Mons. Delpini consegna al patrono ambrosiano le speranze dei milanesi

“Siamo qui a onorare il nostro patrono e a portare davanti all’altare del Signore le nostre preghiere, per interpretare i talenti e le speranze della gente che abita qui con la responsabilità di rappresentare tutti i milanesi, i lombardi e coloro che sono venuti nelle nostre terre da lontano”: si è aperto con questo auspicio il Pontificale per la festività di sant’Ambrogio di mons. Mario Delpini.

Nell’omelia l’arcivescovo ha immaginato un ‘aspro’ dialogo tra il lupo ed il buon pastore: “Il dialogo del lupo e del Buon Pastore rivela il cuore di Gesù. Ma la liturgica illustra con questo confronto anche la figura di Ambrogio e dei santi pastori che sono uno solo nel Buon pastore.

Può essere dunque che anche noi possiamo entrare in questa scena: non solo per temere il lupo, non solo per lasciarci commuovere dal buon pastore, ma per avere la nostra parte nel dramma e, chi sa?, imparare come imitare il buon pastore e, con mite umiltà, metterci a servizio dell’annuncio che il pane di vita è la medicina contro tutti i veleni di morte, metterci a servizio dell’amore che unisce, per contrastare l’egoismo che divide, metterci a servizio dell’amore che si sacrifica per il bene di coloro che amiamo”.

Poi, al termine della celebrazione eucaristica, la preghiera a sant’Ambrogio e le intercessioni recitate dall’arcivescovo e dai concelebranti nella cripta, di fronte alle reliquie del santo e dei martiri Gervaso e Protaso, seguita dalla benedizione del presepe, ‘Admirabile Signum. Nativity – Gesù pupilla di luce’: una creazione lignea proveniente dalla Val Gardena e realizzata dagli scultori Filip Moroder Doss e Thomas Comploi.

Nel giorno precedente, con la lettera alla città ‘…Con gentilezza. Virtù e stile per il bene comune’, il vescovo aveva invitato i cittadini a mettersi al servizio del bene comune:

“In un tempo di fatica esistenziale per tutti, per il crescere dell’ansia, a seguito della interminabile pandemia, occorre uno stile nell’esercizio dei ruoli di responsabilità che assicuri e rassicuri, che protegga e promuova, che offra orizzonti di speranza, anticipando, nella fermezza e nella gentilezza, il senso promettente e sorprendente della vita, con un agire non tanto e non solo solidale ma sinceramente fraterno”.

L’appello dell’arcivescovo è alla responsabilità come il santo patrono: “Tra i cristiani di Milano divisi e aggressivi, Ambrogio fu uomo di pace con la sua autorevolezza e serietà, con la sua parola persuasiva e vera.

In un tempo di lotte di potere, di imperatori deboli e di usurpatori violenti Ambrogio fu presenza lucida e operatore di riconciliazione. In un tempo di imperatori autoritari e di decisioni spietate Ambrogio fu voce di Dio, pagina di Vangelo per invitare a conversione”.

Un compito soprattutto che spetta a chi ha responsabilità: “In questo nostro tempo confuso, di frenetica ripresa e profonda incertezza, che tende a censurare un vuoto interiore, chi ha la responsabilità del bene comune è chiamato a essere autorevole punto di riferimento con discorsi seri e azioni coerenti, con la saggezza di ricondurre le cose alle giuste dimensioni, di sorridere e di far sorridere.

In un tempo di suscettibilità intrattabile e di esplosioni di rabbie irrazionali, chi ha responsabilità deve tenere i nervi saldi, esercitare un saggio discernimento per distinguere i problemi gravi e i pretesti infondati”.

Ed ha invitato a vivere uno stile nuovo: “In un tempo di aggressività pubblica e privata, di drammi terribili tra le mura di casa e di violenze crudeli, chi si cura della giustizia e della difesa dei deboli deve cercare di capire, di prevenire, di porre condizioni per arginare reazioni furiose e comportamenti delittuosi.

In un tempo di fatica esistenziale per tutti, per il crescere dell’ansia, a seguito della interminabile pandemia, occorre uno stile nell’esercizio dei ruoli di responsabilità che assicuri e rassicuri, che protegga e promuova, che offra orizzonti di speranza, anticipando, nella fermezza e nella gentilezza, il senso promettente e sorprendente della vita, con un agire non tanto e non solo solidale ma sinceramente fraterno”.

