Dall’imprevedibile e incatalogabile Francesco un concetto d’altri tempi su famiglia, denatalità, patria e futuro – 2

All’Angelus di domenica 26 dicembre 2021 [QUI], festa – oltre che di Santo Stefano – della Santa Famiglia di Nazaret, Papa Bergoglio ha detto parole non banali su famiglia, crollo delle nascite e patria. Un chiaro messaggio anche al governo italiano, fin qui molto deludente in materia. E ha raddoppiato con una “Lettera agli sposi” pensata perché sia di aiuto, conforto, meditazione per tutte le famiglie e per i giovani che desiderano formare una famiglia, ma sono frenati da mille difficoltà.

Che Francesco sia imprevedibile non è un’opinione: è un fatto riconosciuto, condiviso che emerge dalla cronaca di otto anni e mezzo di pontificato. Con questo non si vuole misconoscere che Jorge Mario Bergoglio si è posto alcuni obiettivi ben precisi cui tende di certo con tenacia, applicando comunque nel procedere la teoria del DUE passi avanti e UNO indré. Ciò fa con perizia di sapore gesuitico, così da dare talvolta qualche soddisfazione parziale a chi resta sconcertato da certe sue “fughe in avanti” (che restano ben calcolate). Capita così che con la massima disinvoltura dica e disdica, scriva e cancelli, aggiunga e tolga, promuova e licenzi, lodi e metta alla berlina, esalti e condanni, si chiuda con alcuni in sdegnoso silenzio e con altri si conceda il piacere di lunghi conversari.

Il Papa argentino ha i suoi pallini. I migranti in primo luogo (e anche lì… DUE passi avanti e UNO indré su un percorso che, con tutte le buone intenzioni possibili e immaginabili, porta inevitabilmente il viandante a una complicità oggettiva con il traffico criminale degli scafisti). Il (cosiddetto) cambiamento climatico, per fiancheggiare le Grete di moda. Il frastuono delle “chiacchiere”, che deve sentire o immaginare giornalmente, cosciente comunque che la “fronda” critica persiste e si rafforza. La Curia, che – pur non essendo solo una sede in cui pullulano umani difetti– viene bacchettata e demonizzata ogni qualvolta se ne presenti l’occasione. I canonici delle Basiliche pontificie (in primo luogo quella di San Pietro), per i quali fa carta straccia di ogni precedente e consolidata tradizione. I “rigidi”, i “clericali” che magari privilegiano quella che chiamiamo correntemente “Messa in latino”: in quegli ambienti non mancano i giovani e allora Allarme allarme! e giù una bastonata rieducativa o forse mortifera in forma di un Motu proprio chiamato a mo’ di sberleffo Traditionis custodes. I guasti del neo-liberismo (ma proprio in quel contesto trova alcuni dei suoi interlocutori preferiti, senz’altro danarosi oltre che pervasi di pensiero anti-cattolico). E poi l’elogio orale e scritto della sinodalità, della condivisione, dell’inclusione: vale soprattutto per gli altri, naturalmente, come mostra in modo eloquente tanta quotidianità vaticana (non esclusi certi dossier diplomatici).

Di Papa Francesco però si può dire anche bene per altri versi. Pensiamo al suo naturale afflato pastorale a contatto con la gente; all’instancabile – nonostante gli acciacchi dell’età – farsi pellegrino di pace e di giustizia in tutto il mondo; al suo coltivare con forza i rapporti ecumenici e con altre religioni, in particolare con l’Islam (magari con qualche sbavatura); all’insistenza per la cura del creato; alla denuncia costante della “cultura dello scarto” in momenti diversi dell’esistenza umana (e in tale contesto il Papa ha accresciuto la forza e il numero dei suoi interventi soprattutto in tema di aborto e di denatalità); alla sua volontà di “fare pulizia” non solo in ambito finanziario (anche qui con qualche sbavatura); al suo porsi come interprete delle sofferenze, delle paure, delle speranze dell’umanità in tempi come quelli in cui siamo immersi (vedi ad esempio la serata indimenticabile in una Piazza San Pietro deserta nella pioggia del 27 marzo 2020); all’attenzione (anche affiancata da azioni concrete) verso i poveri, i malati, gli emarginati; alla valorizzazione della tradizione del presepe, alla devozione profonda sia mariana che verso San Giuseppe. Insomma: è giusto riconoscere anche i lati buoni (non così pochi) di un papato pur controverso!

