Abrogazione in Vaticano dell’habeas corpus deciso dal Papa, ma lo sapeva? Una carta-bomba del Cardinal Parolin che assolve il Cardinal Becciu, “sepolta” dai Promotori di Giustizia vaticani

Con il contagocce continuano ad uscire pezzi dopo pezzi dal “fitto plico di carte che saranno la base del prossimo processo”, istruito dall’Ufficio del Promotore di Giustizia del Vaticano in riferimento all’inchiesta sul caso 60SA, il Palazzo al numero 60 di Sloane Avenue di Londra acquistato dalla Segreteria di Stato. Il prossimo 27 luglio andrà a processo tra gli altri anche il Cardinale Angelo Becciu, accusato di peculato e abuso d’ufficio.

Sono sempre papiri che vengono fatti trapelare per “accusare” Becciu, anche se con il caso 60SA non hanno niente a che fare. Però, ogni tanto ne escono anche carte che “assolvano” il Cardinal Becciu e nel merito dello scandalo finanziario che ha travolto le alte sfere della Segreteria di Stato di Sua Santità. In questo caso – ça va sans dire, accuratamente nascoste dai Promotori di Giustizia vaticani, come oggi rivela Vittorio Feltri in esclusiva su Libero.

La “Dichiarazione” firmata dal Cardinale Pietro Parolin del 21 dicembre 2016.

Il missile a grappoli lanciato oggi dalla prima pagine di Libero Quotidiano da Vittorio Feltri, non tratta di cosettine marginali dal punto di vista penale, ma centra in pieno le responsabilità ultime nel caso 60SA: una carta-bomba firmata dal Cardinale Pietro Parolin, Numero due del Papa (equivalente di Primo Ministro e Ministro degli Esteri), che assolve il Cardinale Angelo Becciu, Numero tre del Papa (equivalente di Vice Primo Ministro e Ministro dell’Interno).

Scrive Feltri: «I promotori di giustizia (pm) del Vaticano l’hanno avuta tra le mani, ma invece di benedirla, usarla come arma di accusa contro Parolin, se mai avesse tradito il Numero 1, o quale prova di buona fede di Becciu, l’hanno sepolta di notte e senza gloria. Libero l’ha ritrovata nella fossa comune dei cani morti, tra le 29mila pagine degli atti depositati in vista del processo del 27 luglio, il primo nella storia della Città-Stato che veda alla sbarra un principe della Chiesa».

Questo documento firmato dal Cardinale Pietro Parolin permetteva al Cardinale Angelo Becciu, oggi sotto accusa, di spendere a suo piacimento il denaro dell’Obolo di San Pietro. Quella carta fa cadere l’accusa principale contro Becciu, e cioè che abbia ingannato il Papa, lo stesso Parolin e i poveri a cui quei soldi sono destinati. Come è possibile che del documento non si faccia cenno nella ricostruzione dell’accusa? Ci sarà qualcuno in grado di fornire una spiegazione…

Intanto, c’è un incredibile contrasto tra le affermazioni di principio sul rispetto dei diritti umani da parte delle Autorità ecclesiastiche e la pratica inquisitoria attuata nel caso concreto di Becciu. Mons. Alberto Perlasca è stato “graziato” solo quando ha accusato il Cardinale Angelo Becciu, dopo essersi presentato senza avvocato ai promotori di giustizia per rendere “dichiarazioni spontanee”. Torzi è stato arrestato dai Promotori di Giustizia Vaticani (che grazie al rescritto papale potevano fare quello che volevano) dopo che si era presentato in Vaticano spontaneamente per sottoporsi a un interrogatorio e tenuto in custodia cautelare fino a quando non ha accusato gli altri.

