Il processo che inizierà il 27 luglio in Vaticano con 10 imputati – tra cui Card. Becciu – si regge non tanto su dati di fatto accertati, ma sulle dichiarazioni di un pentito, Perlasca. Pinzillacchere!

Vittorio Feltri, dopo il suo articolo di su Libero Quotidiano di lunedì 6 luglio 2021, che abbiamo ripreso su questo Blog dell’Editore [Becciu cosparso di pece e piume, col contributo orrendo del sistema di comunicazione vaticano e dei media collusi – 6 luglio 2021], ieri è ritornato come annunciato sul caso Becciu, con l’articolo che riportiamo di seguito. Feltri elabora in particolare sulla somiglianza del “metodo Becciu” con il “metodo Tortora”, su cui abbiamo scritto l’altro giorno [Dal “metodo Tortora” e “metodo Boffo” al “metodo Becciu”. Nihil sub sole novum. Processi a mezzo stampa e gogna mediatica – 4 luglio 2021]. Feltri sottolinea che l’ipotesi dell’accusa nei confronti del Cardinal Becciu si basa più che altro sulle dichiarazioni di Monsignor Alberto Perlasca, l’alto funzionario della Segreteria di Stato che era al centro dell’affare contestato e già stato sconfessato. Perché a Londra c’è già stato un processo, che ha di fatto ridotto in polvere le argomentazioni dei Promotori di Giustizia vaticani basate sulle parole di Perlasca.

La parola che meglio descrive con cosa abbiamo a che fare, è pinzillacchera (inezia, quisquilia). È una parola fortissima, larga, divertente, evocativa — e però spesso non ha la forza di essere usata da sola. C’entrano le citazioni che l’hanno portata alla ribalta, che nel bene e nel male le hanno scavato un modello d’uso in cui tende a restare. Il modo in cui Totò ha inserito questo termine (pronunciato piuttosto pinzellacchera) in certe sue battute l’ha reso famoso, legandolo a filo doppio, in particolare, alla quisquilia: pensiamo a una formulazione ricorrente come «…bazzecole, quisquilie, pinzellacchere», o alla battuta, nel film San Giovanni decollato, «Imputato, che cosa ha da dire a sua discolpa?». Nei tempora currunt avrebbe fatto un film in cui occorreva, «promotore di giustizia, che cosa ha da dire a carico dell’accusato?». «Alcune quisquilie e qualche pinzillacchera».

Ora, nonostante la fantasia lessicale di Totò, questo non è un suo conio. Resta la difficoltà di ricostruire l’etimo di un termine evidentemente nato in ambito popolare, senza pezze d’appoggio scritte, la cui energia sta esattamente in un tratto caricaturale e deforme. Per di più si tratta di un termine che afferisce al magma semantico della “sciocchezza”, in cui ogni lingua e ogni dialetto dà il meglio di sé in quanto a pirotecnia immaginifica. Comunque, secondo alcune delle ricerche più recenti potrebbe essere un derivato del napoletano “pizzillo” (pezzettino), anche se altri la riconducono più volentieri a “pillacchera” (schizzo di fango). Quindi, qualcosa da nulla, un’inezia, una bagattella, per riversare un fiume di fango sull’accusato. O meglio, come l’ha definito Feltri, farlo un bagno nella pece, con i media compiacenti e collusi cospargerlo con le piume di gallina.

Cardinale Angelo Becciu.

Oltre ai nominativi già evidenziati (Parolin, Peña Parra, Perlasca), ci sono altre clamorose assenze nel rinvio a giudizio vaticano. Il 12 dicembre 2020, nel nostro articolo Becciu, l’alieno venuto da Atlantide, ma dai! Dimmelo tu cos’è, abbiamo ricordato la notizia, che secondo Gianluigi Nuzzi ci fu un sopralluogo a Londra per l’acquisto di 60SA: «Ora, è pervenuta da parte della Cb Richard Ellis Spa, primaria società di intermediazione immobiliare inglese, una proposta particolarmente interessante. Tanto che in data 23 marzo 2015 monsignor Luigi Mistò, il professor Della Sega e Alberto Perlasca hanno compiuto un sopralluogo, prendendo diretta visione dell’immobile. Si tratta di un blocco immobiliare ubicato nel centro di Londra, con esterno in mattoni rossi, in buono stato di conservazione» (Giudizio Universale, Chiarelettere 2019, pagina 80).

