Siamo tutti della stessa carne per la cura del virus identitario

“Era una bella giornata, una di quelle che tutti definiscono ‘una classica giornata da ottobrata romana’ quel 4 ottobre 2020, nonostante il Covid. Era noto da tempo che, alle dodici in punto, il sito della Santa Sede avrebbe messo on line l’enciclica ‘Fratelli tutti’. Era una domenica, festa di san Francesco e il primo papa che da secoli ha avuto l’ardire di scegliere il nome del patrono d’Italia (terra di nascita di tutti i papi da quel XIII secolo al 1978) era andato a firmarla ad Assisi nel pomeriggio del giorno precedente.

Un papa che lascia Roma per firmare l’atto più noto del ‘magistero romano’: quando si dice ‘Chiesa in uscita’… La curiosità su questa enciclica era già alta da settimane: ‘Fratelli tutti’ non è una banalità, anche se alcuni hanno difficoltà a confessare di credere e contemporaneamente di non credere che siamo “fratelli tutti”. I fratelli, per loro, sono quelli che credono come loro, gli altri no. Dio così diventa un tornello che separa chi sta dentro da chi sta fuori”.

Così inizia il libro-dialogo ‘Siamo tutti della stessa carne’ tra due amici, un sacerdote cattolico, Rocco D’Ambrosio, e un giornalista agnostico, Riccardo Cristiano, che si scrivono scambiandosi le loro impressioni sull’enciclica di papa Francesco, in un dialogo serrato e sincero in cui, esprimendo dubbi e apprezzamenti e restituendo la propria formazione e storia personale, affrontano i temi della lettera apostolica:

il significato della fratellanza, il pluralismo, la funzione sociale della proprietà, il globalismo e il localismo, l’economia che crea scarti e ingiustizie, la politica e il populismo, il ruolo delle religioni, l’uso corretto e costruttivo dei mezzi di comunicazione sociale e il tema’ del lavoro.

Don Rocco D’Ambrosio è presbitero della diocesi di Bari, ordinario di Filosofia Politica nella facoltà di Filosofia della Pontificia Università Gregoriana di Roma; docente di Etica della Pubblica Amministrazione presso il Dipartimento per le politiche del personale dell’Amministrazione del ministero dell’Interno (ex SSAI, Roma). Dirige anche il periodico di cultura e politica ‘Cercasi un fine’ e il suo relativo sito web (www.cercasiunfine.it).

Mentre Riccardo Cristiano è stato coordinatore dell’informazione religiosa di Radio Rai, ha fondato l’Associazione ‘Giornalisti amici di padre Dall’Oglio’ e collabora come vaticanista con ‘Reset’ e ‘La Stampa’.

A lui chiediamo di raccontarci come è nato questo dialogo: “Il dialogo con don Rocco D’Ambrosio è cominciato molto prima dell’enciclica. Per quanto mi riguarda è cominciato perché  il suo modo di vivere la fede mi piace. Essendo un agnostico, cioè uno che non sa quale sia la risposta alle domande ultime, io non cerco altri agnostici, cerco chi sa. 

Ho il desiderio di capire il mondo della fede, delle fedi. Voglio dire semplicemente che la mia è una condizione di naturale ricerca che quindi richiede apertura. Ho paura di qualsiasi tendenza a chiudere le identità.  

In Rocco ho trovato questa apertura, direi anche curiosità e interesse, non solo il famoso ‘rispetto’. Così quando ho saputo dell’enciclica mi è venuto il desiderio di confrontarmi con lui su un testo che ritengo decisivo. Poi la pandemia ci ha portato a dirci ‘scriviamoci’. E così è nato il libro”.  

Perché il papa ha scritto un’enciclica sulla fratellanza?

“Perché crede profondamente che siamo tutti fratelli. Potrebbe Dio operare solo in chi crede?  Penso di no. Questo mi affascina e credo ci unisca in una fratellanza che ci rende diversi e complementari.  Se parlassimo di più dello Spirito Santo sono convinto che ci capiremmo di più e pretenderemmo di meno di pensarla tutti allo stesso modo.