Questo, nel missile lanciato oggi da Feltri su Libero, è la parte più tragicamente attuale e dai lasciti imprevedibili, cioè, il finale sconvolgente sull’abrogazione pontificia dell’habeas corpus: «(…) nelle 488 pagine firmate dai promotori di giustizia (?). A pag. 29 si legge: “Con l’avvio dell’indagine, stante la sua complessità, il Santo Padre, con apposito provvedimento in data 5-7-2020, autorizza l’Ufficio del Promotore di Giustizia ad adottare, sino alla conclusione delle indagini, le forme della istruzione formale e ad assumere, ove necessario anche in deroga alla disposizioni vigenti, qualunque tipo di provvedimento di natura cautelare nelle attività di accertamento dei fatti collegati alle denunce dello Ior e del Revisore Generale”».

Questa frase, che il Papa autorizza «in deroga alla disposizioni vigenti, qualunque tipo di provvedimento di natura cautelare», è di una gravità estrema dal punto di vista giuridico. Annota Feltri: «Cioè [il Papa] ha dato “carta bianca” agli inquisitori, in deroga a tutto il diritto codificato», riassume Feltri, che conclude con due domande macigni: «Quando i magistrati italiani e quelli inglesi si sono mossi arrestando e sequestrando, e i nostri finanzieri hanno agito perquisendo e interrogando, sono stati informati dell’abrogazione dell’habeas corpus deciso dal Papa? Ma – soprattutto – il Papa lo sapeva?».

L’habeas corpus nel diritto anglosassone è il principio che tutela l’inviolabilità personale, e il conseguente diritto dell’arrestato di conoscere la causa del suo arresto e di vederla convalidata da una decisione del magistrato. Per estensione, il termine indica il complesso delle norme che garantiscono, nelle Costituzioni dei vari paesi, la libertà personale del cittadino. Nel 1679 divenne legge dello Stato inglese (“Habeas corpus act”), sancendo il principio della inviolabilità personale che ancora oggi tutela.

L’espressione habeas corpus (letteralmente “che tu abbia il corpo”), è la contrazione della formula consuetudinaria “Praecipimus tibi quod corpus, in prisona nostra sub custodia tua detentum, habeas coram nobis… ad subiciendum” con cui una corte di giustizia ordinava all’autorità che deteneva una persona (corpus) di presentare il detenuto alla corte stessa. Quindi, l’habeas corpus è una locuzione latina utilizzata nei sistemi giuridici di common law, per indicare l’ordine emesso da un giudice di portare un prigioniero al proprio cospetto, per verificarne le condizioni personali ed evitare una detenzione senza concreti elementi di accusa.

Il diritto dell’habeas corpus, che in sintesi richiede la sussistenza di precisi presupposti giuridici per poter limitare la libertà di una persona, nel corso della storia è stato un importante strumento per la salvaguardia della libertà individuale contro l’azione arbitraria dello stato e si è poi esteso a tutti i sistemi giuridici occidentali.

E con questo si comprende in toto l’osservazione di Feltri: «Non credo sia mai accaduto nella storia, nemmeno ai tempi della Santa Inquisizione. È un unicum che pone la giurisdizione vaticana in radicale e insanabile contrasto con i più elementari principi di certezza del diritto».

Tornando nel merito del caso 60SA, in un lungo colloquio con La Croix, il quotidiano della Conferenza Episcopale Francese, il Cardinal Segretario di Stato Pietro Parolin sul caso dei presunti scandali negli investimenti finanziari della Segreteria di Stato (tra cui il presunto coinvolgimento del Cardinal Becciu) ha dichiarato: «Spero davvero che possa emergere la verità durante questo processo, per il bene di tutti». Sbagliamo, o avvertiamo una certa perplessità al riguardo, chissà cosa nasconde? Comprensibile d’altronde, pensando alla sua personale responsabilità in tutto il caso degli investimenti finanziarie della Segreteria di Stato, che ci tiene occupato già da molto tempo ormai.