La responsabilità richiede virtù: “L’esercizio della responsabilità richiede molte virtù: l’onestà, il discernimento, la prudenza, la fortezza, la mitezza, il senso dell’umorismo e alcune che mi sembrano particolarmente necessarie oggi, come la lungimiranza, la stima di sé e la resistenza.

Ma per il servizio al bene comune, insieme a queste virtù è necessario uno stile che forse possiamo definire con la virtù della gentilezza. Per gentilezza non intendo solo le ‘buone maniere’, ma quell’espressione della nobiltà d’animo in cui si possono riconoscere la mitezza, la mansuetudine, la finezza nell’apprezzare ogni cosa buona e bella, la fermezza nel reagire all’offesa e all’insulto con moderazione e pazienza”.

E ci vuole lungimiranza nella promozione della famiglia: “La promozione delle condizioni che rendano desiderabile e possibile la formazione delle famiglie è la priorità irrinunciabile.

La famiglia è principio generativo della società se è stabile, se trova nella società condizioni di vita serene, sane, per la disponibilità di case accessibili, per occasioni di lavoro propizie, per il sostegno necessario alla paternità e alla maternità responsabili, per alleanze educative che rendano l’educazione l’impresa comune che semina in città un futuro desiderabile.

Troppi drammi si consumano tra le mura domestiche per troppa solitudine, per troppa aggressività, per troppi problemi che non trovano una mano tesa ad aiutare”.

La famiglia è il luogo dove nasce la gentilezza: “Pensando alla priorità da dare alla famiglia rifletto anche sulla necessità di promuovere e di curare la gentilezza nella relazione tra marito e moglie, il rapporto tra l’uomo e la donna come rapporto di reciprocità, nella pari dignità e nella valorizzazione della differenza.

Quanto è importante per i figli poter vedere i genitori che si trattano con gentilezza, anche nell’affrontare le tensioni che inevitabilmente emergono in famiglia. L’alleanza nella famiglia tra l’uomo e la donna, nella stima e nella gentilezza reciproche, è una promessa di bene per i figli.

La città invecchia, popolata da troppi rapporti spezzati. La città intristisce senza la festosa voce di bambini che giocano. La città si innervosisce, intrappolata in un’eccessiva frenesia di risultati che non lascia tempo per le domande e per gli affetti”.

Il discorso alla città è stato un elogio per gli ‘artigiani’ del bene comune: “Gli artigiani del bene comune sono dappertutto e fanno qualsiasi cosa, ma si caratterizzano perché quello che fanno lo fanno bene e sono convinti che il bene sia già premio a se stesso, anche se, ovviamente, pretendono il giusto compenso per il lavoro che svolgono.

Gli artigiani del bene comune sanno che ci sono cose più importanti di altre: in primo luogo coltivano i rapporti fondamentali, con il marito, la moglie, i figli, i genitori; sono pronti a qualsiasi sacrificio per i figli e non hanno ambizione più grande di quella di dare loro un futuro migliore; lavorano volentieri e mettono nel lavoro attenzione e competenza; hanno rispetto dell’ambiente in cui vivono e contrastano lo spreco, il degrado, lo squallore.

Sono onesti: sanno che si può guadagnare di più se si è disonesti, ma disprezzano le ricchezze accumulate rovinando gli altri e la società. Sono intraprendenti e se c’è da dare una mano non si tirano indietro e, se hanno stima di coloro che per il bene comune si caricano di fastidi, loro non sono da meno, per quello che possono”.

Gli artigiani del bene comune sanno resistere: “La nostra società ha bisogno di abitare i territori dell’umano, allorquando si sbilancia su e con un nuovo umanesimo; la nostra società ha bisogno di presidiare le relazioni interpersonali, a fronte di una deriva delle stesse nelle interminabili connessioni virtuali (relazioni tascabili e liquide); di lasciarsi interpellare dagli ultimi della fila, dai vuoti a perdere, dalle vite da scarto…

Ha bisogno di artigiani del bene comune che contrastino i disonesti e i prepotenti: è necessario resistere e far crescere la rettitudine morale. Devono essere coltivate l’interiorità lucida e l’opinione pubblica concorde nel ritenere ignobile il comportamento disonesto, nell’emarginare chi vuole imporsi e insegna ai figli e ai giovani a fare della prepotenza un titolo di merito.

C’è bisogno di gente che resista. Che resista con la gentilezza di chi sa che cosa sia bene e che cosa sia male e compie il bene perché ha fiducia nell’umanità, ha fiducia nelle istituzioni, ha fiducia in Dio”.

(Foto: Arcidiocesi di Milano)  

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