Angelus e dopo-Angelus di domenica 26 dicembre

Jorge Mario Bergoglio imprevedibile, si diceva. Anche in senso positivo. Ne è un esempio lampante l’Angelus (la parte iniziale e anche il dopo) di domenica 26 dicembre, festa della Santa (ex-Sacra) Famiglia, oltre che di Santo Stefano.

Ne riproduciamo qualche stralcio (copyright Dicastero della Comunicazione e Libreria Editrice Vaticana).

Famiglia, storia, radici

Oggi festeggiamo la Santa Famiglia di Nazaret. Dio ha scelto una famiglia umile e semplice per venire in mezzo a noi. Contempliamo la bellezza di questo mistero, sottolineando anche due aspetti concreti per le nostre famiglie.

Il primo: la famiglia è la storia da cui proveniamo. Ognuno di noi ha la propria storia, nessuno è nato magicamente, con la bacchetta magica, ognuno di noi ha una storia e la famiglia è la storia da dove noi proveniamo. (…) Proveniamo da una storia intessuta di legami d’amore e la persona che siamo oggi non nasce tanto dai beni materiali di cui abbiamo usufruito, ma dall’amore che abbiamo ricevuto dall’amore nel seno della famiglia. Forse non siamo nati in una famiglia eccezionale e senza problemi, ma è la nostra storia – ognuno deve pensare: è la mia storia – , sono le nostre radici: se le tagliamo, la vita inaridisce! Dio non ci ha creati per essere condottieri solitari, ma per camminare insieme. Ringraziamolo e preghiamolo per le nostre famiglie. Dio ci pensa e ci vuole insieme: grati, uniti, capaci di custodire le radici. E dobbiamo pensare a questo, alla propria storia.

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Il secondo aspetto: a essere famiglia si impara ogni giorno. Nel Vangelo vediamo che anche nella Santa Famiglia non va tutto bene: ci sono problemi inattesi, angosce, sofferenze. Non esiste la Santa Famiglia delle immaginette. Maria e Giuseppe perdono Gesù e angosciati lo cercano, per poi trovarlo dopo tre giorni. E quando, seduto tra i maestri del Tempio, risponde che deve occuparsi delle cose del Padre suo, non comprendono. Hanno bisogno di tempo per imparare a conoscere il loro figlio. Così anche per noi: ogni giorno, in famiglia, bisogna imparare ad ascoltarsi e capirsi, a camminare insieme, ad affrontare conflitti e difficoltà. È la sfida quotidiana, e si vince con il giusto atteggiamento, con le piccole attenzioni, con gesti semplici, curando i dettagli delle nostre relazioni. E anche questo, ci aiuta tanto parlare in famiglia, parlare a tavola, il dialogo tra i genitori e i figli, il dialogo tra i fratelli, ci aiuta a vivere questa radice familiare che viene dai nonni. Il dialogo con i nonni!

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Per custodire l’armonia in famiglia bisogna combattere la dittatura dell’io, quando l’io si gonfia. È pericoloso quando, invece di ascoltarci, ci rinfacciamo gli sbagli; quando, anziché avere gesti di cura per gli altri, ci fissiamo nei nostri bisogni; quando, invece di dialogare, ci isoliamo con il telefonino – è triste vedere a pranzo una famiglia, ognuno con il proprio telefonino senza parlarsi, ognuno parla con il telefonino; quando ci si accusa a vicenda, ripetendo sempre le solite frasi, inscenando una commedia già vista dove ognuno vuole aver ragione e alla fine cala un freddo silenzio. Quel silenzio tagliente, freddo, dopo una discussione familiare, è brutto quello, bruttissimo! Ripeto un consiglio: alla sera, dopo tutto, fare la pace, sempre. Mai andare a dormire senza aver fatto la pace, altrimenti il giorno dopo ci sarà la “guerra fredda”! E questa è pericolosa perché incomincerà una storia di rimproveri, una storia di risentimenti. Quante volte, purtroppo, tra le mura domestiche da silenzi troppo lunghi e da egoismi non curati nascono e crescono conflitti! A volte si arriva persino a violenze fisiche e morali. Questo lacera l’armonia e uccide la famiglia. Convertiamoci dall’io al tu.