Il giorno successivo, nel nostro articolo Sopralluoghi a Londra all’origine della tempesta finanziaria 60SA che sì è abbattuta sul governo del Papa, mettendo in pericolo il Pontificato e la Chiesa, abbiamo elaborato ulteriormente sul sopralluogo londinese, aggiungendo: «Oltre a quanto riferito da Nuzzi, prove documentali che confermano che il sopralluogo sia avvenuto e con i partecipanti menzionati da Nuzzi, noi non ne abbiamo, anche se certamente qualcuno in Segreteria di Stato deve aver saputo. Fatto è che né Perlasca, né Mistò fino ad oggi hanno negato di aver partecipato, mentre non è chiaro chi sarebbe quel misterioso “professor Della Sega”. Non si conosce neanche il titolo di partecipazione per nessuno dei tre. (…)
Abbiamo citato questa notizia come un fatto di rilievo, che andrebbe approfondito dagli inquirenti giudiziari vaticani. Ma nessuno, per ora, ha gli elementi per dire chi erano i “rappresentanti del vaticano” come scrive Filippetti, che sono andati prima dall’Arcidiocesi di Westminster nel 2014 e poi da Padre Wilson nel 2016. Ma quello che si può dire, che certamente sono state persone che si presentavano come rappresentanti della Santa Sede/del Vaticano/della Segreteria di Stato. Quindi, in Vaticano qualcuno – se non necessariamente tutti – dei superiori sapeva di questa attività londinese? Certamente, non è cosa da poco conto questo fatto. È più che certo, che dei rappresentanti del Vaticano sono stato a Londra, nel 2014, nel 2015 e nel 2016. Non possiamo ancora sapere se siano stati o no sempre le stesse persone, e chi siano con certezza, ma i superiori non potevano non sapere di queste attività. Gli inquirenti giudiziari vaticani, come hanno cercato Torzi, Mincione & Co. saranno sicuramente in grado di sentire dei rappresentanti dell’Arcidiocesi di Westminster e Padre Peter Wilson, come persone informate sui fatti. Questa è la strada per giungere alla verità».

Mons. Alberto Perlasca.

Lo ripetiamo, Mons. Alberto Perlasca non ha detto tutto. Per esempio, non spiega e non chiarisce la presenza di Mons. Luigi Mistó durante il sopralluogo per l’acquisto del palazzo al numero 60 di Sloane Avenue a Londra insieme al misterioso Prof. Della Sega, altra presenza non solo mai spiegata, ma di cui non si sa neanche chi sia.

Il cardinale che il Vaticano processa per presunte malversazioni
Becciu come Tortora: lo accusa un pentito
di Vittorio Feltri

Libero Quotidiano, 7 luglio 2021

Avevo anticipato che oggi mi sarei occupato del caso Becciu a partire da una strana faccenda. È chiaro come il sole che il processo che sta per partire il 27 luglio e che vede dieci imputati, tra cui il cardinale Angelo Becciu, si regge non tanto su dati di fatto accertati, ma sulle dichiarazioni di un pentito. Non due, tre, quattro anzi 24 pentiti come capitò a Giulio Andreotti, ma a uno solo, come già accadde a Enzo Tortora.

Da che cosa lo deduciamo? Dalla sparizione di un monsignore, Alberto Perlasca, scagionato a priori senza alcuna spiegazione, tirato fuori immacolato dai presunti turpi affari del palazzo di Londra, di cui era stato per sua stessa ammissione un protagonista. Che sia lui il perno di tutto, una persona trasformata in pistola fumante, lo si comprende non solo dall’uso che delle sue dichiarazioni fanno i pm vaticani ma dal trattamento eccezionale riservatogli. Come se fosse stato prelevato in elicottero nottetempo dalle guardie svizzere per ragioni che non appartengono al codice conosciuto, dato che in Vaticano non esiste alcuna legislazione che premi il pentito divenuto collaboratore di giustizia. Vedremo a processo se reggerà il contraddittorio.

Intanto la domanda che riguarda ogni pentito che si rispetti, secondo il metodo Falcone, è se sia credibile, riscontrabile, se abbia davvero detto tutto, o si sia ritagliato verità su misura. Be’. Tutti i quotidiani e i tg italiani hanno succhiato come il latte dalla mammella materna le conclusioni colpevoliste dell’ordinanza diffusa sabato scorso in Vaticano, ma quel latte è avvelenato. E il volume delle 488 pagine di accuse porta nel suo seno un vulnus che lo smonta in origine.

INDAGINI E OMISSIONI

Il fatto è che a Londra c’è già stato un processo che ha ridotto in polvere le argomentazioni basate su Perlasca. Lo scorso marzo il giudice di Londra che ha dovuto pronunciarsi sulla richiesta di arresti e sequestri chiesta alla giustizia di Sua Maestà dai procuratori vaticani è stato addirittura irridente. Senza mai nominare nelle sue 47 pagine Becciu, che secondo lui non c’entra proprio nulla con questo pasticcio, parla di indagini caratterizzate da «omissioni», elementi «distorti» e dal «chiaro travisamento» dei fatti. Scrive Sua Onorabilità Baumgartner: «Il professor avvocato Alessandro Diddi dice che monsignor Perlasca era incapace e inetto. Anche se questo può essere vero, agire come un cospiratore disonesto è un’altra cosa». Forse è scemo il tuo Perlasca, ma delle due l’una: o è un povero inetto o è un geniale cospiratore, devi deciderti, e provare le accuse, senza nascondermi le carte, caro Diddi.