La carta che assolve Becciu
dimenticata dai pm vaticani
Libero l’ha scovata fra gli atti depositati
di Vittori Feltri
Libero Quotidiano, 14 luglio 2021

C’è una carta-bomba firmata dal Cardinale Pietro Parolin, numero due del Papa, che assolve il Cardinale Angelo Becciu, il numero tre. Dice che Becciu poteva spendere dove, come e quanto volesse i denari depositati. Una totale liberatoria Fa cascare la colonna portante dell’accusa. E che cioè Becciu avesse ingannato il Papa, il povero Parolin (che infatti si è costituito parte civile) e soprattutto i poveri per i bisogni immediati dei quali doveva essere speso il tesoretto della Segreteria di Stato dove confluisce l’Obolo di San Pietro che raccoglie le elemosine dei fedeli. In una solenne dichiarazione alla direzione del Crédit Suisse, dove giacevano i fondi, il Segretario di Stato, primo ministro della Santa Sede, citando espressamente Becciu, scrive il 21 dicembre 2016: «Non sussiste limitazione alcuna per quanto attiene all’utilizzo del credito summenzionato». Insomma: va bene quindi investirli per il palazzo di Londra… I promotori di giustizia (pm) del Vaticano l’hanno avuta tra le mani, ma invece di benedirla, usarla come armadi accusa contro Parolin, se mai avesse tradito il Numero 1, o quale prova di buona fede di Becciu, l’hanno sepolta. Libero l’ha ritrovata tra le 29mila pagine degli atti depositati in vista del processo del 27 luglio, il primo nella storia della Città-Stato che veda alla sbarra un principe della Chiesa.

Toghe e omissioni

I magistrati inquirenti, tanto più quelli che in questa storiaccia adempiono anche al ruolo di giudici istruttori, avrebbero l’obbligo di valorizzare non solo quel che giova all’accusa ma anche quel che rischia di smontarla, perché il loro scopo dovrebbe essere la ricerca della verità. Ma forse sono un po’ tradizionalista, per la Chiesa del nuovo millennio. Magari come il giudice Baumgartner di Londra, il quale aveva avvisato il mondo che le toghe della Santa Sede in quest’inchiesta stavano procedendo inanellando «omissioni», «distorsioni» e «travisamenti» pur di averla vinta.

E dunque, com’è potuto accadere che di quella carta firmata e timbrata non ci sia sentore nel poderoso e pignolo mattone di circa 500 pagine dal quale ogni giorno i vari giornali estraggono carinerie contro Becciu? Distrazione? Negligenza? Malizia? Ci sarà pure qualcuno che possa dare spiegazioni. Per capire la portata clamorosa della pagina vidimata in alto loco, è necessario riferire per estrema sintesi i capi d’accusa (e le argomentazioni per sostenerli) contenuti nelle 488 pagine della sentenza-ordinanza di rinvio a giudizio (in vaticanese «richiesta di citazione») nei confronti del prelato detto don Angelino, nativo di Pattada, diocesi di Ozieri, Sardegna. I crimini dei quali si sarebbe macchiato il porporato, defenestrato da papa Bergoglio il 24 settembre del 2020, sono peculato e abuso di ufficio. La vicenda cardine è, come noto, quella del palazzo di Sloane Avenue 60 a Chelsea (Londra). Non sto a discutere se l’investimento in questo immobile sia stato un affare o no, non capisco lo stracciarsi le vesti però: constato che puntare sul mattone è una tradizione ecclesiastica.

Il Vaticano, secondo dati ufficiali forniti dall’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica (APSA), possiede 4.041 tra appartamenti, terreni, palazzi e, suppongo, garage. Becciu avrebbe illegalmente disposto dei denari giacenti sui conti vaticani. Erano, secondo i pm, destinati esclusivamente ai bisognosi. Invece il Sostituto della Segreteria di Stato (vice primo ministro e ministro dell’Interno) ci avrebbe voluto speculare, comprando una dimora lussuosa del valore di centinaia di milioni di sterline. Per rubare? Questa l’ipotesi successiva dei pm. Ma sono rimasti con ragnatele e pinzillacchere in mano.

