49° Viaggio di Solidarietà e di Speranza della Fondazione Santina – José Alfredo. L’emigrato clandestino seminarista ad Acapulco – Postscriptum

La Vigilia della Solennità del Natale del Signore, ieri, ho dedicato a fare la Terza Parte del 49° Viaggio di Solidarietà e di Speranza della Fondazione Santina – Arminda. La storia di violenza mai incontrata prima [QUI]. Il tema era tremendo e – sapendo di cosa si trattava – l’avevo rimandato… Ieri l’ho fatto, perché era l’attesa di un giorno di Speranza con la nascita di un Bambino, che dà il coraggio di cui abbiamo tanto bisogno. Poi, mentre lavoravo alla redazione, ho pensato di aggiungere una Quarta Parte, un “Postscriptum”, su una cosa bella in questi racconti di violenza e morte: la testimonianza di un clandestino messicano negli Stati Uniti d’America ritornato per diventare seminarista ad Acapulco. Ha ragione Don Gigi, in tutta la miseria di questo mondo: “Dedichiamoci a cose belle”…

Prima di iniziare il lavoro, per farmi coraggio, ho ricordato con un post sul mio diario Facebook [QUI], che poco prima della Santa Messa della Notte del 24 dicembre 1999, Papa Giovanni Paolo II diede inizio al Grande Giubileo dell’Anno 2000, con la solenne apertura della Porta Santa della basilica di San Pietro, come simbolo di apertura delle porte di Grazia. Questo era il Grande Papa Santo, che ci ha detto da subito: “Non abbiate paura”; e di credere nella promessa del Signore, che il Male può anche trionfare spesso, ma non vince mai. Quando Gesù chiese ai suoi discepoli chi pensavano che lui fosse, Simone rispose: “Tu sei il Cristo, il figlio del Dio vivente” e Gesù allora disse che le porte degli inferi non prevarranno contro la sua Chiesa (Cfr. Mt 16,17-19).

Grande Giubileo dell’Anno 2000 – Apertura della Porta Santa della Basilica di San Pietro, 24 dicembre 1999.

Il culmine del Grande Giubileo dell’Anno 2000 fu la Giornata Mondiale della Gioventù, che si aprì il 15 agosto del 2000 con un’enorme celebrazione in piazza di San Giovanni a Roma. Più di due milioni di giovani si riunirono a Tor Vergata. Il Giubileo si chiuse il 6 gennaio 2001 con la Messa dell’Epifania. La notte precedente, la Basilica di San Pietro rimase aperta fino a che l’ultimo pellegrino passò attraverso la porta santa, verso le ore 03.00 del 6 gennaio.

A tutto questo pensavo, quando nella Notte Santa ho letto l’ultimo capitolo del nuovo instant book della Fondazione Santina, Arminda, #VoltiDiSperanza N. 35. La storia di violenza mai incontrata prima, con la testimonianza commovente dell’emigrato messicano clandestino negli Stati Uniti d’America, José Alfredo García Aguirre. Anni prima aveva traversato illegalmente il confine, ha risposto alla chiamata del Signore, ed è rientrato in Messico per farsi prete.

#VoltiDiSperanza – Video dell’Associazione Amici di Santina Zucchinelli Onlus che promuove “Arminda – vittima dei narcos in Messico”, instant book #VoltiDiSperanza n 35 – Edizioni Messaggero Padova. In uscita a gennaio 2022.

Questa testimonianza dell’emigrato clandestino diventato seminarista ad Acapulco illustra l’importanza del programma di adozioni a distanza in Messico della Fondazione Santina, che si è arricchito della presenza di cinque seminaristi.

#VoltiDiSperanza – Felix: nuovo programma di adozione a distanza per la formazione di 5 seminaristi di Acapulco 2022-2025, affinché dei sacerdoti possano dedicarsi alle vittime della violenza. Nel video si presentano 4 di loro, assente in quel momento José Alfredo García Aguirre.

In occasione della sua visita di giovedì 18 novembre 2021 al Seminario del Buon Pastore dell’Arcidiocesi di Acapulco, per partecipare alla Celebrazione dell’ammissione agli ordini di Juan Antonio, il Presidente della Fondazione Santina, Mons. Luigi (Don Gigi) Ginami ha chiesto a José Alfredo Garcia Aguirre, uno dei questi seminaristi addottati a distanza dalla Fondazione Santina, di rendere la sua testimonianza: «Questa bellissima storia ha il pregio di mettere in luce la sofferenza di tutti i clandestini che dal Messico ogni anno entrano negli Stati Uniti – dice Don Gigi -, inseguendo il sogno americano che riserva grandi sofferenze. Bellissima la conclusione che ci narra José Alfredo: era uscito dal Messico cercando la felicità in cose materiali, per rientrare in Messico assetato di Dio e di cose spirituali, le sole che donano al cuore la pace e la serenità». Riportiamo di seguito in forma leggermente abbreviato la sua testimonianza, nella traduzione italiana a cura di Don Gigi.