Perché hai nascosto – aggiunge il giudice Baumgartner – le lettere da cui risulta che il successore di Becciu, l’arcivescovo Edgar Peña Parra, aveva autorizzato l’operazione incriminata, a sua volta con il consenso del cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato, e non li accusi di nulla?  Insomma: Perlasca è una pasta plasmata per la bisogna dai pm, i quali modellano il monsignore per il comodo dell’accusa, come un gettone da infilare nel juke box e poi schiacciare il bottone affinché suoni la musica desiderata.

Credibile Perlasca? Mica tanto. Alle 47 pagine di Baumgartner, e ai suoi rilievi fattuali e di pura logica empirica, per mesi il Vaticano non ha dato risposta. Non ha fatto appello a istanze giudiziarie superiori. Bisogna saper aspettare il momento giusto, quando tutti si inchineranno alla volontà purificatrice delle toghe papaline. Ed è arrivato il 3 luglio. Ci sono sette pagine dedicate a Baumgartner, tra le 488 pagine della requisitoria. Le tesi divergenti rispetto a quelle maturate all’ombra del Cupolone vengono stracciate con i denti, prese a calci come un topo morto collocato sul tappeto rosso della propria gloria. Ma non dicevano i magistrati che le sentenze si rispettano, specie quelle definitive e non appellate? Ovvio: solo quelle dove si danno ragione tra loro come Cip e Ciop.

CORTE INGLESE

Ma Londra non ama le camarille. E allora i pm vaticani si lasciano travolgere dall’ira, usano concetti privi dell’ironia con cui li aveva sculacciati Baumgartner. Normalmente in Italia siamo animati da una certa invidia verso l’imparzialità insieme austera e carica di humor dei giudici di Sua Maestà britannica. Tanto più che è proprio sulla contesa del palazzo di Londra trattata dalla corte inglese che si è costruita la poderosa ghigliottina, la quale – si dà per scontato – taglierà la testa al cardinale Angelo Becciu. Stavolta nulla. Tutti, ma proprio tutti, si sono inchinati all’unisono davanti alle considerazioni di Alessandro Diddi, promotore di giustizia (pm) della Città-Stato, ignorando le disinteressate lezioni di Baumgartner. Hanno consentito che in questa disfida a menare sia solo il Vaticano. A proposito di giornalismo laico. E che fa Diddi? Usa un aggettivo da sfida a duello, accusa il giudice di aver vergato nella sua sentenza «aberranti conclusioni».

Chi è Diddi? Baumgarntner lo chiama «professor avvocato».  Infatti è avvocato del foro di Roma, e in questa veste ora difende un tipetto del clan Casamonica, e in contemporanea fa il pm in Vaticano. E questo è solo uno degli strani intrecci esistenti tra giustizia d’Oltretevere e quella di qua dal Tevere.

Giovanni Spadolini auspicava un Tevere più largo. Si dà il caso che avvocati e procuratori si spostino dai palazzi di giustizia italiani, o addirittura dal ministero della Giustizia (l’ex guardasigilli Paola Severino è stata ingaggiata come avvocato di parte civile della Segreteria di Stato), camminando tranquillamente sulle acque come a suo tempo il Nazareno. Miracoli di cui francamente avremmo fatto a meno per la trasparenza che dovrebbe valere ovunque ci sia di mezzo un qualsiasi essere umano che rischia la ghirba.

LA REQUISITORIA

Cose curiose avvengono nel giornalismo italiano. Nessuno ha sollevato il problema del conflitto di interessi che attraversano questo tribunale vaticano. Si noti che nella medievale procedura giudiziaria dello Stato del Papa non esiste il gip. La requisitoria dei pm (nel nostro caso Diddi) è una sentenza-ordinanza di rinvio a giudizio, e avallata per tale nel nostro caso da Giuseppe Pignatone, che del Tribunale vaticano è presidente. Londra digerirà un simile documento vaticano di portata mondiale contro una deliberazione della sua giustizia. Se fosse stato un tribunale cinese contro un vescovo clandestino neanche un monsignoruccio qualsiasi avrebbe parlato di «aberranti conclusioni». E qui siamo a Tribunale contro Tribunale.

Si noti il groviglio. Pignatone fino a un paio d’anni fa era procuratore capo di Roma, e reggeva l’accusa nel processo Mafia capitale contro Salvatore Buzzi, nell’occasione difeso da Diddi. Oggi si trovano a reggere la medesima pigna di carte, e giudicheranno un tale a cui il Papa ha già mozzato le orecchie dieci mesi prima di un regolare processo. Che non parte proprio con l’idea di essere un monumento alla trasparenza.

89.31.72.207