“Abuso Sessuale nella Chiesa: Il Codice del Silenzio” (2017) e i silenzi di Francesco. Nega di aver ignorato gli abusi di preti a Buenos Aires e di aver tentato di influenzare la giustizia argentina

Ieri, 19 gennaio 2020 abbiamo letto un’affermazione che – per amore di verità e per dovere di cronaca – non possiamo lasciare inosservato (senza entrare in cose laterali, che meriterebbero una parola, il minimo è osservare che l’autore del docufilm del 2017 non si chiama Boudat, ma Boudot, errore copiato da Domina TV Multilingual, che l’ha copiato da Complicit Clergy).

Nel suo blog su Libero Quotidiano, sotto il titolo Il documentario sulla tedesca ZDF: papa Francesco ignorò gli abusati e difese il pedofilo. Bergoglio nega, ma “carta canta” Andrea Cionci scrive: «Nel 2018, la tv di stato tedesca ZDF ha mandato in onda uno sconvolgente documentario di Martin Boudat intitolato “Il Codice del Silenzio”, mai arrivato in Italia. Ora, il canale Youtube Domina Tv Multilingual ha provveduto a sottotitolarlo in italiano e ve lo proponiamo in esclusiva. Il video afferma che Bergoglio, da Arcivescovo di Buenos Aires, non solo abbia del tutto ignorato e rifiutato di ricevere sette persone abusate da preti, ma abbia anche promosso – tentando di orientare il giudizio della Corte d’Appello argentina – una potente difesa del prete pedofilo Julio Caesar Grassi, condannato a 15 anni di reclusione per abusi su minori dai 9 ai 17 anni di età. Grassi è tuttora recluso in Argentina. Fino ad oggi, nonostante il documentario e una petizione, Bergoglio non ha mai risposto ufficialmente».

Vero è, che Domina Tv Multilingual ha pubblicato (l’8 gennaio 2022) sul proprio canale YouTube (con 388 iscritti) una parte del video nella versione inglese con sottotitoli (per vedere i sottotitoli in italiano, attivare la funzione):

Estratto dal documentario del 2017 “Sex Abuse in the Church: The Code of Silence” (Abuso Sessuale nella Chiesa: Il Codice del Silenzio) di Martin Boudot.
«Questo segmento afferma che Papa Francesco, in qualità di Arcivescovo di Buenos Aires, ha ignorato le richieste di giustizia delle vittime di abusi nella sua diocesi. Pervertire il corso della giustizia è reato consistente in qualsiasi condotta diretta ad impedire che venga resa giustizia all’autore del reato o ad altra persona. Si tratta di un reato grave che prevede la reclusione fino a 25 anni».

Ricordiamo che di questa storia abbiamo scritto in modo esaustivo già 10 mesi fa, il 22 marzo 2021 [Si dimette il Vescovo argentino Cuenca Revuelta, complice di abusi. Caso Grassi e caso Zanchetta. Il codice del silenzio del Cardinale Bergoglio. Le presunte bugie e le protezioni di Papa Francesco], offrendo anche il link all’estratto dal docufilm francese di Martin Boudot Abusi Sessuali nella Chiesa: Il Codice del Silenzio, pubblicato il 5 settembre 2018 da Complicit Clergy sul proprio canale YouTube (con 61.500 iscritti):

Estratto dal documentario del 2017 “Sex Abuse in the Church: The Code of Silence” (Abuso Sessuale nella Chiesa: Il Codice del Silenzio) di Martin Boudot.
«Questo segmento afferma che Papa Francesco, come Arcivescovo di Buenos Aires, ha ignorato le richieste di giustizia delle vittime di abusi nella sua diocesi».

