Mons. Lorefice invita a ‘salire in alto’

“Correva l’anno 1624 quando la città di Palermo veniva infestata dalla peste che seminava morte e distruzione. In quella situazione i nostri concittadini e i nostri padri nella fede sperimentarono la grande benevolenza di Dio per l’intercessione di S. Rosalia. le reliquie della Santa, rinvenute sul Monte Pellegrino il 15 luglio del 1624 e portate in processione il 9 giugno 1625, placarono le malattie e improvvisamente la peste svanì”.

Ricordando questo editto Palermo, per il secondo anno consecutivo, ha celebrato il festino di santa Rosalia, la sua patrona, con circospezione, a causa del Covid 19, senza processione ma con il sorvolo in elicottero dell’arcivescovo, mons. Corrado Lorefice, con le reliquie della santa per la benedizione.

Nel messaggio alla città mons. Lorefice ha ricordato la ‘passione’ della Santa per la città: “L’inizio della sua storia ci dà questa certezza: non siamo noi ad aver cercato Rosalia, è stata lei a venire a cercarci, a rendersi presente nella vita di Palermo e dei palermitani; è stata lei a cercare le donne e gli uomini di questa città, a visitarli, a salvarli, per dirci fino a che punto le stiamo a cuore.

L’inizio della sua storia, ve lo ricordo, è legato anche ad una donna di Ciminna che doveva adempiere al voto che le era stato raccomandato da Santa Rosalia stessa dopo esser stata miracolosamente guarita in ospedale. Intanto nel 1624, a Palermo arrivò la peste e Girolama si ammalò di nuovo. E la Santa, con la sua dolcezza di sorella e di amica, la guarì dalla ricaduta per darle la possibilità di adempiere al voto non adempiuto di quel pellegrinaggio che già un anno prima le aveva chiesto di fare”.

E’ un invito a non dimenticare il bene ricevuto: “Proprio come Girolama, anche noi corriamo il rischio di dimenticare il bene che abbiamo ricevuto. Ma Rosalia ci vuole raggiungere, vuole guarire le nostre ferite. Ogni santo (ogni discepolo di Gesù Cristo che vive la radicalità evangelica) ricalca la storia di Dio, del Dio della fede dei cristiani.

Un Dio che non aspetta di essere cercato, ma che viene a cercarci, viene a ricordarci ciò che Egli stesso ha posto nell’intimo più intimo dei nostri cuori: la strada della felicità. ‘Sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza’: non dimentichiamo che Gesù è venuto a cercarci affinché la nostra gioia possa essere piena e la nostra vita sovrabbondante (non sopravvivere, dice lui, ma vivere in abbondanza!)”.

Questo ‘Festino’ è un invito ad esprimere la propria gratitudine: “Iniziamo con l’essere grati. In modi che comprendiamo e in modi che non comprendiamo, la storia ci insegna che Dio si prende cura dell’uomo, continuamente lo cerca e lo ricerca.

Ad ogni calamità (e conosciamo bene la durezza di questa pandemia che sembra lasciarci eppure continua a minacciarci) Dio ci fa capire che abbiamo dimenticato la gratitudine e la vita nuova che Egli ci apre e ci chiede. Certo è difficile, ma la gratitudine è l’unica possibilità che ci è data di non vivere da pretenziosi dominatori, bensì da sereni contemplatori della bellezza che giorno per giorno ci è donata, solo che sappiamo aprire gli occhi”.

Santa Rosalia invita a ‘salire  in alto’ attraverso i suoi suggerimenti: “Anche noi spesso ricadiamo nel male dell’infelicità perché dimentichiamo i suggerimenti che abbiamo ricevuto. Ecco: di questa pandemia, che sembra lasciarci eppure continua a minacciarci, non dobbiamo dimenticare il cambiamento che ci ha chiesto e ci chiede.

La proposta di Santa Rosalia è quella di ‘salire in alto’, accettare il rischio di guardare la nostra vita dall’alto per guadagnarne una visione nuova. Uscire per un attimo dal nostro piccolo mondo per guardare l’ampiezza della realtà nella quale siamo inseriti”.

