Basta passo di gambero per il Servo di Dio Salvo D’Acquisto. Santo subito! Basta con la (poco) sacra burocrazia e i suoi azzeccagarbugli (per niente santi)

L’eroe sacrificandosi salvò la vita a 22 innocenti – Il 23 settembre 1943 il sottoufficiale dei carabinieri ventiduenne Salvo D’Acquisto (Napoli, 15 ottobre 1920) fu condotto alla Torre Perla di Palidoro, nella frazione di Palidoro, nel comune di Fiumicino, dove ventidue abitanti di Torrimpietra erano legati, in ostaggio dei Tedeschi, destinati alla fucilazione. Si offrì al loro posto.

Il 22 ottobre 1986 le spoglie del Servo di Dio Salvo D’Acquisto furono traslate nella prima cappella sulla sinistra della Reale Basilica di Santa Chiara in Napoli.

Chi ostacola questa pratica? – «Salvo non aveva una fidanzata. Nella fiction sono stati inseriti personaggi e fatti che mirano a distorcere la sua purezza d’animo. Salvo D’Acquisto ha vissuto in una famiglia cristiana, estremamente semplice e aperta che ha lo ha educato al rispetto dei valori umani e cristiani» (Padre Paolo Molinari, S.I., Postulatore).

Ma anche se fosse stato vero – Nella tradizione cristiana il martirio è battesimo di sangue, che lava ogni peccato. San Paolo aiutò ad ammazzare il diacono Stefano. Sant’Agostino ebbe un figlio senza neppure essere sposato.

La lapida eretta di fronte alla Torre di Palidoro sul luogo della fucilazione di Salvo D’Acquisto.
Gli fu conferito la Medaglia d’oro al valor militare (alla memoria) dal Luogotenente Generale del Regno, con Decreto Motu proprio del 25 febbraio 1945: «Esempio luminoso d’altruismo, spinto fino alla suprema rinuncia della vita, sul luogo stesso del supplizio, dove, per barbara rappresaglia, era stato condotto dalle orde naziste insieme con 22 ostaggi civili del territorio della sua stazione, pure essi innocenti, non esitava a dichiararsi unico responsabile di un presunto attentato contro le forze armate tedesche. Affrontava così — da solo — impavido la morte, imponendosi al rispetto dei suoi stessi carnefici e scrivendo una nuova pagina indelebile di purissimo eroismo nella storia gloriosa dell’Arma».

L’Arma aspetta da decenni che la Chiesa dichiari beato il Vicebrigadiere Salvo D’Acquisto. Lo Stato gli ha attribuito la medaglia d’oro in due anni, la Santa Sede tergiversa, e questa eterna frenata amareggia non solo i vertici della Benemerita. Vero è che i carabinieri sono «nei secoli fedeli», ma qualche volta sveltire le pratiche sarebbe gradito, anche perché il martirio di quel ragazzo di 22 anni non si capisce perché trovi ostacoli ogni volta diversi, così che non è ancora riconosciuto come degno di essere iscritto nel libro dei santi. È arrivato solo al primo grado della scala verso l’altare. È Servo di Dio. Poi toccherebbe alla proclamazione dell’eroicità delle virtù, con il titolo di Venerabile. Infine Beato e poi Santo. Campa cavallino nostro. Non lo diciamo per lui, a Salvo non importa un fico secco da dove sta. Ma per il significato che questa scelta di dare la vita per gli altri, nella fede in Cristo, avrebbe per queste nostre generazioni adoratrici di influencer che reclamizzano slip ma anche senza.

Salvo D’Aquisto decise in un attimo, la cui misurazione sfugge però alla fisica e ai cronometri: ci sono scelte che bucano il confine del tempo, si infilano direttamente nelle lontane galassie dell’eterno. La Congregazione delle Cause dei Santi si è fermata un sacco di volte. Un passo avanti, due indietro. E a scadenze regolari si ferma il processo che iniziò nel 1988. Prometteva bene, per l’ovvia evidenza dei fatti d’amore eroico, e per il precedente della canonizzazione di Padre Massimiliano Kolbe, il francescano che ad Auschwitz, nell’agosto del 1941, si era offerto al boia in sostituzione di un padre di famiglia. Poteva scamparla. Non lo fece.

Perché Salvo no?