Inoltre, già 6 mesi prima, il 23 settembre 2018, l’amico e collega Aldo Maria Valli aveva diffuso lo spezzone (sempre da Complicit Clerty) sul suo blog Duc in altum, all’interno di un articolo, che di seguito riportiamo. Valli parte da una lunga inchiesta dedicato al papato di Francesco del settimanale tedesco Der Spiegel, che riporta un giudizio di Marie Collins, ex membro della Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori, secondo la quale alle “belle parole in pubblico” corrisponderebbero “azioni opposte a porte chiuse”. Gli inviati di Der Spiegel sono andati anche in Argentina e qui, a differenza che in Vaticano, hanno trovato persone disposte a parlare a viso aperto. Particolarmente rilevante è la testimonianza di una donna, Julieta Añazco, abusata sessualmente da un prete, Ricardo Giménez, quando aveva solo sette anni. Secondo Der Spiegel, durante il periodo in cui Bergoglio fu arcivescovo molte delle vittime degli abusi a Buenos Aires si rivolsero a lui per chiedere aiuto, ma “a nessuno fu permesso di parlargli”. “Nel 2006 – riferisce Juan Pablo Gallego, legale di alcune vittime di abusi – ebbi una conversazione con Bergoglio. Stava sulle sue, diffidente, e non disse nulla sul fatto che la Chiesa pagava gli avvocati di Grassi. L’immagine attuale, di un papa Francesco aperto e comprensivo, non combacia con quella dell’uomo davanti al quale mi trovai in quel momento”.

Anche se va riconosciuto il merito a Cionci di aver rispolverato il caso, dove sta l’esclusiva non abbiamo capito. Sostanzialmente lo spezzone video che riporta è stato diffuso l’8 gennaio 2022 da Domina Tv Multilingual (15’56”) nella versione inglese con aggiunto di sottotitoli ed è lo stesso di quello diffuso il 5 settembre 2018 da Complicit Clercy (11’56”, escluso l’intervista con Padre Hans Zollner all’inizio, non attinente al quanto segue nello spezzone), sempre nella versione inglese.

Questo docufilm, rilasciato il 21 marzo 2017 in Francia, diretto da Martin Boudot e prodotto da Premières Lignes Télévision, con la distribuzione mondiale di JAVA Films, nella versione originale (inglese e francese) è lungo 52’ [QUI].

La presentazione ufficiale
di Abuso Sessuale nella Chiesa: Il Codice del silenzio
21 marzo 2017
Regia di Martin Boudot


Nonostante la sua diffusa esposizione negli ultimi anni, il flagello della pedofilia nella Chiesa Cattolica Romana continua. La gerarchia della Chiesa è esperta nel mascherare i casi di abuso e nel proteggere i colpevoli attraverso il trasferimento. Sex Abuse in the Church: The Code of Silence esplora questi insabbiamenti sistemici.

L’indagine conduce i realizzatori attraverso Camerun, Argentina, Italia e Stati Uniti. Scoprono una cospirazione del silenzio e dell’ingiustizia che è pienamente sanzionata da coloro che sono considerati protettori. I membri del clero che sono stati accusati di abusi sessuali su minori vengono troppo spesso trasferiti in altre Chiese in tutto il mondo e il loro accesso ai bambini rimane costante.

La portata dell’epidemia è chiarita nei primi momenti del film. I realizzatori partecipano a un incontro annuale di vittime di abusi chiamato SNAP-Survivors Network of those Abused by Priests(Rete dei sopravvissuti di coloro che sono stati abusati dai sacerdoti). Lì incontrano molte centinaia di adulti che convergono nell’attivismo contro le strutture che da giovani permettevano i loro abusi. I partecipanti viaggiano da luoghi come il Cile, le Filippine e la Germania.

In Francia, la troupe del documentario rintraccia un prete accusato, ricercato dalle forze dell’ordine canadesi da quasi due decenni. È uno degli innumerevoli sacerdoti che sono stati protetti dalla Chiesa e nascosti dalla giustizia per i loro crimini.

La cospirazione porta al vertice della struttura del potere all’interno della Chiesa. L’indagine coinvolge Papa Francesco esponendo il ruolo cruciale che ha svolto nella protezione di un molestatore sessuale duranti il suo ministero come Arcivescovo metropolita di Buenos Aires.

Il docufilm presenta anche interviste con informatori la cui lealtà alla Chiesa è stata corrosa dallo scoppio di questi scandali di abusi sessuali e funzionari che sono stati assegnati a commissioni progettate per frenare gli episodi di abusi nella Chiesa.

Generazioni di vittime si sono fatte avanti per descrivere i loro anni di abusi e traumi persistenti per mano di sacerdoti che conoscevano e di cui si fidavano. La speranza era che la Chiesa Cattolica Romana imponesse una serie di norme che mettessero effettivamente fine a questi orrori. Il docufilm Abuso Sessuale nella Chiesa: Il Codice del silenzio dimostra che c’è ancora molta strada da fare.

Trailer del docufilm Abuso Sessuale nella Chiesa: Il Codice del silenzio (2’ 19“).