Famiglia, denatalità, patria, futuro

E parlando della famiglia, mi viene una preoccupazione, una preoccupazione vera, almeno qui in Italia: l’inverno demografico. Sembra che tanti abbiano perso l’aspirazione di andare avanti con figli e tante coppie preferiscano rimanere senza o con un figlio soltanto. Pensate a questo, è una tragedia. Alcuni minuti fa ho visto nel programma ‘A Sua immagine’ come si parlava di questo problema grave, l’inverno demografico. Facciamo tutti il possibile per riprendere una coscienza, per vincere questo inverno demografico che va contro le nostre famiglie, contro la nostra patria, anche contro il nostro futuro.

Insomma, per riassumere: ogni famiglia ha una storia da non dimenticare, ha delle radici da custodire. Anche in Italia si è confrontati con una grave denatalità, con un inverno demografico (denunciato più volte dal Papa in questo 2021, a febbraio, a maggio durante gli Stati generali della natalità), una “tragedia” che emerge dal continuo calo del numero di figli per donna italiana: secondo i dati Istat, se nel 2008 si attestava a 1,33 di media, nel 2020 è sceso ulteriormente a 1,17. L’inverno demografico in essere, evidenzia Papa Francesco, danneggia la patria (termine tabù nei salotti politici e mediatici radical chic). Non sfuggirà che il messaggio papale è inequivocabile, anche per un governo italiano che fin qui a tale situazione drammatica non è riuscito concretamente o non ha voluto neppure tentare di porre rimedio (invece coccola irresponsabilmente derive libertarie, ad esempio rinunciando a costituirsi in giudizio – come osserva amaramente il Centro Studi Livatino – contro l’ammissibilità dei referendum radicali su eutanasia e droga oppure annunciando il varo all’inizio del 2022 la nuova strategia nazionale LGBTI con grande compiacimento del Ministro cosiddetta per la famiglia).

Lettera agli sposi nell’Anno della famiglia Amoris laetitia

Sempre domenica 26 dicembre il Papa ha raddoppiato in tema di famiglia firmando una Lettera agli sposi che intende essere «un incoraggiamento, un segno di vicinanza e anche un’occasione di meditazione» in occasione dell’Anno della famiglia Amoris laetitia (19 marzo 2021 – 26 giugno 2022). Tale anno era stato annunciato da Jorge Mario Bergoglio durante l’Angelus del 27 dicembre 2020.

Qualche passo (copyright Dicastero della Comunicazione e Libreria Editrice Vaticana) per i nostri lettori.

“Esci dalla tua terra e va”

Come Abramo, ciascuno degli sposi esce dalla propria terra fin dal momento in cui, sentendo la chiamata all’amore coniugale, decide di donarsi all’altro senza riserve. Così, già il fidanzamento implica l’uscire dalla propria terra, poiché richiede di percorrere insieme la strada che conduce al matrimonio. Le diverse situazioni della vita – il passare dei giorni, l’arrivo dei figli, il lavoro, le malattie – sono circostanze nelle quali l’impegno assunto vicendevolmente suppone che ciascuno abbandoni le proprie inerzie, le proprie certezze, gli spazi di tranquillità e vada verso la terra che Dio promette: essere due in Cristo, due in uno. Un’unica vita, un “noi” nella comunione d’amore con Gesù, vivo e presente in ogni momento della vostra esistenza. Dio vi accompagna, vi ama incondizionatamente. Non siete soli!

I figli vi osservano, educarli non è facile

Cari sposi, sappiate che i vostri figli – e specialmente i più giovani – vi osservano con attenzione e cercano in voi la testimonianza di un amore forte e affidabile (…) I figli sono un dono, sempre, cambiano la storia di ogni famiglia. Sono assetati di amore, di riconoscenza, di stima e di fiducia. La paternità e la maternità vi chiamano a essere generativi per dare ai vostri figli la gioia di scoprirsi figli di Dio, figli di un Padre che fin dal primo istante li ha amati teneramente e li prende per mano ogni giorno. Questa scoperta può dare ai vostri figli la fede e la capacità di confidare in Dio.

Certo, educare i figli non è per niente facile. Ma non dimentichiamo che anche loro ci educano. Il primo ambiente educativo rimane sempre la famiglia, nei piccoli gesti che sono più eloquenti delle parole. Educare è anzitutto accompagnare i processi di crescita, essere presenti in tanti modi, così che i figli possano contare sui genitori in ogni momento. L’educatore è una persona che ‘genera’ in senso spirituale e, soprattutto, che “si mette in gioco” ponendosi in relazione. Come padri e madri è importante relazionarsi con i figli a partire da un’autorità ottenuta giorno per giorno. Essi hanno bisogno di una sicurezza che li aiuti a sperimentare la fiducia in voi, nella bellezza della loro vita, nella certezza di non essere mai soli, accada quel che accada.

