allorché scontri tra le forze militari dell’URSS e gruppi armati azeri provocarono perdite da entrambe le parti. Secondo alcune fonti neutrali, durante quegli eventi (tra il 13 e il 20 gennaio 1990), sono state uccise da 131 a 170 persone e quasi 700 sono rimaste ferite. Ma evidentemente a Baku hanno la memoria corta, oppure ricordano benissimo cosa è accaduto prima…

Il “gennaio nero” Azerbajgian è stato preceduto da allarmanti precursori di violenze di massa con la popolazione armena inerme, abbandonata dalle forze armate e dell’ordine che nulla fecero per proteggerla mentre il “Fronte popolare” aizzava gli animi più estremisti e montava l’odio contro gli Armeni.

Il 12 gennaio 1990 a Baku scoppiò un pogrom di sette giorni contro gli Armeni. Questa non è stata un’azione spontanea, una tantum, ma una delle tante azioni anti-armene dell’Azerbajgian. Sebbene diverse fonti affermassero che il pogrom degli Armeni a Baku fosse una risposta diretta alla risoluzione sull’unificazione formale del Nagorno Karabakh con l’Armenia, la realtà fu che quelle violenze altro non erano se non la continuazione della politica anti-armena dell’Azerbajgian, durante tutto il XX secolo, compreso il periodo sovietico.

A partire dal 1988 a Baku si svolsero grandi manifestazioni, organizzate da gruppi di radicali con il pieno sostegno delle autorità sovietiche dell’Azerbajgian. Il 12 gennaio 1990, una massa si raccolse in piazza Lenin a Baku per ascoltare i leader del “Fronte popolare” e altri radicali che chiedevano alla gente di difendere la sovranità azerbajgiana e l’integrità territoriale dagli Armeni. Poco dopo, diversi gruppi di giovani estremisti iniziarono a vagare per Baku, terrorizzando gli Armeni e avvertendoli di lasciare la città.

La sera dello stesso giorno, i manifestanti cominciarono ad attaccare gli Armeni. Lo storico Thomas de Waal afferma che, come a Sumgayit, gli attivisti si distinsero per l’estrema crudeltà delle loro azioni. Le case degli Armeni furono bruciate e saccheggiate e gli Armeni furono uccisi e feriti. Diverse persone hanno parlato della crudeltà degli Azeri. Aleksei Vasilyev, un soldato sovietico, in seguito ha testimoniato di aver visto come una donna nuda è stata gettata dalla finestra mentre la sua casa stava bruciando. Un giornalista americano Bill Keller, che si trovava a Baku poco dopo i pogrom, nel suo rapporto per il New York Times ha scritto: “Qua e là, finestre sbarrate o muri anneriti dalla fuliggine segnano un appartamento in cui gli Armeni sono stati cacciati dalla folla e le loro cose sono state date alle fiamme sul balcone“. La chiesa Armena Ortodossa, la cui congregazione è stata impoverita negli ultimi due anni da un’emigrazione basata sulla paura, fu ridotta a una rovina carbonizzata. Un vicino ha detto che i vigili del fuoco e la polizia hanno assistito senza intervenire mentre i vandali hanno distrutto l’edificio sacro all’inizio dell’anno.

Le violenze e gli omicidi sono testimoniati dal Presidente del Consiglio dell’Unione delle forze armate dell’URSS, Yevgeny Primakov, inviato a Baku con decreto del Presidente del Soviet Supremo dell’URSS, Mikhail Gorbachev, e dal Ministro dell’Interno dell’URSS, Vadim Bakatin, nonché il Comandante della 106a divisione aviotrasportata delle forze armate, che era sul posto, il maggiore generale Alexander Lebed, che ha anche assistito ai massacri degli Armeni.

Uno dei leader dei radicali, Etibar Mamedov, ha testimoniato di azioni crudeli e ha affermato che non vi era alcun intervento ufficiale. Ha detto di aver visto come due Armeni sono stati uccisi mentre i poliziotti erano vicini alla scena del crimine.

I pogrom contro gli Armeni sono durati una settimana, a seguito della quale, secondo diverse fonti, sono state uccise più di 150 persone, più di 300 Armeni sono rimasti feriti e più di 200.000 Armeni hanno dovuto lasciare Baku.

Per tutto questo tempo, le autorità dell’URSS hanno assistito a come gli Armeni indifesi venivano uccisi e torturati. Il 20 gennaio, dopo che la popolazione Armena era già stata espulsa dalla città, le truppe dell’Unione Sovietica intervennero a Baku e fu dichiarato lo stato di legge marziale.

Mikhail Gorbachov ha affermato che i radicali armati azeri hanno aperto il fuoco sulle truppe sovietiche, motivo per l’inizio degli scontri. Le truppe hanno attaccato i manifestanti radicali e sono iniziate gli scontri tra le truppe dell’Unione Sovietica e gruppi armati di radicali azerbajgiani. Le truppe sovietiche riuscirono a spezzare la resistenza dei manifestanti radicali in un solo giorno.