Abbiamo pubblicato nostro articolo sul caso il 22 marzo 2021, due giorni dopo che la Sala Stampa della Santa Sede aveva reso noto che Papa Francesco aveva accettato la rinuncia del Vescovo di Alto Valle del Río Negro in Argentina, Mons. Marcelo Alejandro Cuenca Revuelta, il protettore del parroco Luis Alberto Bergliaffa (condannato per abusi sessuali contro una ragazza minore) e che ha difeso pubblicamente il salesiano Julio César Grassi, condannato per abuso sessuale aggravato e corruzione di minori, sostenendo che era innocente.

Riportiamo di seguito quanto abbiamo scritto il 22 marzo 2021 sul caso Cuenca-Bergliaffa-Grassi (con una nota sul caso Zanchetta) e sul documentario Sex Abuse in the Church: The Code of Silence (Abuso Sessuale nella Chiesa: Il Codice del Silenzio) prodotto da Martin Boudot nel 2017 e diffuso nel 2018 (i link contenuto nell’articolo si trovano nell’originale [QUI]).

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Estratto da Si dimette il Vescovo argentino Cuenca Revuelta, complice di abusi. Caso Grassi e caso Zanchetta. Il codice del silenzio del Cardinale Bergoglio. Le presunte bugie e le protezioni di Papa Francesco – 22 marzo 2021

Poi, il 20 marzo 2021 è arrivata la notizia dall’Argentina, comunicata dal Bollettino della Sala Stampa della Santa Sede N. 170: “Il Santo Padre ha accettato la rinuncia al governo pastorale della Diocesi di Alto Valle del Río Negro (Argentina), presentata da Sua Eccellenza Reverendissima Mons. Marcelo Alejandro Cuenca Revuelta”. Nel 2020, a causa del levarsi delle proteste all’interno della Diocesi di Alto Valle del Rio Negro, in Argentina, il Vaticano aveva deciso una visita apostolica per verificare i fatti. L’esito di quella ispezione è arrivato il 20 marzo 2021.

Mons. Cuenca è il protettore del parroco Luis Alberto Bergliaffa, condannato per abusi sessuali contro una ragazza minore.

Mons. Cuenca ha difeso pubblicamente il salesiano Julio César Grassi, sostenendo che era innocente, un giorno dopo che una sentenza della Corte suprema di Buenos Aires ha ratificato la sua condanna per abuso sessuale aggravato e corruzione di minori.

Mons. Cuenca ha rifiutato di dare la benedizione alla famiglia di Lucas Muñoz, l’ufficiale di 29 anni assassinato a Bariloche a metà del 2016, la cui morte ha portato alla decapitazione del vertice della polizia locale a causa del forte sospetto della sua partecipazione al fatto. La denuncia della morte violenta di Muñoz ha portato alla luce un patto di silenzio e una catena di insabbiamenti, conferma il giudice Marcelo Barrutia.

Il salesiano Julio César Grassi (Lomas de Zamora, 14 agosto 1956), fondatore della Fondazione Felices los Niños, che gestisce case per bambini adottivi e mense per i poveri, è stato condannato dalla giustizia argentina il 10 giugno 2009 a 15 anni di carcere, per abusi sessuali aggravati su minori e corruzione di minori.

Era noto per essere un prete dei media che appariva spesso in programmi televisivi per raccogliere fondi per la Fondazione. Il primo caso per abuso sessuale è stato presentato nel 1991 presso il Tribunale per i minorenni di Mercedes, ma solo dopo 22 anni, dopo molti andirivieni con Grassi libero, l’accusa ha disposto la sua reclusione. Minacce, intimidazioni, percosse e attacchi fisici e verbali sia contro i querelanti che contro i testimoni erano una costante in questo caso. Quattro anni dopo la sua condanna, quando finalmente è stato carcerato, la Diocesi di Morón ha dichiarato che stava per iniziare un processo canonico. sebbene sembra che nulla di tutto ciò sia accaduto finora.

Inoltre, Grassi è stato condannato ad altri due anni di reclusione per il delitto di appropriazione indebita di fondi della Fondazione e per deviazione di donazioni a proprio vantaggio. Nel luglio 2014 il Direttore delle case della Fondazione Felices los Niños, Juan Manuel Casolati, lo ha denunciato alla Procura di Morón, per il furto del cibo dei bambini e le donazioni della Fondazione, che gli venivano inviate settimanalmente. Invece di andare alla Fondazione Grassi si permetteva una vita di “lusso”, mentre i bambini ne avevano un disperato bisogno.