Infatti, pur avendo esplorato in lungo e in largo, i segugi della Gendarmeria papale coadiuvati dalla Guardia di finanza italiana non hanno trovato un soldo riferibile al cardinale in alcun anfratto bancario del mondo. Hanno perciò dovuto ripiegare sulle quisquilie, inchiodando maldestramente Becciu ad alcuni lavori di falegnameria affidati al fratello artigiano per sedi delicate quali le nunziature dell’Angola e di Cuba, ed eccependo su versamenti a dei poveri sì, ma con il torto di essere sardi e pure della diocesi di origine di don Angelino, dove la Caritas conta tra i suoi collaboratori un altro suo fratello.

Ed ecco che l’impianto accusatorio si liquefa, dato che si regge sulla colonna che Parolin con la sua dichiarazione demolisce. Infatti tutto nasce dalla denuncia del revisore generale dei conti del Vaticano, Alessandro Cassinis Righini, in sostanza il capo dell’anticorruzione d’Oltretevere, secondo cui il peccato originale di Becciu sta nell’aver usato i soldi dell’Obolo di San Pietro senza rispettare il «vincolo di destinazione» di quei soldi in opere caritatevoli. Falso. Attestato nero su bianco dallo stesso Parolin. Che poi ci sia stato del marcio in quella storia di Londra è un’altra questione, anch’essa tutta da provare.

Illegalità conclamata

E qui c’è un altro problema. C’è un’affermazione incredibile, una specie di confessione pubblica di illegalità conclamata, nelle 488 pagine firmate dai promotori di giustizia (?). A pagina 29 si legge: «Con l’avvio dell’indagine, stante la sua complessità, il Santo Padre, con apposito provvedimento in data 5-7-2020, autorizza l’Ufficio del Promotore di Giustizia ad adottare, sino alla conclusione delle indagini, le forme della istruzione formale e ad assumere, ove necessario anche in deroga alla disposizioni vigenti, qualunque tipo di provvedimento di natura cautelare nelle attività di accertamento dei fatti collegati alle denunce dello lor e del Revisore Generale».

Riscrivo perché non ci credo: il Papa autorizza «in deroga alla disposizioni vigenti, qualunque tipo di provvedimento di natura cautelare». Cioè ha dato «carta bianca» agli inquisitori, in deroga a tutto il diritto codificato. Non credo sia mai accaduto nella storia, nemmeno ai tempi della Santa Inquisizione. E un unicum che pone la giurisdizione vaticana in contrasto con i più elementari principi di certezza del diritto. Quando i magistrati italiani e inglesi e i nostri finanzieri hanno agito, sono stati informati dell’abrogazione dell’habeas corpus deciso dal Papa? Ma – soprattutto – il Papa lo sapeva?

Poi, continuano anche ad essere riscaldate delle carte vecchie, di cui si è già parlato tanto, come nel caso delle carte di cui ha parlato ieri Ilfattoquotidiano.it [QUI], che nel merito non hanno niente a che fare con il caso 60SA. Sulla base del papiro del “pentito” Mons. Alberto Perlasca, vi sarebbero, scrive Vincenzo Bisbiglia – diversi bonifici “truffa” che nella causale inserivano la dicitura «Opere di carità del Santo Padre».

Nel titolo dell’articolo dalla parola truffa sono spariti le virgolette: «“Opere di carità del Papa”. I bonifici-truffa in Vaticano». Inoltre, il condizionale sostituito è sostituito da una sentenza di condanna senza appello a mezzo stampa. Secondo Ilfattoquotidiano.it, in quel plico “sono presenti alcuni dettagli che mettono ancora più in cattiva luce la gestione della Segreteria di Stato” (senza alcun condizionale, alla barba del più elementare principio giuridico di presunzione di innocenza: «Il Cardinale Angelo Becciu ha eluso i controlli del fisco italiano [e cosa c’entra il fisco italiano con un pagamento della Santa Sede non si capisce. V.v.B.] finanziando, attraverso la Segreteria di Stato vaticana, la cooperativa bianca del fratello Antonino, la falegnameria dell’altro fratello, Francesco, e – in minima parte – anche una nipote, dipendente di una casa farmaceutica (tutti e tre estranei all’inchiesta»: le accuse dei pm riportate dal “Fatto” prendono spunto in sostanza dalla deposizione di monsignor Angelo Perlasca, rese a verbale lo scorso marzo 2021 dopo il suo “pentimento”», diventato l’accusatore di Becci. Di questo suo “pentimento” abbiamo già scritto lo ripetiamo qui: «La verità parziale non è la verità. Un pentito o collaboratore di giustizia, chiunque egli sia, collabora a 360 gradi con gli inquirenti per fare piena luce su vicende poco chiare. Uno pseudo pentito è estremamente pericoloso, poiché usa le proprie conoscenze per puntare l’attenzione, con false accuse, su soggetti totalmente estranei ai fatti. Un collaboratore di giustizia ritenuto credibile collabora alla ricerca della verità, non collabora alla montatura di false accuse. Perlasca per essere ritenuto credibile e non un finto pentito, deve chiarire ogni circostanza che appare opaca. Altrimenti è solo un testimone che viene usato per seminare menzogna e calunnia».