Come si vede dalla cronologia degli eventi, i pogrom armeni a Baku e gli eventi del “gennaio nero” hanno una connessione, ma la connessione non è il modo in cui le autorità azerbajgiane cercano di mostrarla. I pogrom armeni furono una delle ragioni dell’intervento delle truppe sovietiche a Baku, ma i civili Armeni non hanno alcun senso di colpa per il fatto che i gruppi radicali azerbajgiani, con il pieno appoggio delle loro autorità, decisero di organizzare pogrom e uccidere gli Armeni nelle loro stesse case.
Ancora oggi, le autorità azere cercano di utilizzare ogni episodio della loro storia per la loro politica armenofobica. Dire che gli Armeni sono i responsabili degli eventi del “gennaio nero” non è altro che un altro atto di populismo. L’Azerbajgian continua a demonizzare gli Armeni e nasconde l’orrore di cui si sono macchiati i governanti azeri. O forse hanno solo la memoria corta…

Azerbajgian-Armenia: Ambasciatore Mustafayev, Vaticano può contribuire a riconciliazione post conflitto
Roma, 17 gen 11:34 – (Agenzia Nova) –
Il Vaticano può contribuire alla riconciliazione “post conflitto” tra Azerbajgian e Armenia: Baku è pronta per un Trattato di pace con Erevan dopo la fine della guerra nel Karabakh. Lo ha detto l’Ambasciatore azerbajgiano presso la Santa Sede (con sede in Francia), Rahman Mustafayev, durante una conferenza stampa nel corso della sua visita a Roma. “Non stiamo più parlando di una mediazione nella risoluzione del conflitto nel Karabakh, in quanto questo si è già concluso”, ha precisato il diplomatico azerbajgiano indicando che, con la dichiarazione trilaterale del 10 novembre, le ragioni di tale conflitto – ovvero la presenza di truppe armene nel territorio dell’Azerbajgian – sono state rimosse. L’Ambasciatore ha sottolineato che i leader spirituali di Armenia e Azerbajgian si sono incontrati più volte a Mosca, Baku e Erevan, per portare avanti il dialogo e trovare una soluzione pacifica alle dispute tra i due Paesi. “Vogliamo allargare questo dialogo anche al Vaticano considerando che il Papa ha rapporti buoni sia con l’Azerbajgian che con l’Armenia”, ha spiegato Mustafayev secondo cui la Santa Sede può essere “un ponte” nell’instaurazione di rapporti diplomatici tra Baku e Erevan.

L’Azerbaigian chiede aiuto a Papa Francesco per fare pace con l’Armenia
Faro di Roma, 17 gennaio 2022

Il Vaticano può contribuire alla riconciliazione “post conflitto” tra Azerbajgian e Armenia: Baku è pronta per un Trattato di pace con Erevan dopo la fine della guerra nel Karabakh. Lo ha detto l’Ambasciatore azerbajgiano presso la Santa Sede (con sede in Francia), Rahman Mustafayev, durante una conferenza stampa nel corso della sua visita a Roma. “Non stiamo più parlando di una mediazione nella risoluzione del conflitto nel Karabakh, in quanto questo si è già concluso”, ha precisato il diplomatico azerbajgiano indicando che, con la dichiarazione trilaterale del 10 novembre, le ragioni di tale conflitto – ovvero la presenza di truppe armene nel territorio dell’Azerbajgian – sono state rimosse.
L’Ambasciatore ha sottolineato che i leader spirituali di Armenia e Azerbajgian si sono incontrati più volte a Mosca, Baku e Erevan, per portare avanti il dialogo e trovare una soluzione pacifica alle dispute tra i due Paesi. “Vogliamo allargare questo dialogo anche al Vaticano considerando che il Papa ha rapporti buoni sia con l’Azerbajgian che con l’Armenia”, ha spiegato Mustafayev secondo cui la Santa Sede può essere “un ponte” nell’instaurazione di rapporti diplomatici tra Baku e Erevan.

Lo scorso luglio L’Ambasciatore Mustafayev ha incontrato il Segretario di Stato della Santa Sede, il Cardinale Pietro Parolin.
Durante l’incontro, il Segretario di Stato vaticano è stato informato dettagliatamente sulla fase postbellica. Le parti hanno scambiato opinioni sulle principali sfide che l’Azerbaigian deve affrontare: lo sminamento dei territori liberati, il ripristino dei territori distrutti, la reintegrazione dei cittadini azeri di origine armena, il ripristino della pace tra l’Armenia e l’Azerbajgian.
Nell’occasione il diplomatico azero ha presentato un opuscolo informativo preparato dall’Ambasciata dell’Azerbajgian, che riflette la situazione nei territori distrutti, nonché la loro ricostruzione.
Sono stati citati i progetti realizzati dalla Fondazione Heydar Aliyev in Vaticano. È stato evidenziato il ruolo e il contributo di Mehriban Aliyeva, Primo Vicepresidente della Repubblica dell’Azerbajgian e Presidente della Fondazione Heydar Aliyev, nello sviluppo delle relazioni bilaterali.
È stato sottolineato che la fruttuosa cooperazione tra l’Azerbajgian e il Vaticano è servita alla protezione del patrimonio culturale e ha contribuito entrambi allo sviluppo del dialogo interreligioso.