Papa Giovanni Paolo II saltò la burocrazia e i suoi azzeccagarbugli, tagliò la lingua e forse la coda agli avvocati del diavolo, e lo impose alla venerazione dei fedeli d’imperio. Un gesto non banale, dalla risonanza per saecula saeculorum. Infatti la canonizzazione è un atto che viene esercitato dal Pontefice prendendo su di sé l’autorità degli apostoli Pietro e Paolo: perciò è per la dottrina cattolica infallibile. Perché per Salvo, invece no? Solo perché non era un frate o un sacerdote? Basta andare alle testimonianze unanimi raccolte pazientemente dal postulatore (cioè il promotore) della causa di Salvo, l’autorevolissimo gesuita padre Paolo Molinari. Ci ha lavorato per trent’anni. Nel 2003 era convinto di avercela fatta. E poi ancora nel 2008. Infine nel 2017, quando Papa Francesco promulgò Motu proprio Maiorem hac dilectionem. Sembrava scritto apposta per Salvo D’Aquisto, e per casi come il suo. Da qui la convinzione che Bergoglio spingesse a suo favore. Francesco stabilì che sia titolo per la beatificazione e la successiva canonizzazione anche «ogni supremo atto di carità che sia stato direttamente causa di morte, mettendo così in pratica la parola del Signore: “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici”».

Nel 1943, Salvo si comportò esattamente così. Proprio come Kolbe. Invece non accadde nulla e nulla sta accadendo. Fatto sta che non è ancora stata posata sul tavolo del Papa. Il povero Padre Molinari è morto novantenne nel 2019, senza aver portato a compimento la sua missione. Cosa si aspetta?

Come si fa a dubitare della «offerta della vita» del Vicebrigadiere?

Per chi non ricordasse quell’evento, tutto accadde il 23 settembre del 1943. Il sottufficiale ventiduenne si presentò alla Torre di Palidoro, dove ventidue abitanti di Torrimpietra erano legati, in ostaggio, destinati alla fucilazione. Rappresaglia! La sera precedente una bomba a mano era esplosa in quella torre, un militare tedesco ucciso e due feriti.

Lui che nulla c’entrava (tra l’altro la torre dov’erano gli esplosivi apparteneva alla Guardia di Finanza) si propose come agnello sacrificale: è meglio che uno muoia per tutti, dice il Vangelo. Disse: «Assumo su di me la responsabilità dell’accaduto». Cosa lo aveva mosso? Certo la divisa che impone di servire il popolo degli inermi. Ma la divisa rivestiva qualcosa di misterioso e forte, situato nel petto, un certo battito, qualcosa di più forte dell’istinto di conservazione che governa le scelte razionali dell’umanità. Ma l’umanità è fatta per qualcosa di più. Le donne degli ostaggi si strappavano i capelli per i loro mariti e figli, quelli se ne andarono liberi, ma con qualcosa di permanente riflesso dal volto: la luce fragorosa e delicata del martirio, il gesto gratuito, l’amore che è l’unica cosa per cui vale la pena vivere e morire.

La TV

Chi ostacola questa pratica?

La storia si è fatta francamente troppo lunga. Padre Molinari a un certo punto si è trovato davanti a una voce irrefrenabile. Lo sceneggiato dedicato nel 2003 a Salvo D’Acquisto è stata una disgrazia. Ha diffuso l’idea che al tempo il vicebrigadiere non avesse alcun sentimento di fede, e che con la fidanzata facesse all’amore. Non si fa. Ovvio che non si può fare un santo che pratica rapporti intimi prima del matrimonio.

Molinari smentì. «Salvo non aveva una fidanzata. Nella fiction sono stati inseriti personaggi e fatti che mirano a distorcere la sua purezza d’animo. Salvo D’Acquisto ha vissuto in una famiglia cristiana, estremamente semplice e aperta che ha lo ha educato al rispetto dei valori umani e cristiani». Ma anche se fosse stato vero, nella tradizione cristiana il martirio è battesimo di sangue, che lava ogni peccato. San Paolo aiutò ad ammazzare il diacono Stefano. Sant’Agostino ebbe un figlio senza neppure essere sposato. Credo che entrambi – senza bisogno di essere carabinieri – siano molto molto favorevoli a vedere Salvo accanto a loro tra le statue delle chiese, non che sia importante per gli immortalati, ma come conforto per noi poveri cristi.

Questo articolo è stato pubblicato il 19 gennaio 2022 su Libero Quotidiano.

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