Sarà beata Maria Cristina di Savoia. Figlia del Regno di Sardegna, Regina delle Due Sicilie

«I santi normalmente generano altri santi e la vicinanza alle loro persone, oppure soltanto alle loro orme, è sempre salutare: depura ed eleva la mente, apre il cuore all’amore verso Dio e i fratelli. La santità semina gioia e speranza, risponde alla sete di felicità che gli uomini, anche oggi avvertono». Le parole di Benedetto XVI nel suo Discorso ai postulatori della Congregazione delle cause dei Santi” (17 dicembre 2007), esprimono in maniera onnicomprensiva il movente che spinge il nostro lavoro di riflessione sulla vita, breve ma pregna di santità, della Venerabile Maria Cristina di Savoia Regina delle Due Sicilie. «Se si canonizzassero i Santi come una volta, a furor di popolo, Maria Cristina sarebbe già venerata sugli altari» diceva Padre Terzi, padre spirituale della Regina, con una eco che ancor oggi inesausta risuona alla soglia del bicentenario della sua nascita nella città di Cagliari, città con la quale mantenne sempre un solido legame tramite profonde e perpetue amicizie.

Ogni epoca stabilisce un’originalità di lettura della storia e nostro proposito non è tanto risignificare i fatti legati alla figura della Venerabile, non è negare il carattere poeticamente agiografico della letteratura concernente Maria Cristina di Savoia per difenderla dall’accusa di un anacronismo voluto da categorie stilistiche del passato, talvolta dal taglio marcatamente devozionale talaltra da biografie di carattere superficialmente indiscreto e fantasioso: ogni fonte gode per noi di un’autorevolezza da non ignorare, tanto più che per andare dentro la storia occorre conoscere ogni aspetto di essa. Sarà bensì la giustapposizione delle riletture del passato e del presente sulla vita della Venerabile ad arricchire il deposito della sua memoria nel tentativo di porgere al lettore quelle categorie che correndo trasversalmente da un lato all’altro della storia possano offrirne una lettura, il più possibile, completa senza tuttavia pretendere in alcun modo l’esaustività.

La nostra riflessione cartacea “Maria Cristina di Savoia. Strumento di Unità” (Arkadia Editore), coincidente con il bicentenario dell’augusta nascita, si concentrerà prevalentemente sulle origini della Venerabile, sugli anni nel capoluogo dell’Isola e il suo imperituro legame con la Sardegna. Il desiderio recondito della nostra riflessione, attraverso il lavoro di ricerca storica, è poter rendere eloquente per il senso d’oggi quello squarcio storico in cui la principessa sabauda riuscì a dimostrarsi autentico strumento di Dio. Possiamo ben dire che Maria Cristina di Savoia ha anticipato i santi sociali dell’Ottocento con la sua costante opera d’impulso a opifici e laboratori artigiani (famosa soprattutto la manifattura di San Leucio per la seta). La Venerabile, infatti, credeva nel lavoro come mezzo di promozione umana e spirituale.

“La politica della fede”, così venne chiamata la gestione della cosa pubblica da parte della regina, non venne attenuata dalla distruzione del suo sogno monacale da parte del tutore Carlo Alberto, che indusse la Venerabile al matrimonio con Ferdinando II re delle Due Sicilie. È negli anni napoletani che si gusta l’esplodere della sapienza combinatoria di Maria Cristina; sbocciano in lei le tante donne che è diventata: al chiuso poetessa e mistica, all’aperto regina e sagace imprenditrice, catalizzatrice di tante istanze sociali. Circonda Ferdinando di affetto delicato. La fama della sua intelligenza sembra coprire il rumore della pigrizia del consorte, anche se le loro conversazioni pubbliche paiono scambi arguti tra affiatati coniugi novelli. Intransigente nel suo pacifico rigore. Approfondendo la conoscenza di Maria Cristina di Savoia si scopre con sorpresa che le è del tutto estraneo quel senso di dipendenza di cui l’accusano tante opere biografiche in cui la venerabile è dipinta come una donna che ha vissuto al di sotto delle proprie capacità, scegliendo un limbo del proprio operare, attribuendo alle grande fede della fanciulla l’assenza di ambizioni e una situazione conflittuale di perenne paura con il conseguente desiderio di essere salvata. Così non doveva essere perché Maria Cristina mai si appoggiò ad una figura maschile, né cercò di emularne i gesti nella patetica esibizione d’emancipazione, come usava ai tempi tra le dame salottiere del pieno Romanticismo italiano. Cercò piuttosto di approfondire le discipline scientifiche, all’epoca prettamente maschili, semplicemente perché detestava reprimere le sue conoscenze nell’incertezza del dilettantismo.

