Pino Puglisi, un prete che viveva il Vangelo

“Non lo si dice mai. Ma Pino Puglisi era un prete gioviale, sempre allegro. Aveva gli occhi che sorridevano. Raccontava centinaia di barzellette, ne conosceva moltissime, e i ragazzi erano attirati da lui anche per questo. E vi dovete anche scordare come lo ha fatto parlare Luca Zingaretti, che lo ha interpretato. Don Pino parlava molto lentamente, pesava con attenzione le parole”. Così Salvatore Di Cristina, arcivescovo emerito di Acireale, racconta don Pino Puglisi.

Di Cristina ci tiene a smontare il cliché del “prete antimafia” (“quella è stata una costruzione dei giornali”) e allo stesso modo sottolinea che non si deve leggere l’operato di don Pino alla stregua di quella di un “prete sociale”, perché lui “lavorava con il Vangelo in mano, era un sacerdote allo stato puro”. E sono le obiezioni che fa un po’ tutto il clero siciliano che ha conosciuto don Pino Puglisi. Ucciso in odium fidei, ovvero in odio della fede. Ucciso semplicemente perché faceva il sacerdote.

Era arrivato nel quartiere di Brancaccio perché non ci voleva andare nessuno. Costretto a celebrare Messa in un garage perché la Chiesa di San Gaetano era rimasta danneggiata dal terremoto, don Puglisi girava in lungo e in largo il quartiere sulla sua Uno  (“La benzina è il mio pane”, diceva) e strappava centinaia di bambini alla strada. Ovvero, da dove la Mafia pescava la manovalanza. Don Pino non si scoraggiava: il quartiere era invivibile, non c’era un albero, né una scuola media, e lui promuoveva i comitati civici; aveva inventato, con Agostina Ajello, un “Padre Nostro dei mafiosi” per tenere lontano i bambini ed i ragazzi dalla mentalità criminale; aveva fondato un centro, intitolato al Padre Nostro, per fare ripetizione ai bambini poveri, destinati altrimenti a rimanere sotto botta dei boss mafiosi.

Non è un caso che, quel 15 settembre del 1993, il suo assassino, Salvatore Grigoli, aveva solo la quinta elementare. L’omicidio doveva apparire una rapina. “Per tale motivo – ha raccontato Grigoli a Famiglia Cristiana nel 1999 –  fu utilizzata una pistola di piccolo calibro e al sacerdote fu sottratto il borsello. Lui arrivò. E io e Gaspare Spatuzza siamo scesi dalle auto mentre gli altri due aspettavano. Il padre si stava accingendo ad aprire il portoncino di casa. Aveva il borsello nelle mani. Fu una questione di pochi secondi: io ebbi il tempo di notare che lo Spatuzza si avvicinò, gli mise la mano nella mano per prendergli il borsello. E gli disse piano: “Padre, questa è una rapina”. Lui si girò, lo guardò, sorrise, una cosa questa che non posso dimenticare, che non ci ho dormito la notte, e disse: ‘Me l’aspettavo’. Non si era accorto di me, che ero alle sue spalle. Io allora gli sparai un colpo alla nuca”

Don Pino se lo aspettava. Anche perché l’escalation di minacce nei suoi confronti era stata velocissima. E i ragazzi di don Pino avevano capito che c’era pericolo quando incendiarono le porte di casa a tre membri del Comitato intercondominale di via Hazon, che operava a fianco di don Pino. La prima domenica dopo l’incendio, alla messa delle 11 pronunciò un’omelia durissima: “chi usa violenza è paragonabile a una bestia”, affermò rosso in faccia, visibilmente scosso. “E’ stata una delle pochissime volte in cui sia stato visto realmente alterato”, racconta Di Cristina.

Eppure la sua morte arrivò inaspettata a scuotere il clero siciliano. “Non aveva detto a nessuno delle minacce che riceveva – racconta Di Cristina – noi amici avevamo solo notato che era diventato più scontroso negli ultimi tempi, quasi ci volesse preservare dal suo destino”. Quando parla di don Pino, Di Cristina sorride. Avevano fatto il seminario insieme, insieme erano stati “prefettini”, ovvero capi camerata nel seminario di minore, ed insieme erano stati ordinati sacerdoti. Un’amicizia forte, quella tra Di Cristina e don Puglisi.

“Quando don Pino viene inviato a Godrano – racconta il vescovo emerito di Monreale – si trova a vivere in un clima di profonda sfiducia. È in atto una faida famigliare, qualcosa di ancora più profondo del mero fenomeno mafioso, ogni casa ha un morto ammazzato, la chiesa è vuota perché non ci si fida l’uno dell’altro, e non si vuole che i figli di famiglie differenti si frequentino. Sono stati momenti duri per don Pino. Noi spesso lo andavamo a trovare, gli abbiamo dato una mano. Ma poi, lui seppe conquistare i ragazzi di Godrano. E, attraverso i ragazzi, conquistò le famiglie. Dopo otto anni, lasciò una Godrano trasformata”.