Grassi fu messo agli arresti domiciliari il 7 marzo 2012 e ha riacquistato la sua libertà il 31 maggio successivo. Infine, la giustizia argentina ha ordinato la sua detenzione definitiva in settembre 2013. Da allora, sta scontando la pena nel padiglione 6 dell’Unità Penitenziaria N. 41 a Campana, in provincia di Buenos Aires. Un tribunale penale ha stabilito che il profilo DNA di Grassi fosse incorporato nel Registro nazionale dei dati genetici legato ai reati di natura sessuale. Il registro, che dipende dal Ministero della Giustizia Nazionale, è stato creato nel luglio 2013 e incorpora tutti i dati personali di persone condannate per reati sessuali.

Il 21 marzo 2017 la Corte Suprema della Repubblica Argentina, all’unanimità, ha respinto i ricorsi presentati dalla difesa e ha confermato la sentenza che aveva condannato Grassi a 15 anni di reclusione “per abusi sessuali aggravati dall’essere sacerdote, incaricato dell’educazione e della cura del vittima minore, ha ribadito, due fatti, in reale concorrenza tra loro, che a loro volta concorrono formalmente alla corruzione aggravata dei minori”.

Papa Francesco è stato accusato in un documentario francese del 2017 di aver ignorato e coperto gli abusi sacerdotali mentre era Arcivescovo metropolita di Buenos Aires. Il docufilm sostiene questa e altre tesi, come il fatto che Papa Francesco abbia provato (senza successo) a difendere il prete pedofilo Grassi, che è stato poi condannato con la sentenza emessa nel 2009 in primo grado, confermata in secondo grado dalla Cassazione, e poi anche in terzo grado dalla Corte Suprema nel 2017. Un segmento di questo documentario – Abusi sessuali nella Chiesa: il codice del silenzio – indaga sull’affermazione di Bergoglio, che gli abusi sessuali non sono mai avvenuti nella sua arcidiocesi.

Il giornalista investigativo Martin Boudot si è recato a Buenos Aires per scoprire se il Papa diceva la verità. Contraddicendo l’affermazione del Papa, un gruppo di vittime ha affermato di aver subito abusi sessuali mentre il Cardinale Bergoglio, ora Papa Francesco, era Arcivescovo metropolita di Buenos Aires e hanno detto a Boudot che le loro grida di giustizia erano state ignorate. “Riguardo ai preti pedofili, nel suo libro Papa Francesco dice che non ci sono stati casi nella sua diocesi”, ha detto Boudot, suscitando risate derisorie dal gruppo. “Vuole che la gente lo creda, ma è una bugia”, ha detto una delle vittime. Hanno detto che tutti hanno cercato di contattare l’Arcivescovo dopo aver subito abusi, ma le loro grida sono cadute nel vuoto. “Ha ricevuto tutte le celebrità, come Leonardo DiCaprio”, ha detto una delle donne. “E per noi, nemmeno una breve lettera per dire che era dispiaciuto”.

Ancora peggio, Bergoglio ha cercato di influenzare il sistema giudiziario argentino nel tentativo di proteggere Julio Grassi.

Il documentario diretto da Martin Boudot nel 2017 ha vinto il “Prix Europa” come miglior documentario e non è mai uscito in Italia. Il lavoro di Boudot si concentra sui molti preti accusati di abusi su minori coperti da una cappa di compiacenza e silenzio all’interno delle diocesi: invece che essere sospesi o radiati, spesso i vescovi decidevano di trasferirli, per evitar loro di poter essere incriminati. La seconda parte del docufilm è tutta concentrata sulla figura del Cardinale Jorge Maria Bergoglio.

Boudot parte da una frase contenuta nel libro Il cielo e la terra, scritto a quattro mani dal futuro Papa con il Rabbino Abraham Skorka. Nel volume Bergoglio afferma che nella sua diocesi non c’erano preti pedofili (citazione che si trova a pagina 50 della versione inglese). “Quando succede, non puoi far finta di niente. Non puoi essere in una posizione di potere e distruggere la vita a un’altra persona. Nella mia diocesi non è mai successo”. E a un vescovo che si era trovato a dover gestire un prete pedofilo, Bergoglio avrebbe consigliato di “non permettergli di esercitare il ministero”.