Io lo cercherei innanzitutto nei colori e mi commuove pensare che papa Francesco ha detto in un libro-intervista che  ‘Dio è un poeta’; nella versione italiana è il titolo del volume. Ho sempre pensato che da quando la poesia è quasi scomparsa dalle nostre librerie siamo più tristi.

Eppure la poesia rimane un’esigenza insopprimibile per ciascuno di noi, nel fondo mi sembra che tutti desideriamo essere dei poeti, solo che è difficile riconoscerlo. Così se dovessi cercare il Poeta lo cercherei nei colori.

Lo Spirito non lo ritengo unidirezionale e infatti il mondo non è monocromatico. Chi ha inventato le sfumature del rosa? Io soffro molto il caldo, ma i miei luoghi sono i luoghi caldi e la mia stagione è l’estate, e d’estate devo svegliarmi il più presto che posso, per vedere l’aurora.

Allora vedo la vita, il mistero della vita, che è molto più grande del mistero del tramonto. Tutto, se inizia, finisce. Il problema è perché tutto comincia. Che poi finisca è naturale per me.

Ma la nascita è un mistero. Solo noi, con il nostro realismo, potevamo rendere l’inizio del giorno un qualcosa di spaventoso per quel che può comportare. Ma l’inizio del giorno ci parla di incontri, di sviluppi, del bisogno di andare avanti, non di guardare indietro e rimpiangere.

Quello arriva alla sera, al tramonto, che per Dante ‘volge al desio’, cambia o riporta indietro il desiderio di ciò che si è lasciato, come gli amici. Dunque la fratellanza di papa Bergoglio per me è uno sguardo cosmico. Il mare, i monti, il deserto, il fiume, la foresta, sono creature che vivono con noi e determinano la nostra vita, la nostra cultura.

Mi sembra che nell’Enciclica questo sguardo cosmico di fratellanza sia evidente. Confrontarmi con un credente mi ha aiutato a capirlo di più. Devo ringraziare Rocco per aver dedicato tempo a parlare con me di quello che avverte lui nell’Enciclica, che ci unisce nelle nostre diversità. Leggendo quel che lui mi ha scritto ho trovato autori che  non conoscevo, poesie che non avevo letto. E’ stato un incontro che ha creato altri incontri”.

Quale compito rivestono le religioni?

“Se io dovessi dire quel che penso e che spero non trovo per dirlo parole migliori di queste. Sono parole che sono scritte nella Documento sulla fratellanza umana, firmato da Francesco e l’imam al-Tayyeb ad Abu Dhabi. Tutto quello che penso, che desidero, è scritto qui: ‘La libertà è un diritto di ogni persona: ciascuno gode della libertà di credo, di pensiero, di espressione e di azione.

Il pluralismo e le diversità di religione, di colore, di sesso, di razza e di lingua sono una sapiente volontà divina, con la quale Dio ha creato gli esseri umani. Questa Sapienza divina è l’origine da cui deriva il diritto alla libertà di credo e alla libertà di essere diversi. Per questo si condanna il fatto di costringere la gente ad aderire a una certa religione o a una certa cultura, come pure di imporre uno stile di civiltà che gli altri non accettano’.

In queste parole c’è tutto quel che desidero politicamente, culturalmente, spiritualmente e religiosamente. Questa volontà divina che si esprime in noi e che noi capiamo diversamente, vivendo storie diverse, in ambienti diversi, non crea una mega-religione, è vero il contrario per papa Bergoglio! Io ci trovo quel che diceva Nicola Cusano: ‘una religio in rituum varietate’, una religione secondo riti diversi.

Tutti adoriamo il creatore, ma abbiamo diversità di riti o religioni: il mio rito è non sapere,  temere di essere inquadrato, definito e così di fermarmi. Sento il bisogno di lasciare il mio spirito libero di dirmi che sono quel che ogni incontro determina in me. Certamente ero diverso prima di incontrare il pontificato di papa Francesco.