Il  discorso dell’arcivescovo è un invito ad ‘allargare lo sguardo’: “E allargare lo sguardo sulla grandezza della nostra città, guardarla a lungo, potrà farci scoprire, oltre alle bellezze visibili che incantano, anche le bellezze invisibili, sofferte e germinali nascoste nelle periferie sociali e anche nelle periferie del male.

Oggi si soffre nella povertà economica, si soffre e si fanno soffrire gli altri nella povertà di valori relazionali. Siamo chiamati a salire in alto per capire che dobbiamo costruire una città sempre più bella. Che la bellezza dell’arte e della cultura diventi anche bellezza della dignità, della responsabilità, del prendersi cura, del sacramento dell’amicizia!”

Guardare in alto è costruire la civiltà dell’amicizia per ‘sognare una Palermo sempre più bella’: “In alto, per progettare orizzonti nuovi, orizzonti che si trovano dentro il quotidiano, dentro la storia che viviamo, orizzonti che bisogna scorgere dal basso e dal basso far riemergere.

In alto, non per raggiungere un punto di arrivo ma per saper poi tornare a casa, nella città, con gli occhi di chi ha intravisto dentro le piaghe e dentro le sofferenze le strade per creare qualcosa di nuovo, per compiere azioni capaci di costruire una nuova civiltà dell’amicizia:

consapevoli che ogni gesto, anche il più piccolo, o aggrava i problemi o è un passo verso la loro risoluzione. In alto, per essere degni della nativa vocazione di questa Città: all’accoglienza e alla condivisione della meravigliosa ricchezza di calore umano, di cultura, di arte e di natura che la rende unica e attrattiva”.

In alto perché siamo interconnessi attraverso le relazioni, ricordando le morti nel mar Mediterraneo: “Dall’alto della montagna, dall’alto di Monte Pellegrino, si vedono orizzonti alti. E’ il bello delle isole: orizzonti più vasti e più lontani. Dall’alto della montagna, dall’alto di Monte Pellegrino, si vede il mare.

E guardando il mare si vedono tante barche. Sono le imbarcazioni dei migranti, che navigano trasportando chi fugge dalla fame, dal dolore, dalla guerra, che vengono respinte, che affondano. Come dall’alto, minuscoli, si vedono i corpi galleggianti senza vita. Si vede questo nostro Mediterraneo diventato il cimitero dei fratelli e delle sorelle reietti”.

Citando le parole del poeta Ungaretti l’arcivescovo ha affermato che in questo modo non c’è futuro: “Le morti in mare, così come le morti di chi è rimasto da solo negli ospedali, sono le ferite che oggi bruciano e violentano la condizione umana.

Non è possibile continuare così! Questo mondo diviso, questo mondo dei ricchi e dei potenti che si difendono dai poveri e dai deboli, non ha futuro! Per fortuna che guardando il mare si vedono anche le navi dei ‘pescatori di uomini’. E mai come oggi diventare ‘pescatori di uomini’ è la missione urgente, indispensabile per restare umani. Perché non avanzi anche un’altra pandemia: la ‘sclerocardia’!”

Il messaggio si chiude con l’invito a sentire il profumo: “Che il profumo di santa Rosalia continui ad attraversare il tempo e diventi sempre più intenso. Il profumo di santa Rosalia è quello di una Palermo in cui i nostri cuori si aprono e diventano accoglienza, quello di una Palermo che avanza nel cammino faticoso, lento ma deciso, di riscattarsi dalla bruttura del male per ritrovare e rinnovare la bellezza di una relazione capace di avere cura, di avere a cuore.

Ci dia speranza la certezza che Santa Rosalia ci viene a cercare sempre. Anche se ricadiamo nel male come Girolama, anche se disperati come il saponaro Vincenzo Bonelli. Lei ci viene a cercare. Questa certezza alimenti la nostra fede, rafforzi la nostra speranza, e dia concretezza e lungimiranza al nostro amore”.

(Foto di repertorio: Arcidiocesi di Palermo)

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