Già in passato su questi “sospetti bonifici-truffa” su cui è ritornato ieri Ilfattoquotidiano.it, sia Beciu, sia la Diocesi di Ozieri hanno fatto delle dichiarazioni esaustivi. Vedremo che fine faranno queste carte durante il dibattito in aula del tribunale vaticano nel corso del processo.

Poi, Bisbiglia scrive: «Le verifiche effettuate dagli inquirenti (e i relativi risultati) avrebbero definitivamente convinto Papa Francesco nel dare via libera al rinvio a giudizio dell’ex numero 3 della Santa Sede». Intanto, questa frase conferma l’immagine di un processo in stile di “Alice nel Paese delle Meraviglie” [QUI]: l’accusato è condannato e giustiziato per mezzo stampa, 10 mese prima ancora dell’inizio del processo penale a suo carico, con un “ripiegare sulle quisquilie” (come ricorda Vittorio Feltri), che con il caso 60SA hanno niente a che fare (come anche il caso Marogna ne è totalmente estraneo).

Questi fatti confermano sempre di più, che queste accuse sono state formulate fare entrare Becciu nel processo con tutti i costi, con delle tirata alla sottana e la fabbrica di fango per mezzo stampa.

Postscriptum

Poi, memore quanto scritto prima in riferimento alla bomba-carta scovata da Vittori Feltri, e non avendo perso totalmente la memoria sulle gesta passate del personaggio di cui nella foto sopra, stendiamo un velo pietoso sul marchettone esilarante pubblicato oggi, 14 luglio 2021, sotto la definizione “Inchieste” da Panorama a firma di Giacomo Amadori: «”La verità su Becciu e l’intrigo vaticano”. Parla Francesca Immacolata Chaouqui che, dopo una condanna nel 2015, oggi ha di nuovo la fiducia di Papa Francesco [hahahaha. V.v.B.]. A Panorama svela i retroscena del potere, i legami e i passi falsi dell’ex cardinale [intanto, che ex non è. V.v.B.] rinviato a giudizio dalla magistratura della Santa Sede. E ancora, il pentimento [sic! V.v.B.] di Monsignor Alberto Perlasca e il vero ruolo [sic!, V.v.B.] della “spia” Cecilia Marogna. Fino ai pericoli che avrebbe corso il Pontefice [e questa è la ciliegina sulla torta. V.v.B.]». Un papiro che trova degno posto nella cartella del “caso L’Espresso”.

Chissà perché ci viene in mente la Miles gloriosus (Il soldato fanfarone, Il soldato millantatore o Il soldato spaccone), la commedia più lunga di Plauto, scritta tra la fine del III e l’inizio del II secolo a.C. Il titolo è riferito al soldato Pirgopolinice, un millantatore vanaglorioso, noto per le sue spropositate e infondate vanterie. Ma il soldato verrà punito dal solito servo furbo, alleato con altri personaggi. In verità, quasi la metà dei versi escono dalla bocca del servo Palestrione, che è il vero protagonista della scena, con i suoi piani che gli fanno più volte meritare il titolo di architetto.

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