#VoltiDiSperanza – Il dramma emigrazione clandestina dal Messico agli Stati Uniti. La testimonianza del seminarista di Acapulco, José Alfredo Garcia Aguirre.

L’emigrato clandestino seminarista ad Acapulco

«Mi chiamo José Alfredo García Aguirre. Sono nato il 9 dicembre 1986, figlio di Petra Aguirre Bahena e di José García Urioste. Ho tre sorelle e due fratelli da parte di mamma e una sorella di mamma e papà. Quando avevo solo un mese, i miei genitori si separarono. Mio padre lasciò casa per fondare un’altra famiglia. Mia madre con sette figli ha lavorato molto duro per coprire da sola le spese in famiglia. Con fatica e amore ha potuto mantenermi e mantenere i miei studi fino al livello preparatorio.

In seguito non ho più potuto proseguire gli studi, perché non avevamo abbastanza soldi per pagare le spese universitarie. Questo è stato uno dei motivi per cui ho deciso di lavorare, ma con poco studio e poca esperienza, è stato molto difficile trovare lavoro. All’età di 18 anni, non vedendo risultati positivi, ho avuto la preoccupazione di andare a cercare lavoro negli Stati Uniti d’America. Dopo essermi consultato con la mamma ho deciso di partire e di attraversare il confine illegalmente. Ho raccolto 2.000 dollari con l’aiuto di mio fratello, che viveva negli Stati Uniti, anche lui da illegale.

Ho preso contatto con una persona che mi avrebbe potuto aiutare ad attraversare illegalmente il confine e così da Acapulco sono partito per Mexicali, vicino al confine con gli Stati Uniti. Mi sono recato all’albergo che mi avevano indicato come il luogo dove avrei incontrato la persona che mi avrebbe aiutato ad attraversare. La mattina ho lasciato l’hotel per cercare qualcosa da mangiare. Per caso ho incontrato un cugino, che lavorava nel traffico illegale dell’emigrazione. Svolgeva, come si dice comunemente in Messico, il mestiere del pollero. Mi salutò con molto piacere e mi disse che il giorno dopo avrebbe passato il confine e si offrì di farmi attraversare. Ovviamente accettai, poiché avevo fiducia di lui.

Era il 14 marzo quando abbiamo deciso di partire. Avremmo tentato di giungere la California attraversando il confine in una località chiamata La Rumorosa. Ricordo che erano circa le cinque del pomeriggio quando eravamo tutti pronti, aspettando che facesse buio per poter attraversare durante la notte. Il primo passo che abbiamo dovuto compiere è attraversare un canale d’acqua, che era largo circa trenta metri. Quindi abbiamo ritenuto necessario affittare una zattera per farlo, non mettendoci in pericolo di annegamento. Il canale era la linea di demarcazione tra i due Paesi. Portando un gallone d’acqua e uno zaino, abbiamo iniziato il viaggio con un passo talmente veloce da assomigliare ad una corsa. All’inizio abbiamo corso per due ore, per raggiungere una piccola montagna, un luogo con cespugli, adatto a nasconderci, per un breve tempo di dieci minuti. Dopo la breve pausa abbiamo continuato a camminare tutta la notte. Ricordo che andavamo su e giù per le montagne senza raggiungere il luogo indicato. All’alba ci siamo riposati un po’ nascosti tra i cespugli. A questo punto erano già trascorse dodici ore di traversata.

Prima dell’alba avevo già vuotato il mio zaino, perché facevo fatica a camminare. Le gambe non mi tenevano più. Dei dieci clandestini che eravamo nella carovana, ero sempre l’ultimo di tutti e loro erano una trentina di metri davanti a me.

Finalmente siamo arrivati al luogo stabilito, aldilà del confine negli Stati Uniti, dove sarebbero venuti a prenderci. Ma la persona che doveva venire non è passata e, quindi, abbiamo aspettato un altro giorno, senza mangiare, senza forze. Ricordo di aver detto a mio cugino: vado allo scoperto dove passano le macchine così prendo il primo pullman che arriva e torno in Messico, perché non ce la faccio più, mi tremano le gambe, mi sento molto debole e ho molta fame. È successo proprio così: sono uscito perché un pullman potesse prendermi per tornare in Messico. Dopo aver aspettato inutilmente circa mezz’ora, ho deciso di tornare nel luogo dove eravamo rifugiati.