La barca instabile del matrimonio

La vocazione al matrimonio è una chiamata a condurre una barca instabile – ma sicura per la realtà del sacramento – in un mare talvolta agitato. Quante volte, come gli apostoli, avreste voglia di dire, o meglio, di gridare: ‘Maestro, non t’importa che siamo perduti?’ (Mc 4,38). Non dimentichiamo che, mediante il Sacramento del matrimonio, Gesù è presente su questa barca. Egli si preoccupa per voi, rimane con voi in ogni momento, nel dondolio della barca agitata dalle acque. In un altro passo del Vangelo, in mezzo alle difficoltà, i discepoli vedono che Gesù si avvicina nel mezzo della tempesta e lo accolgono sulla barca; così anche voi, quando la tempesta infuria, lasciate salire Gesù sulla barca, perché quando ‘salì sulla barca con loro […] il vento cessò’ (Mc 6,51). È importante che insieme teniate lo sguardo fisso su Gesù. Solo così avrete la pace, supererete i conflitti e troverete soluzioni a molti dei vostri problemi. Non perché questi scompariranno, ma perché potrete vederli in un’altra prospettiva.

Famiglia in tempi di restrizioni anti-Covid

Vorrei cogliere l’occasione per riflettere su alcune difficoltà e opportunità che le famiglie hanno vissuto in questo tempo di pandemia. Per esempio, è aumentato il tempo per stare insieme, e questa è stata un’opportunità unica per coltivare il dialogo in famiglia. Certamente ciò richiede uno speciale esercizio di pazienza; non è facile stare insieme tutta la giornata quando nella stessa casa bisogna lavorare, studiare, svagarsi e riposare. Non lasciatevi vincere dalla stanchezza; la forza dell’amore vi renda capaci di guardare più agli altri – al coniuge, ai figli – che alla propria fatica. In questo modo, stare insieme non sarà una penitenza bensì un rifugio in mezzo alle tempeste. Che la famiglia sia un luogo di accoglienza e di comprensione. È pur vero che, per alcune coppie, la convivenza a cui si sono visti costretti durante la quarantena è stata particolarmente difficile. I problemi che già esistevano si sono aggravati, generando conflitti che in molti casi sono diventati quasi insopportabili. Tanti hanno persino vissuto la rottura di una relazione in cui si trascinava una crisi che non si è saputo o non si è potuto superare. Anche a queste persone desidero esprimere la mia vicinanza e il mio affetto.

Quando le difficoltà prevalgono

La rottura di una relazione coniugale genera molta sofferenza per il venir meno di tante aspettative; la mancanza di comprensione provoca discussioni e ferite non facili da superare. Nemmeno ai figli è risparmiato il dolore di vedere che i loro genitori non stanno più insieme. Anche in questi casi, non smettete di cercare aiuto affinché i conflitti possano essere in qualche modo superati e non provochino ulteriori sofferenze tra voi e ai vostri figli. Il Signore Gesù, nella sua misericordia infinita, vi ispirerà il modo di andare avanti in mezzo a tante difficoltà e dispiaceri. Non dimenticate che il perdono risana ogni ferita.

Ai giovani

A tale proposito, permettetemi di rivolgere una parola ai giovani che si preparano al matrimonio. Se prima della pandemia per i fidanzati era difficile progettare un futuro essendo arduo trovare un lavoro stabile, adesso l’incertezza lavorativa è ancora più grande. Perciò invito i fidanzati a non scoraggiarsi, ad avere il ‘coraggio creativo’ che ebbe san Giuseppe, la cui memoria ho voluto onorare in questo Anno a lui dedicato. Così anche voi, quando si tratta di affrontare il cammino del matrimonio, pur avendo pochi mezzi, confidate sempre nella Provvidenza, perché ‘sono a volte proprio le difficoltà che tirano fuori da ciascuno di noi risorse che nemmeno pensavamo di avere’ (Lett. ap. Patris corde, 5). Non esitate ad appoggiarvi alle vostre famiglie e alle vostre amicizie, alla comunità ecclesiale, alla parrocchia, per vivere la futura vita coniugale e familiare imparando da coloro che sono già passati per la strada che voi state iniziando a percorrere.

Questo articolo è stato pubblicato oggi dall’autore sul suo sito Rossoporpora.org [QUI].

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