Peccato che, una volta diventato Papa, secondo il documentario, Bergoglio avrebbe ignorato proprio quel suo consiglio. Come nel caso di Don Mauro Inzoli, potente monsignore di Comunione e Liberazione, condannato per abusi, rimosso da Papa Benedetto XVI e che dopo aver fatto ricorso ha ottenuto il reintegro sotto Papa Francesco.

Ma Bergoglio, mentre stava scrivendo il libro, aveva proprio nella sua Arcidiocesi di Buenos Aires un caso di pedofilia: quello di Julio César Grassi, che abusava regolarmente dei bambini dell’orfanotrofio della Fondazione Felices los Niños, che dirigeva. Almeno sei delle vittime di Grassi, che ora sta scontando una pena di 15 anni, si sarebbero rivolte al futuro Papa Francesco, che non avrebbe mai risposto alle loro richieste d’aiuto.

Ma nel documentario c’è un’accusa ancora più pesante: qualcuno infatti sostiene che Bergoglio abbia provato a deviare il corso della giustizia. “La Chiesa argentina ha fatto tutto quello che era in suo potere per scagionarlo”. Secondo Juan Pablo Gallego, avvocato delle vittime, la Conferenza Episcopale Argentina nel 2010 ha commissionato uno studio a un professore di diritto penale. L’inchiesta – un dossier in 4 volumi e 2.000 pagine – concludeva che Grassi era innocente, che le sue vittime mentirono e che il caso non avrebbe dovuto andare a processo.

Come Arcivescovo metropolita di Buenos Aires, il Cardinale Bergoglio non aveva alcuna responsabilità diretta per Grassi, perché era sotto giurisdizione del Vescovo di Morón. Ma il Cardinale Bergoglio era Presidente della Conferenza Episcopale Argentina, che aveva commissionato lo studio, e ha spedito il dossier ai giudici subito prima degli interrogatori di Grassi. Carlos Mahiques, oggi giudice della Corte Suprema, che ha trovato il dossier sulla sua scrivania: “Hanno provato a esercitare una sottile forma di pressione sui giudici”.

Nel 2006, il futuro Papa è stato citato dalla rivista argentina Veintitres nell’affermare che le accuse contro Grassi erano “cattiveria contro di lui, una condanna da parte dei media”. Nonostante la sentenza del tribunale civile, non si ha notizia che Grassi sia stato dimesso dallo stato clericale.

Un’altra delle vittime che parla con Boudot lascia intendere che Grassi aveva la protezione dell’Arcivescovo metropolita di Buenos Aires: “Una volta mi disse che Bergoglio non gli lasciava mai la mano. Una volta diventato Papa non ha mai commentato pubblicamente il caso”.

Lo staff di Boudot ha provato per 8 mesi a ottenere un’intervista con il Pontefice. Senza risultato. Poi, si sono presentati anche in piazza San Pietro durante un’Udienza generale. Nel filmato si vede il Pontefice regnante che risponde a una domanda precisa sul caso Grassi e nega di aver mai commissionato una contro-inchiesta sul caso. Élise Lucet, giornalista d’inchiesta per Cash Investigation domanda: “Santità, durante il caso Grassi lei ha cercato di influenzare la giustizia argentina?”. Il Pontefice si è fermato, e si è fatto ripetere la domanda. Poi ha risposto: “No”. La giornalista incalza: “Allora perché ha commissionato una contro-inchiesta?”. Al che Papa Francesco, con un gesto eloquente della mano, ha replicato: “Non l’ho mai fatto”, e si è allontanato. Questo è tutto. Il Papa, né la Santa Sede hanno mai commentato sul caso Grassi.

Mentre il summit di Papa Francesco sugli abusi sessuali in febbraio 2019 era in corso nella Città del Vaticano, in Argentina continuavano a svilupparsi due casi di cattiva condotta sessuale da parte di sacerdoti a lui vicini: il caso del salesiano Julio César Grassi (di cui abbiamo riferito già) e il caso del Vescovo Gustavo Óscar Zanchetta.

