La questione finanziaria e la vaticanizzazione della Santa Sede: un vaso di Pandora

La pubblicazione dei diari del Cardinale George Pell, a cui Sandro Magister ha dato grande risalto [QUI e QUI], non poteva passare inosservata. Infatti subito, in arrivo da Malta, si è registrata una reazione sulla vendita di un palazzo di lusso a Budapest, che ha coinvolto aziende maltesi [*].

Senza entrare nei dettagli della vicenda, per quanto intricata possa essere solo la questione finanziaria, è arrivata da Malta una denuncia secondo cui l’Istituto per le Opere di Religione (IOR) si è rifiutato di pagare la sua parte dell’accordo [QUI]. L’accusa è che si è preferito tenere nella pancia un investimento indebitato piuttosto che accettare di venderlo al miglior prezzo offerto, coprendo i debiti, e quindi pagando le insolvenze. Da parte di Malta, il sospetto è che lo IOR insista nel non accettare alcuna offerta nel tentativo, non troppo nascosto, di screditare la passata amministrazione [*].

Non è la prima volta che da Malta giungono accuse del genere. Lo IOR però non accetta i toni delle accuse, si lamenta invece dei profili poco chiari dell’operazione e ha portato tutti in tribunale, in una saga giudiziaria che sembra infinita [QUI].

Il nocciolo della questione, però, resta lo IOR. Questo probabilmente è il punto eccitante della storia. L’opera che Papa Benedetto XVI aveva svolto con la riforma finanziaria, poi proseguita da Papa Francesco, era quella di creare un sistema naturale di controllo finanziario [QUI]. In pratica, lo IOR è entrato a far parte di un sistema più ampio e ha cessato di essere il centro di una serie di rapporti bilaterali, soprattutto con l’Italia, che aveva poca trasparenza in campo finanziario.

Papa Benedetto XVI stava portando a termine un progetto che già apparteneva a Papa Giovanni Paolo II, che nel 1990 aveva deciso un documento sullo IOR, e che poi aveva progressivamente razionalizzato un sistema, che fino agli anni Ottanta era stato quasi dilettantistico. A metà degli anni novanta lo IOR ha chiesto la prima revisione contabile esterna dei propri conti, segno di un processo di continua professionalizzazione [QUI].

La transizione verso un sistema finanziario a tutti gli effetti non era stata indolore. Andava a toccare rapporti d’affari privilegiati con cui pochi volevano scherzare. Un paio di casus belli hanno preceduto la riforma con le banche italiane, come il sequestro di 23 milioni di euro di operazioni IOR, che sono state poi messe a disposizione del Vaticano solo dopo diversi anni, quando la riforma finanziaria era a regime.

Inizialmente si pensava anche che qualsiasi riforma dovesse seguire la linea dei vecchi rapporti. Da qui la decisione di chiamare alla neonata Autorità di Informazione Finanziaria (AIF) una serie di ex funzionari della Banca d’Italia, non di alto profilo ma idonei a intrattenere rapporti. Successive intercettazioni, pubblicate sul quotidiano, hanno affermato che il presidente dello IOR, a quel tempo, aveva anche costanti comunicazioni con la Banca d’Italia [QUI].

Era proprio questo sistema che doveva essere fermato. A pensarci bene, tutti gli scandali finanziari avvenuti in Vaticano erano casi italiani, a cominciare dal famoso scandalo IOR-Ambrosiano [QUI]. Fu per questo che si virò verso una riforma della revisione finanziaria: un diritto più sostenibile a livello internazionale, un cambio di passo che guardasse più al mondo che all’Italia, uno sguardo cauto su quelli che erano i rapporti di cooperazione tra Stati, senza corsie privilegiate.

Era un sistema che funzionava. Lo IOR aveva finalmente il controllo e quindi era sempre meno al centro delle questioni finanziarie. C’era già un’operazione di controllo contabile, molto era già stato fatto e a molto si stava lavorando.

Fu in quel momento che avvenne l’elezione di Papa Francesco. È stato in quel momento che le vecchie questioni sono tornate. Nelle Congregazioni Generali [prima del Conclave del 2013] i cardinali non capivano cosa si stesse facendo. Si è parlato addirittura di chiudere lo IOR [QUI], tanto che Papa Francesco ha istituito una commissione per capirne il funzionamento e l’utilità. Si è scoperto che no, lo IOR non doveva essere chiuso, perché serviva la Santa Sede.

Ma passo dopo passo sono tornati i vecchi schemi, favoriti dal fatto che né Papa Francesco né le persone che lo hanno sostenuto avevano compreso appieno come fosse un processo a lungo termine. Non si tratta di definire se qualcuno ha agito in malafede o meno. Anche se alcuni lo erano sicuramente.

