XXV domenica: ‘Autorità come servizio’

Nel brano del Vangelo mentre si descrive il viaggio di Gesù verso Gerusalemme, itinerario non solo geografico ma spirituale, Gesù per la seconda volta annuncia ai suoi discepoli la imminente Pasqua di passione, morte e risurrezione.

La rivelazione che Gesù destina ai suoi discepoli è quella via inattesa attraverso la quale egli realizzerà la sua missione salvifica ‘quando sarò innalzato tra la terra e il cielo io attirerò tutto a me’; discorso duro che gli apostoli cercano di sviare pensando al regno che Gesù è venuto ad instaurare e discutendo tra di loro sul ruolo futuro di ciascuno di essi in questo regno. Gesù parla di passione e morte, i dodici discutono chi dovrà essere il primo in questo regno.

Gesù si pone ad una distanza abissale dai suoi discepoli: ‘se uno vuole essere il primo sia il servo’, e, come se ciò non bastasse, aggiunge “sia servo di tutti” e con l’immagine del bambino  evidenzia loro le virtù proprie del discepolo di Cristo: fiducia e umiltà.

Propone un bambino come modello del credente. Il bambino non conosce né filosofia né teologia; è il più disarmato ed indifeso ma conosce bene la fiducia e si abbandona sicuro tra le braccia del papà o della mamma.

Nel primo annuncio della sua pasqua era stato l’apostolo Pietro a ribellarsi, ad uscire allo scoperto dicendo a Gesù: non permetto che tu vada a Gerusalemme a morire in croce; e Gesù l’aveva apostrofato:  ‘via da me, Satana, perché non ragioni secondo Dio ma secondo gli uomini’.

Ora sono tutti i suoi discepoli che, laddove Gesù parla della sua passione e morte, essi appaiono presi da altri pensieri: chi sarà il primo nel regno di Gesù?, quali compiti, onori, governo avrà ciascuno di noi? 

Due logiche, due processi mentali (quello di Gesù e quello degli apostoli) diametralmente opposti.  Arrivati a destinazione e fermatisi, questa volta è Gesù ad interrogarli: di che cosa parlavate lungo la strada?, quale l’oggetto del vostro conversare?  Domande che sono un richiamo, un rimprovero, un volere evidenziare ai suoi che stavano viaggiando su aree diametralmente opposte. 

E Gesù scende al pratico, al concreto: prende un bambino e dice ai suoi discepoli:  se non diventate come questo bimbo non entrerete nel regno dei cieli.  Nasce spontanea una domanda: è un male volere primeggiare, sforzarsi di essere il primo? 

Certamente è un desiderio innato in ciascuno di noi emulare gli altri; adoperarsi a sviluppare il proprio essere, le proprie capacità, i doni e i talenti ricevuti da Dio per assestarsi ai primi posti. Questo è proprio della natura umana ed è voluto da Dio.

Gesù non è contrario quando l’uomo cerca di  realizzare i desideri innati, né allo sforzo di arrivare al primo posto; ciò che invece cambia è la motivazione: essere il primo per meglio aiutare gli altri e se stesso, questa è la vera grandezza.

Il Vangelo ci ricorda l’episodio di quella donna, la madre dei figli di Zebedeo, che prega Gesù onde i suoi figli possano sedere nel regno uno a destra, l’altro a sinistra: povera donna, non sapeva ciò che stava chiedendo.  

Gli apostoli, credendo imminente l’inaugurazione del regno, si candidano per i primi posti. La risposta di Gesù è di tutt’altro tenore: prende un bambino, lo mette in mezzo ed abbracciandolo dice: chi accoglie uno di questi bambini nel mio nome, accoglie me. 

‘Voi mi chiamate, dirà Gesù, signore e maestro ed io vi ho lavato i piedi; vi ho dato l’esempio: come ho fatto io, fate voi’, ecco la vera grandezza.  La vera grandezza o autorità non consiste nel primeggiare, nello spadroneggiare sugli altri, nell’affermare se stessi e rendere schiavi o sottomessi gli altri.

Vera grandezza è mettere a fuoco i talenti ricevuti da Dio a beneficio di chi è meno dotato. Si ha così un rovesciamento dal concetto di autorità, del potere, del governo. Governare è servire; servire è amare come Gesù che ha dato la vita, è morto in croce per salvare l’uomo e riconciliare il cielo e la terra.

Amico che ascolti, se sei discepolo di Cristo devi persuaderti che il tuo lavoro, la tua intelligenza, il tuo cuore non è per te ma è per gli altri; ogni autorità è una paternità ed essere padre significa amore e sacrificio.

L’autorità, diceva uno scrittore, non è una poltrona ma un timone; non è un titolo di nobiltà ma di responsabilità; non è un bastone ma una croce. E’ necessario allora rivedere il programma della vita: se vuoi essere felice devi diventare come il bambino, che è felice solo tra le braccia del papà o della mamma;

è necessario ridestare il ‘fanciullo che dorme dentro ciascuno di noi’, riamare la bontà e l’innocenza ed ancora una volta rivolgersi a Dio invocando: ‘Padre nostro che sei nei cieli’. E Gesù dirà: “chi accoglie uno di questi bambini nel mio nome, accoglie me; chi accoglie me, accoglie il Padre che mi ha mandato”.

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