Sua Eccellenza Reverendissima Mons. Gustavo Óscar Zanchetta, Vescovo emerito di Orán, abita alla Domus Sanctae Marthae. Tutte le mattine si reca a piedi al Palazzo Apostolico e sempre a piedi fa rientro alla Domus per l’ora del pranzo. Zanchetta cammina a testa alta sotto la luce del sole, come per altro abbiamo già scritto in passato, il 21 novembre 2020: «Il “Mastro Titta dei giorni nostri” – non si serve più d’er boia, opera in proprio – esegue processi sommari, dove la presunzione d’innocenza esiste solo per tipi come il suo amico Gustavo Zanchetta, già condannato in Argentina, ma libero in Vaticano di mostrare il suo bel faccione sorridente ogni giorno dalla Domus Sanctae Marthae fino al Palazzo Apostolico andata e ritorno, come nulla fosse, esponendo alla luce del sole una croce pettorale da vescovo che tutti i dipendenti dello Stato della Città del Vaticano possono ammirare, come la sua faccia di bronzo (per rimanere signorili) sorridente».

I silenzi di Francesco
di Aldo Maria Valli
Duc in altum, 23 settembre 2018


In Vaticano “regna un clima di paura e di incertezza”. “Francesco è molto bravo nel mettere in moto le cose, ma alla fine ci sono solo oscillazioni”. “Fin dall’inizio non ho mai creduto a una sua parola”.

Voci uscite dal Vaticano. Voci anonime. Sappiamo solo che tra esse c’è anche quella di un cardinale. Il giornale che le pubblica è il tedesco Der Spiegel, che dedica al papato di Francesco una lunga inchiesta.

Dunque, stando a queste testimonianze, in Vaticano il clima sarebbe di paura ma anche di incertezza. Paura perché chi è critico si sente sotto controllo, non libero di esprimere le proprie valutazioni. Incertezza perché spesso, come nel caso della comunione per i coniugi protestanti dei cattolici (questione molto avvertita in Germania), non c’è una linea chiara.

Il quadro che emerge dall’inchiesta contrasta con l’immagine pubblica del papa argentino e del suo pontificato. A dispetto delle richieste, più volte avanzate da Francesco, di parresia, ossia di libertà e coraggio nell’esprimere le proprie idee, anche in contrasto con quelle del papa, nei sacri palazzi dominerebbe non la trasparenza, ma il sospetto. Il giornale riporta un giudizio di Marie Collins, ex membro della commissione vaticana per la tutela dei minori, secondo la quale alle “belle parole in pubblico” corrisponderebbero “azioni opposte a porte chiuse”.
Der Spiegel non è certamente noto per la pacatezza dei suoi giudizi. Tempo fa, per esempio, l’ambasciata d’Italia in Germania fu costretta a protestare per un articolo nel quale il giornale tedesco lanciava un durissimo attacco al nuovo governo italiano (“promette agli italiani il paradiso in terra ma vuol far pagare il conto ai vicini”, l’Italia è un “paese di scrocconi”), tuttavia i risultati dell’inchiesta coincidono con le valutazioni che, sia pure a mezza bocca e sempre dietro rigoroso anonimato, arrivano sempre più spesso dai sacri palazzi.

Uno dei problemi di maggiore portata, riferisce il giornale, è il silenzio dietro al quale il papa si trincera davanti a questioni che non possono essere ignorate. Ha taciuto di fronte alle critiche mosse dai quattro cardinali con i dubia, ha taciuto di fronte al memoriale dell’arcivescovo Viganò, ha taciuto di fronte alla petizione di migliaia di donne cattoliche che gli hanno scritto chiedendogli di rispondere chiaramente alle osservazioni dell’ex nunzio negli Usa. “Il papa – si chiede dunque il giornale – è ancora padrone della situazione?”.

Gli inviati dello Spiegel sono andati anche in Argentina e qui, a differenza che in Vaticano, hanno trovato persone disposte a parlare a viso aperto. Particolarmente rilevante è la testimonianza di una donna, Julieta Añazco, abusata sessualmente da un prete, Ricardo Giménez, quando aveva solo sette anni. L’abuso avvenne in una tenda, durante un campeggio di bambini, approfittando del sacramento della confessione.

Julieta, originaria di La Plata, non lontano da Buenos Aires, solo in seguito ha scoperto che padre Giménez era già stato trasferito a causa di precedenti accuse di abuso su minori.

Nel 2013, qualche mese dopo l’elezione di Bergoglio, Julieta e altre tredici vittime di padre Giménez decisero di scrivere una lettera al papa. Descrivevano i fatti, spiegavano quanto forte fosse ancora la loro sofferenza, raccontavano che alcuni soffrivano di depressione (fino al tentato suicidio) e che altri erano caduti nella tossicodipendenza, mentre il prete abusatore continuava a celebrare la messa ed a stare a contatto con bambini e giovani.

