La lettura della parabola del Buon Samaritano di don Dino Pirri, parroco e influencer

Il Vangelo racconta di un dottore della Legge che, per mettere alla prova Gesù, gli chiede come ottenere la vita eterna. Sa di dover amare Dio sopra ogni cosa e il suo prossimo come se stesso, ma si domanda chi sia quel ‘prossimo’. La risposta è conosciuta da tutti: ‘Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e cadde nelle mani dei briganti, che gli portarono via tutto, lo percossero a sangue e se ne andarono, lasciandolo mezzo morto…’.

Il titolo è intrigante: ‘Lo strano caso del buon samaritano. Il Vangelo per buoni, cattivi e buonisti’ ed il contenuto mantiene le promesse del titolo con continue provocazioni e giudizi mai scontati se l’autore è don Dino Pirri, parroco a Grottamare e sacerdote dal 1998; mentre su twitter ha oltre 41.000 follower.

Intrecciando la parola delle Scritture a quelle di Guccini, Gaber e Vasco Rossi, e affiancando il proprio percorso di credente a riflessioni sulla Chiesa e sulla vita quotidiana, don Dino guida a comprendere il senso profondo della parabola più rivoluzionaria dell’intero Vangelo, che va ben oltre l’esortazione a compiere buone azioni. Con l’ironia che l’hanno reso celebre sui social e in televisione, don Dino condivide la sua esperienza personale e ricorda che la fede è amore e gioia prima che leggi e comandamenti.

Allora, per quale motivo quello del buon Samaritano è uno strano caso?

“Quello del samaritano è uno strano caso, perché secondo una possibile interpretazione, potrebbe sembrare un semplice invito a comportarsi bene o a fare del bene, in senso moralistico. Ma Gesù si spinge oltre. Dio non è moralista, ma buono. Gesù racconta questa parabola per mostrarci come ama Dio. Come ci guarda, cosa sente, come agisce, quando si trova davanti una umanità poco amabile e quasi senza vita”.

Di solito il buon samaritano è presentato come l’esempio per aiutare il prossimo: “La parabola indubbiamente ci dice chi è il prossimo, chi devo amare. Però già i padri della Chiesa nei primi secoli  leggevano la parabola vedendo il Cristo nel samaritano. La parabola allora risponde anche alla domanda: chi è che ama me? L’atto del dono, dell’amore, non è un atto naturale, può scaturire solo da un dono che lo precede, quello della vita che Dio ci dà”.

Quale notizia porta il buon Samaritano?

“La bella notizia è che Dio ama in modo imprevedibile è inimmaginabile, anche me che non valgo niente. Il vangelo non è un elenco di cose da fare o di comportamenti da assumere. O meglio, lo è in modo secondario e lo si comprende soltanto dopo aver scoperto che non si tratta di un elenco di precetti, ma di una narrazione del cuore di Dio. La narrazione di ciò che Dio fa per noi e del suo atteggiamento davanti alla nostra ricerca di felicità”.

Cosa significa avere compassione?

“Ecco Dio è innanzitutto compassionevole. Nella Bibbia la parola ‘compassione’ traduce ‘viscere di misericordia’ ed è un espressione normalmente riferita alle donne. E’ il ventre della madre che si contrae, per il figlio che soffre, come nel parto. Dio è come una madre, come un innamorato che sa mettersi dentro la vita dell’amata. Ma su questo, rimando alla lettura del libro”.

‘Dio vuole la mia felicità’: è una delle provocazioni che si incontrano nel libro. Cosa significa?

“Dio ha creato il cielo e la terra e tutti noi per un atto di felicità, perché potessimo essere felici. Per un cristiano essere felice significa essere pienamente uomo, pienamente donna. Avere una vita che non va perduta. Certo, il senso della vita lo trovo nell’obbedienza a Dio, ma Dio non mi ha creato perché obbedisca a Lui. Anche il catechismo di papa Pio X diceva che Dio ci ha creati per conoscerlo, amarlo e servirlo in questa vita, e goderlo nell’altra. Usa proprio il verbo godere, che con il tempo è stato messo nel dimenticatoio”.

Come la parabola del buon Samaritano si intreccia con la vita quotidiana?

“La parabola si intreccia con la mia storia, come tutto il Vangelo tocca la nostra quotidianità. Così salto dal Vangelo alla mia vita e dalla vita al Vangelo. Il discepolo di oggi è chiamato ad annunciare il Vangelo, prima di tutto mostrando il posto che esso occupa nella propria vita. Come una domanda sussurrata all’orecchio o gridata al mondo. Questo ho provato a raccontare”.

Sei stato a Tv2000, stai su Twitter: come usare i social media per annunciare il Vangelo?

“I mezzi di comunicazioni sono diversi tra loro, ognuno detta le proprie regole di utilizzo. quindi in una prospettiva di evangelizzazione bisogna rispettare  il loro modo di essere, non si possono trasformare i social, ma anche la tv, in un pulpito di chiesa perché lì ascoltano anche i non credenti. Quindi attenti al linguaggio che si utilizza,  e attenti anche a non trasformarli in idoli, cioè in soluzioni, perché sono solo strumenti.  Non si può dare in appalto tout court allo strumento la trasmissione della fede”.

(Tratto da Aci Stampa)

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