Solo molto tardi nella notte, quando abbiamo sentito il clacson di un’auto, mio cugino ha detto: sono loro, vengono a prenderci, andiamo! Abbiamo corso tutti con il volto contento e siamo saliti su un camion. Ci hanno coperti con un telo e ci hanno detto di non fare alcun movimento.

Da lì ci trasferirono in una casa dove c’erano molti più clandestini. Quando siamo arrivati, ci hanno preparato la cena. Siamo stati in questo luogo tutta la notte e il giorno dopo siamo stati trasferiti su un altro camion in un altro luogo. Eravamo circa 50 persone. Grazie a Dio siamo arrivati senza complicazioni. Ci hanno nascosti in un prefabbricato, per poi trasferire ogni persona a destinazione. La mia era Atlanta nel Georgia, dove mi aspettava mio fratello, che viveva già negli Stati Uniti da circa cinque anni. Le prime parole di mio fratello quando mi ha visto sono state: sei molto magro! Ho risposto: Beh, non ho mangiato nulla in questi giorni.

José Alfredo García Aguirre come clandestino negli Stati Uniti.

Ero molto felice di incontrare mio fratello. È così che ho iniziato i miei primi giorni negli Stati Uniti d’America, mi sono riposato per una settimana, e poi ho aiutato mio fratello nel suo lavoro: falciando l’erba, raccogliendo immondizia, spazzando ecc. Così è stato il primo mese, poi mi sono messo a cercare lavoro e mio fratello che conosceva già alcuni posti, è riuscito a procurarmi un lavoro, in una fabbrica di infissi, guadagnando il salario minimo di 7,50 dollari l’ora. Ho lavorato così per circa due mesi e poi mi sono trasferito ad un altro lavoro con il marmo, realizzando ripiani di cucina, guadagnando 8,50 dollari l’ora.

Un posto di lavoro di José Alfredo García Aguirre da clandestino negli Stati Uniti.

Poi è giunta ancora l’offerta di un lavoro meglio retribuito ed ho iniziato a guadagnare di più. Ho comprato una macchina e ho imparato a guidare. Ho cominciato a conoscere posti, ho cominciato ad andare in discoteca, nei fine settimana. Ho iniziato a condurre una vita disordinata, cercando di godere la vita, comprando vestiti, uscivo a ballare: volevo avere quello che non avevo mai avuto. Nel mio lavoro ho incontrato alcuni amici che mi hanno invitato in chiesa, molto sporadicamente li ho accompagnati

José Alfredo García Aguirre quando lavorava da clandestino negli Stati Uniti.

Quando avevo già 24 anni, nel 2011, con più esperienza e capacità lavorativa, sfruttando la mia esperienza, mi è stato offerto un lavoro nel South Carolina. Con un collega abbiamo deciso di accettare, perché si dava una paga migliore, con 14 dollari l’ora. In quello stesso anno, mentre vivevo in South Carolina, il 2 novembre, all’ora di pranzo, stavo andando al ristorante, quando ricevetti una telefonata da mia sorella Isabel, che viveva in Georgia. Mi disse che mia madre era morta. In quel momento ho fermato la macchina e ho fatto guidare mio amico. Ho cominciato a piangere. Mi dicevo: è una bugia, mia madre è viva. Non potevo credere a quello che mi aveva detto mia sorella.

Poi ho chiamato mio fratello per avere conferma e lui mi ha detto la stessa cosa. Siamo arrivati al ristorante, ho chiesto mio piatto, ma non sono riuscito a mangiare un boccone. Sono tornato al mio lavoro e mi sono buttato sull’erba a piangere. Ricordo che avevo un piccolo orecchino all’orecchio sinistro, me lo sono tolto e l’ho buttato via, perché alla mamma non piaceva che indossassi un orecchino. Ricordo che chiedevo a Dio; perché a lei e non a me? Avresti fatto meglio a prendermi. E piangevo ancora di più. Dopo aver pianto a lungo, sono andato al mio appartamento e quando sono arrivato non ho fatto altro che piangere. Più tardi nel pomeriggio, sono andato alla chiesa più vicina, ma l’ho trovato chiusa. Mi sono inginocchiato davanti alla porta e dissi a Dio: dì a mia madre che l’amo molto, che mi manca molto. Non riuscivo a trovare conforto nella mia anima, non trovavo pace. Volevo sfogarmi in qualche modo e sono andato in un negozio a comprare tre palloncini a gas elio. Ho scritto a ciascuno: mamma, ti amo molto. Sono uscito nel patio e li ho liberati, perché in qualche modo volevo dire a mia madre come la sua partenza mi aveva molto addolorato.