La lettera fu inviata a Francesco, per posta raccomandata, nel dicembre 2013. Tre settimane dopo, racconta Julieta, dall’Italia arrivò un avviso di ricevimento, ma dal papa solo silenzio. “Non abbiamo saputo più nulla”. E don Giménez nel frattempo è stato ancora trasferito: ora presta servizio in una casa di cura per anziani.

Secondo lo Spiegel, durante il periodo in cui Bergoglio fu arcivescovo molte delle vittime degli abusi a Buenos Aires si rivolsero a lui per chiedere aiuto, ma “a nessuno fu permesso di parlargli”. Julieta Añazco e altre vittime ora chiedono che contro i loro violentatori si arrivi a un processo da parte delle autorità argentine. Ben sessantadue, riferisce il giornale, sarebbero i processi di questo tipo in corso nel paese sudamericano.

Tuttavia, dice Julieta, “la situazione per noi resta difficile, perché nessuno ci crede; vorremmo raggiungere il papa, ma non è interessato a noi”.

Un altro testimone che parla senza rifugiarsi dietro l’anonimato è Juan Pablo Gallego, legale di alcune vittime di abusi, il quale arriva addirittura a sostenere che “Francesco è ora in esilio a Roma: lì, per così dire, ha trovato rifugio”.

Particolarmente scottante è la vicenda di padre Julio César Grassi, arrestato e chiuso in carcere per aver abusato di ragazzi nella fascia di età compresa tra undici e diciassette anni. Secondo Gallego, Bergoglio fu il confessore di Grassi e ordinò a uno studio legale un corposo rapporto, di 2.600 pagine, per difendere Grassi dalle accuse.

“Nel 2006 – riferisce Gallego – ebbi una conversazione con Bergoglio. Stava sulle sue, diffidente, e non disse nulla sul fatto che la Chiesa pagava gli avvocati di Grassi. L’immagine attuale, di un papa Francesco aperto e comprensivo, non combacia con quella dell’uomo davanti al quale mi trovai in quel momento”.

Di recente, all’interno di un documentario intitolato Abusi sessuali nella Chiesa: il codice del silenzio si vede una giornalista che, all’inizio di un’udienza in piazza San Pietro, pone al papa, a gran voce e in spagnolo, una domanda specifica sul caso Grassi: “Santità, circa il caso Grassi, lei ha cercato di influenzare la giustizia argentina?”. Il papa, che in un primo tempo sembra non cogliere la domanda, a un certo punto si ferma e guarda la giornalista con l’aria di chi non ha capito bene. Allora l’inviata ripete la domanda in modo ancora più chiaro, scandendo le parole, al che il papa, scuotendo la testa, e con un’espressione che è un misto di stupore e disprezzo, risponde: “Nada”. La giornalista tuttavia non demorde e chiede: “Perché ha commissionato una contro-inchiesta?”. E il papa, di nuovo, accompagnando le parole con un gesto della mano, risponde: “Non l’ho mai fatto”.

Nel documentario, realizzato dal giornalista Martin Boudot, si ricorda che Bergoglio nel libro Il cielo e la terra, scritto dal futuro papa con il rabbino Abraham Skorka, a proposito di abusi sessuali commessi da preti dice: “Non è mai accaduto nella mia diocesi” (siamo a pagina 55 dell’edizione italiana, Mondadori), ma le testimonianze raccolte da Boudot vanno in senso contrario a questa affermazione.

Circa il caso Grassi, risulta che effettivamente nel 2010 la Conferenza episcopale argentina commissionò una contro-inchiesta tesa a screditare le vittime, accusate di “falsità, menzogne, inganno e invenzione”. Scopo del documento era ribaltare il giudizio del tribunale di primo grado, che aveva condannato il prete a quindici anni di carcere. “Una sottile pressione sui giudici” la definì uno dei giudici della commissione d’appello.

Avvicinato da Boudot, un giovane, una delle vittime di Grassi, ha raccontato della sua paura di ritorsioni. Ha detto di aver ricevuto minacce e che qualcuno è entrato in casa sua per rubare materiale relativo al processo: “Alla fine il tribunale mi ha inserito in un programma di protezione dei testimoni. Non dimenticherò mai quello che padre Grassi continuava a ripetere durante il processo: Bergoglio, diceva, non ha mai lasciato la mia mano”.

Boudot ha chiesto di poter intervistare il pontefice, ma gli è stato negato.