Papa Francesco lascia ai vescovi il dibattito con il mondo

Tra gli arcivescovi statunitensi che il 29 ricevono il Pallio dal Papa c’è Salvatore Joseph Cordileone. É il pastore di una città difficile: San Francisco. Ed è anche uno dei vescovi che più di altri si è battuto contro l’approvazione del matrimonio gay e ha fortemente criticato la decisione della Corte suprema che riconosce agli uomini e donne legalmente sposati con persone dello stesso sesso gli stessi vantaggi federali delle coppie eterosessuali. É una delle voci dei vescovi che nel mondo stanno mettendo in gioco il loro ruolo di pastori per difendere la dignità della persona umana, il valore sacro del matrimonio, il diritto dei bambini ad avere un padre ed una madre. E’ successo in Francia e in altri paesi, è successo anni fa anche nell’ Argentina di Bergoglio, oggi Papa. Allora il vescovo di Buenos Aires, seguendo le indicazioni della Conferenza episcopale, si pose pubblicamente contro la legge sulle unioni di persone dello stesso sesso. Soprattutto con una opposizione “politica” definendo le unioni gay “illegali”. Oggi da Pontefice ancora non si è espresso. Non in modo forte come si aspettavano magari i fedeli francesi e come ora attendono gli statunitensi. La domanda è: perchè? E’ ovvio che il Papa non ha alcun “tentennamento” sulla natura del sacramento del matrimonio.

Francesco ha ampiamente dimostrato nelle sue omelie da parroco del mattino che la sua “dottrina” è ortodossa e in perfetta continuità con la Tradizione della Chiesa cattolica e, ovviamente, con il Vangelo. Il Papa è un severo ignaziano nella spiritualità, crede nella Chiesa gerarchica e parla spesso di andare “controcorrente”, dice che il cristiano vero è quello che porta il Vangelo nel mondo senza avere paura, che ha grandi ideali, che non resta “in salotto”, che va verso gli altri. Allora magari ci si aspettava qualcosa di più netto e chiaro su certi temi di grande impatto sociale e mediatico? Questo è uno dei misteri ancora da svelare della personalità di Jorge Mario Bergoglio oggi Papa Francesco. Dopo più di tre mesi di pontificato ancora non abbiamo capito qual è il suo stile. Non tanto come veste, come parla o dove dorme, o se è ha una agenda organizzata o no ( lui stesso avrebbe dichiarato di essere “molto disorganizzato”), ma piuttosto come vuole esercitare il ministero petrino.

Non si tratta di “governo”. O almeno non solo. La creazione di commissioni e gruppi per aiutarlo a comprendere situazioni che non conosce a fondo, come lo stato dello IOR i cui statuti che risalgono al 1990 ovviamente vanno rivisti, o la struttura della Curia che si basa su un documento del 1988, è un modo che sembra molto “ignaziano”. Il superiore della casa si avvale di un gruppo di consiglieri, ma poi decide insidacabilmente da solo. Da solo. Ecco, è difficile capire Bergoglio perché agisce da solo. Il suo stare “non isolato” nella Domus Sanctae Marthae è di fatto un modo per essere solo nei momenti significativi. Il popolo va bene per le messe, le udienze, a volte i pranzi.

Ma poi la”collegialità” sembra sparire. E così è difficile sapere come “lavora” il Papa, come affronta i temi e come, e se, decide di intervenire nel dibattito pubblico. Ci vorrà tempo per capirlo. Per ora il Papa si fa consigliare dal cardinale Bertone per alcune nomine e dopo le prime voci arriva la seconda ondata. In Segreteria di Stato l’arcivescovo Pietro Parolin, ora in Venezuela diplomatico dell’ era Wojtyla, l’arcivescovo Piero Marini nuovo prefetto del Culto Divino e il cardinale Oscar Maradiaga a Propaganda Fidae. Ma si sa sono solo delle voci.

La concretezza del ministero di Papa Francesco è nella predicazione rivolta essenzialmente al popolo dei credenti, dei “parrocchiani”, dei credenti che magari hanno bisogno di rinfrescare il catechismo. Il dibattito pubblico il Papa per ora lo lascia ai vescovi locali, come ha ricordato a quelli italiani: “voi avete tanti compiti. Primo: la Chiesa in Italia – tutti – il dialogo con le istituzioni culturali, sociali, politiche, che è un compito vostro e non è facile.”

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