Così, il rapporto privilegiato con l’Italia è tornato a piccoli passi. Prima una convenzione fiscale speciale con l’Italia, poi la sostituzione della vecchia gestione dello IOR a favore di una nuova gestione che, inizialmente con un profilo internazionale, è diventata sempre più italiana. L’attuale Presidente dello IOR è De Franssu, francese di fama mondiale. Eppure il Direttore è Gianfranco Mammì, che rappresenta il vecchio modello di gestione dello IOR, perché c’è sempre stato.

Lo IOR è il centro di tutto e, quindi, il centro del nuovo corso finanziario. C’è un processo in corso in Vaticano per la presunta cattiva gestione da parte della precedente dirigenza, che ora è in appello e la cui sentenza è attesa. Assolti in Italia, Cipriani e Tulli, ex Direttore e Vicedirettore dello IOR che si sono dimessi proprio per non mettere in imbarazzo l’Istituto quando sono iniziate alcune indagini, si trovano ora alle prese con un complicato processo di appello [*]. Ironia della sorte, sotto la loro gestione lo IOR aveva realizzato un utile di 86,6 milioni di euro. Sono anche accusati dell’investimento a Malta. Ma Malta sostiene che è la nuova dirigenza a non voler accettare le offerte. Se questo è vero, sarà facile verificarlo in Tribunale.

Quello che appare certo è che in Vaticano siamo tornati ai vecchi tempi. Anche il processo sulla gestione dei fondi della Segreteria di Stato, partito proprio da una denuncia dello IOR, sembra configurarsi più come un atto di vendetta trasversale nei confronti di chi aveva simboleggiato il nuovo corso – e che aveva ottenuto ottimi risultati tra l’altro – che come un processo basato su prove oggettive. Il fatto che il processo non sia ancora iniziato e che si parli ancora di invalidarlo; e il fatto che i Promotori di Giustizia vaticani non abbiano fornito tutte le prove alla difesa, ne è un segno.

Il vaso di Pandora, dunque, non è quello di nuovi scandali finanziari. È quello di un vecchio mondo che ha ripreso il controllo, di una serie di relazioni che sembravano avviarsi verso la fine, ma che invece sono tornate. In definitiva, la vaticanizzazione della Santa Sede è più vantaggiosa per l’Italia che per la Santa Sede [QUI]. Intanto, ci sono i processi gestiti da magistrati italiani; e le finanze vaticane sono ormai saldamente sotto il controllo degli Italiani.

Questo articolo è stato pubblicato oggi dall’autore in inglese sul suo blog Monday Vatican [QUI].

[*] Esuli vaticani: Cipriani e Tulli scaricati e isolati a Malta. Lo IOR e il caso del palazzo ungherese di Ivo Pincara – Blog dell’Editore/Korazym.org, 2 gennaio 2021 [QUI].

Foto di copertina e di controcopertina: Il vaso di Pandora è, nella mitologia greca, il leggendario contenitore di tutti i mali che si riversarono nel mondo dopo la sua apertura. Per vendicarsi di Prometeo, il titano che aveva donato il fuoco agli uomini rubandolo a Zeus, il re degli dei decide di donare la prima donna mortale, Pandora, agli uomini. Si tratta di una sottile vendetta perché Pandora, resa bellissima da Afrodite, a cui Era aveva insegnato le arti manuali e Apollo la musica e che era stata resa viva da Atena, è destinata ad arrecare la perdizione al genere umano. Secondo il racconto tramandato dal poeta Esiodo in “Le opere e i giorni”, il vaso era un dono fatto a Pandora da Zeus, il quale le aveva raccomandato di non aprirlo. Questo vaso, che dovrebbe contenere il grano, contiene invece i mali che affliggono l’uomo e che sono fino a quel momento separati da lui. Pandora, che aveva ricevuto dal dio Ermes il “dono” della curiosità, non tardò però a scoperchiarlo, liberando così tutti i mali del mondo, che erano gli spiriti maligni della “vecchiaia”, “gelosia”, “malattia”, “pazzia” e il “vizio”. Sul fondo del vaso rimase soltanto la “speranza”, che non fece in tempo ad allontanarsi prima che il vaso venisse chiuso di nuovo. Aprendo il vaso, Pandora condanna l’umanità a una vita di sofferenze, realizzando così la punizione di Zeus. Prima di questo momento l’umanità aveva vissuto libera da mali, fatiche o preoccupazioni di sorta e gli uomini erano, così come gli dei, immortali. Dopo l’apertura del vaso il mondo divenne un luogo desolato ed inospitale, simile ad un deserto, finché Pandora lo aprì nuovamente per far uscire anche la speranza e il mondo riprese a vivere.