È stato dopo la morte di mia madre, che ho cominciato ad avvicinarmi alla Chiesa, perché sentivo che nella Chiesa potevo, per intercessione di Dio, comunicare con lei. Dopo un mese da questo doloroso evento, ho deciso di tornare in Georgia, nella cittadina di Cartersville, alla periferia dello Stato. Mentre vivevo in questo luogo ho cominciato a frequentare la Chiesa di San Francesco d’Assisi. (…)

Un Venerdì Santo, dopo aver partecipato alla Via Crucis, ho preso la decisione di seguire il catechismo, a fare la Prima Comunione. (…)

Ho cominciato ad innamorarmi di Gesù sacramentato. Non è stato più solo incontrare Gesù attraverso la preghiera, ma anche scoprirlo presente nel Sacramento dell’Eucaristia. Dopo aver preso amore per l’Eucaristia, ho sentito il bisogno di visitarlo più frequentemente.

Mi sono accostato anche al Sacramento della Confessione. Dopo la Prima Comunione, ho iniziato a capire il grande amore di Dio nella mia vita: ciò che prima consideravo importante erano cose materiali, stavo invece ora scoprendo che la vera ricchezza e felicità si trova nell’amore di Dio e nella comunione con Lui.

Un giorno durante la Confessione, Padre Juan Anzora mi disse: “Figlio, sei pronto per essere prete”. Queste parole di Padre Juan risuonavano nella mia mente e mi chiedevo: che cos’è un prete? Ho iniziato a informarmi e ho scoperto la grandezza di essere sacerdote. Essere un altro Cristo sulla terra è un dono inestimabile. Quanto il sacerdote può fare per la salvezza delle anime! Ho guardato al mio passato, alla mia sofferenza. In fondo, quello che cercavo senza saperlo era l’amore di Dio. Solo Dio poteva aiutarmi a sopportare il dolore della perdita di mia madre e ho scoperto che potevo sostenere molte persone che stanno attraversando difficoltà.

Così ho iniziato cercare un seminario vicino e alla fine ho ottenuto il numero di telefono del seminario di Atlanta. Ma uno dei requisiti per entrare in seminario era quello di essere residente o cittadino. Dopo essermi informato su un seminario in Messico, ho parlato con quello di Guadalajara e mi hanno consigliato di rivolgermi al seminario nel mio luogo di origine. Così ho contattato al seminario di Acapulco Padre Ulises Chávez, che era allora il promotore vocazionale e mi ha spinto ad entrare in seminario.

Mancavano pochi giorni al pre-seminario e ancora non avevo deciso del tutto cosa fare, perché avevo tutta la mia roba, e solo pochi giorni per poter vendere tutto e tornare in Messico. Sono stato indeciso per due settimane pensando, parto o aspetto l’anno successivo? Dopo queste due settimane ho chiamato di nuovo Padre Ulises, che mi ha risposto e ha detto: “Il pre-seminario è già iniziato, dai vieni adesso!”.

Ho riflettuto profondamente, e alla fine durante la notte ho deciso di ritornare ad Acapulco, per entrare in seminario. Ho ordinato le mie cose con mio fratello, ho comprato il biglietto per il Messico e sono arrivato direttamente al seminario, per l’ultimo giorno del pre-seminario.

Ho scoperto che Dio aveva ascoltato la mia preghiera, perché davanti all’Eucaristia avevo detto: “Signore, sono qui, portami dove vuoi, mandami dove vuoi, perché non appartengo più a me stesso. Mettimi con le persone semplici che hanno bisogno di sentirti”. E Lui l’ha fatto. Quando sono tornato in Messico queste parole risuonavano nella mia mente e mi sono fidato: era nostro Signore Gesù Cristo che mi stava guidando. Beh, nei primi anni della mia giovinezza sono andato negli Stati Uniti assetato di cose materiali e superficiali, cercando la felicità, il sogno americano, ed ora ero tornato in Messico assetato di cose spirituali, di Dio.

Entrato in Seminario nel 2016, attualmente sono al secondo anno di teologia. Sono motivato a continuare in questo discernimento vocazionale. Nostro Signore Gesù Cristo è la mia forza. Lui è la forza che mi spinge a continuare su questo cammino di impegno, di servizio. Come non dare la mia vita a colui in cui credo, perché niente è paragonabile a Lui?».

José Alfredo García Aguirre

#VoltiDiSperanza – Per conoscere la Collana #VoltiDiSperanza guarda la sezione su YouTube dedicata agli instant book dell’Associazione Amici di Santina Zucchinelli Onlus e Edizioni Messaggero Padova, libri della lunghezza di circa 100 pagine tutti al costo di 5 Euro devoluti in solidarietà.

Gli Instant Book della collana #VoltiDiSperanza.

#VoltiDiSperanza – Associazione Amici di Santina Zucchinelli Onlus – Buon Natale con la voce dei recenti Papi.

«Quando sono debole
è allora che sono forte»

89.31.72.207