E una Godrano con almeno una vocazione in più: quella di Salvatore Cuttitta, che ora è vescovo ausiliare di Palermo e che è stato uno dei ragazzi di don Puglisi. Racconta Cuttitta: “Sono stato vicino a don Puglisi da quando avevo 8 anni a quando ne avevo 16. Il ricordo che ho io da bambino è che aveva questa grande capacità di stare con i piccoli, e di meravigliarci con le sue iniziative, rendendo i luoghi ordinari della nostra vita come luoghi speciali. Ci ha affascinati, ci ha proiettati fuori, ha rivoluzionato quelle relazioni che erano improntate da una diffidenza reciproca. È stato in quell’età che ho manifestato a lui la percezione della mia chiamata del Signore”.

Prima di arrivare a Brancaccio, nel 1990, don Puglisi è pro-rettore del seminario minore di Palermo, direttore del Centro diocesano vocazioni, responsabile del Centro regionale Vocazioni e membro del Consiglio nazionale. È durante quel periodo che conosce Michele Pennisi, attuale arcivescovo di Monreale. “Ho conosciuto don Pino Puglisi – racconta Pennisi –  quando  io ero rettore del seminario vescovile e direttore del Centro diocesano Vocazioni di Caltagirone ed egli era prima vicedirettore e poi  nel 1983 direttore del Centro regionale Vocazioni. Don Pino insisteva molto sulla pastorale vocazionale e per questo organizzava incontri di preghiera, mostre, campi-scuola estivi durante i quali faceva sperimentare ai giovani la bellezza della vita cristiana nella quotidianità e puntava molto sulla formazione degli animatori vocazionali e dei catechisti”. Dal 1984 in poi, si incontrano ogni sabato sera, si scambiano pareri in un periodo di grande fervore culturale per la Chiesa siciliana. “Don Pino in quegli anni approfondiva la conoscenza dei testi del Vaticano II e  la teologia post-conciliare con una particolare attenzione ai risvolti pastorali”.

Nel 1990, don Pino arriva a Brancaccio, e comincia a ricostruire il tessuto del quartiere con la sua opera di sacerdote. Ma cominciano anni drammatici. Nel 1992 vengono uccisi i giudici Falcone e Borsellino, il 9 maggio 1993 Giovanni Paolo II, nella Valle dei Templi, scosso da ciò che gli è stato raccontato della Mafia e riguardo l’assassinio del giudice Rosario Livatino di cui ha incontrato i genitori, afferma con forza, mettendo da parte il discorso ufficiale: “Dio ha detto una volta: Non uccidere. Non può l’uomo, qualsiasi umana agglomerazione, mafia, cambiare e calpestare questo diritto santissimo di Dio. Lo dico ai responsabili: convertitevi! Un giorno verrà il giudizio di Dio!”.

Il 19 agosto di quell’anno, Marino Mannoia chiama il magistrato dal carcere e dichiara che nel passato la Chiesa era considerata sacra e intoccabile, invece ora non più, perché la Chiesa attacca la Mafia. Il 27 luglio, le bombe a Roma in San Giovanni in Laterano e poi a San Giorgio in Velabro. Poi, la morte di don Puglisi.

Che rappresenta anche una spaccatura della storia.  Da quel martirio è nato un nuovo modo nella Chiesa siciliana di affrontare il fenomeno mafioso. Si è scoperto, quasi improvvisamente, che essere preti nel senso più profondo della parola era già un’arma formidabile per combattere il cancro della Mafia.

“La vicenda di don Puglisi oggi dice molto soprattutto a noi sacerdoti – afferma Salvatore Di Cristina – ci sprona alla fedeltà totale al nostro mandato. Perché don Pino si trovò ad essere contro la Mafia in ragione del suo ministero”. E Salvatore Cuttitta sottolinea che “fino a trent’anni fa c’era un approccio confuso nel combattere la Mafia. Dopo la morte di don Pino, i vescovi hanno insieme definito una sorta di condanna della Mafia, sottolineando che chi fa parte di questa associazione criminosa non può considerarsi cristiano. C’è stata una ulteriore presa di coscienza: don Puglisi è stato ucciso perché era un evangelizzatore, perché promuoveva la vita”.

In fondo, sottolinea Pennisi, “L’odio per la fede di don Puglisi  è scritta con chiarezza nel verbale degli interrogatori dei suoi uccisori. Da essi emerge la pericolosità dell’azione di Puglisi, non per il bene che faceva, ma per la minaccia che rappresentava al potere della mafia. La mafia con l’assassinio di don Puglisi ha voluto colpire la Chiesa con un segnale forte , manifestando in questo modo l’ateismo pratico che la contraddistingue, nonostante certe parvenze di religiosità mistificatorie”.

Ma di don Pino sembra che tutti se ne siano accorti troppo tardi. Racconta Di Cristina che, ad una commemorazione, un confratello più anziano gli disse: “Sto cercando nella memoria un momento in cui don Pino sia stato inopportuno, o sopra le righe. Non me ne viene in mente nessuno. E noi non lo abbiamo mai invitato una volta a parlare ai nostri sacerdoti”.

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