Dunque sono influenzabile, certo! Ma non posso fermarmi e credo che papa Francesco rispetterebbe questa umana necessità, a differenza di tanti altri che percepisco come meno rispettosi o irriguardosi. Loro sono sicuri di sapere tutto, di avere la verità in tasca: mi dispiace per loro, forse l’unica che so è che nessuno possiede la verità.

Questo mi ha condizionato perché temo l’idea di ‘verità’. La temo perché è una tentazione, che ho dentro di me e dalla quale cerco di allontanarmi appena ci casco. Questo non vuol dire che tutto sia relativo, esistono dei punti fermi; senza piedi nessuno potrebbe camminare, i piedi ci piantano ben saldi per terra, ma per camminare.

Tutti siamo noi stessi ma tutti abbiamo un’identità composita, fatta di mille identità, di mille risvolti. Così Francesco per me è fondamentale perché lui non cambia ciò in cui crede la Chiesa, ma il rapporto tra  la Chiesa e il mondo.

Il fatto che al Tayyeb abbia firmato il documento che citavo in precedenza mi incanta ancor di più del fatto che lo abbia firmato Francesco, ma credo anche che lo abbia fatto perché si è sentito accettato… Se cadono i pregiudizi verso di noi la nostra necessità di essere parte di un mondo plurale si può manifestare.

Papa Francesco per me è un amico, potrei aprirgli il mio cuore e imparare da lui. Sono certo che lui rispetterebbe questo mio bisogno di sentirmi in ricerca aperta tra identità, insicuro solo della mia, per la quale incertezza chiedo rispetto e di non essere catalogato”.

Il papa indica il bisogno degli artigiani della pace: quanto ha influito nell’enciclica l’esempio di p. Dall’Oglio?

“In quest’enciclica trovo p. Dall’Oglio in tanti risvolti, in tante parole, in tanti sguardi sul mondo. Soprattutto nell’idea che siamo tutti della stessa carne. Paolo ha detto che il fondamentalismo è credere che fuori dalla proprietà di fede ci siano solo false credenze, dunque una falsa umanità. Da quando ho letto queste sue parole lo ringrazio di questo, che mi fa capire che siamo tutti della stessa carne, non esiste una falsa umanità.

Allora leggere che il papa cita nell’enciclica al-Tayyeb mi ha commosso, e sono sicuro che commuova o avrebbe commosso anche Paolo, che non ha avuto paura di amare l’Islam perché sentiva che la cosa più importante è essere amati, su questa terra. Gesù per me non può non amare anche l’Islam. Per questo Paolo invocava un mondo arabo senza ‘protezioni’ di minoranze, perché l’unica protezione -diceva- è il buon vicinato.

Lo ringrazio anche di questo. Non è facile essere buoni vicini, ma è tremendamente importante. Lo vediamo già nei condomini, e poi nelle città. Ecco allora che l’Enciclica mi ha ricordato il suo desiderio di creare un grande Cammino di Abramo, per i credenti nei tre monoteisti e anche per noi, figli mediterranei alla ricerca del padre.

Noi non vogliamo sacralizzare lo Stato, ma vivere con i nostri fratelli. Dunque il cammino di Abramo è anche nostro e la sua mappa spirituale e la cartina geopolitica della fratellanza mediterranea. Parte dall’Iraq, il Gate del Mediterraneo, e arriva alle sue coste. Questo spazio o è cosmopolita o esplode.

Per questo mi rattrista il populismo, perché cancella il buon vicinato, ci presume parte di un popolo mistico. Francesco, il papa del popolo, dice che una nazione non è un museo. E Paolo mi ha spiegato il Ramadan, il digiuno islamico, come un qualcosa che si riesce a fare insieme. In questa unità gli altri sono aiutati da me e io da loro, e quindi io non sparisco, non mi dissolvo”. 

89.31.72.207