Cristina sa di economia, di matematica e scienze naturali, cosa non comune in una donna di quell’epoca, ha spiccate doti intellettive e mette su, autonomamente, un progetto che concretizza un po’ tutte le sue convinzioni religiose e sociali. Che mette in crisi le sue finanze private e, secondo il principe Pignatelli, anche del re Ferdinando, ma recupera tutta una “fascia debole” del regno. Nessuno nella corte borbonica avrebbe potuto fare altrettanto. Alla sua morte, morirà anche San Leucio, lentamente ma inesorabilmente. Il modello sociale di San Leucio, tuttavia, non fu un’esperienza imprenditoriale isolata per Maria Cristina. A soli ventuno anni, con la stessa logica guidò i laboratori di cucito, maglieria e falegnameria che allestì intorno a molte chiese e monasteri di Napoli, nonché una serie di iniziative che incoraggiò in altre provincie del regno1, anche in Sicilia dove le opere di utilità sociale partirono dalle categorie più sfortunate. La reginella santerella, come la acclamarono trionfamente i sudditi di Palermo, inaugurò assieme al re, l’istituto per sordomuti, in tutto simile a quello che fece istituire a Napoli.

Ma il ricordo più caro fu sempre per la rediviva San Leucio, dove venne concepito l’unigenito di Cristina. L’isolamento domestico e l’angustia d’esperienza sociale sono le tematiche più frequenti alla faretra dei detrattori processuali. Attorno a lei una giostra di personaggi onesti, semi onesti e disonesti, in un tessuto connettivo dove è la dimensione spirituale l’unico tramite che permette di interpretare a fondo la figura di Maria Cristina di Savoia, nelle sue esperienze sovrapposte, è la fede cristiana, il suo credo inoppugnabile. È questa la lettura che può, infatti, offrire maggiori garanzie di veridicità, descrittiva e informativa, senza cedere alla suggestione drammaturgica e storico ideologica. L’equilibrio spirituale della venerabile dovrebbe essere il nucleo di ogni rievocazione biografica, attenta ai risvolti politici sociali ma ancor prima a quelli psicologici della Venerabile. La fede è parte integrante dell’azione esistenziale di Maria Cristina, che stempera e vitalizza la concezione penitente dello schematismo religioso di Maria Teresa d’Asburgo, con un credo che sarà lettura non solo estetica della realtà.

Tutto il regno, vicini e lontani dall’entourage di Ferdinando II, erano concordi nell’appellare Cristina la reginella santa, tanto che quasi nessuno la chiamava col suo nome anagrafico, ma il suo riverbero sul piano sociale è talmente incisivo che non mancherà chi ravvisa nel comportamento della regina gli stilemi di una politica reazionaria Maria Cristina era in anticipo sui tempi il suo netto rifiuto della pena di morte, rifiuto che l’ha portata a chiedere ed ottenere la grazia per tutti i condannati a morte del suo regno. Coordinando sapientemente la vita di corte con le ore dedicate alla preghiera, con i continui impegni di regina, Maria Cristina di Savoia ci dà un esempio di santità nella normalità della vita, risponde alla “vocazione laicale alla santità” la cui cifra evocativa risiede nel letto di morte, che raggiunse la Venerabile alla giovane età di ventiquattro anni, quando straziata dal dolore per lasciare il bambino nato da pochi giorni trovò la pace proclamando: « Credo in Dio, Spero in Dio, Amo Dio».

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