Sull’Osservatore Romano si dibatte sul tema delle chiese vuote. Il Cardinal Marx dimissionandosi ha decretato che la Chiesa è a un punto morto e in un vicolo cieco. Invece…

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L’Arcivescovo emerito di Filadelfia, Mons. Charles Joseph Chaput intervistato da Tucker Carlson sul suo nuovo libro “Cose per cui vale la pena morire: pensieri su una vita degna di essere vissuta”, venerdì 28 maggio 2021, su Fox Nation, il servizio di streaming di Fox News, ha affermato che alcuni leader della Chiesa Cattolica Romana negli USA hanno combattuto per mantenere le loro chiese aperte, in mezzo a restrizioni statali e locali, ma ha aggiunto che altri vescovi statunitensi erano stati “troppo accondiscendenti” con le restrizioni statali e locali sulle chiese durante la recente pandemia: “Se non raggiungi le persone che sono sole, sofferenti e muoiono in un tempo come la pandemia, allora non sei la Chiesa, e questo è molto, molto male per tutte le persone coinvolte”. L’Arcivescovo Chaput si è detto solidale con la situazione dei vescovi e degli altri leader della Chiesa, perché è parte essenziale del cristianesimo essere “cooperativi” per servire il bene comune. “Ma col passare del tempo i leader hanno visto l’effetto di questo situazione sulle loro chiese, mi sembra che avrebbero dovuto insistere di più nell’essere disponibili per le persone che avevano bisogno delle loro cure…”.

Sul tema cosa sta bollendo nella Chiesa Cattolica Romana nei diversi Paesi in questi tempi, con le chiese sempre più “vuote”, condividiamo di seguito due contributi:

Un commento acuto del giornalista e scrittore Americo Mascarucci sulle ragioni profonde che starebbero alla base delle dimissioni dal governo pastorale dell’Arcidiocesi di München und Freising del Cardinale Reinhard Marx e i messaggi in codice che ha lanciato, evidenziando lo scontento dei super modernisti (Stilum Curiae, 5 giugno 2021). L’interpretazione “come un segnale di scontento e non è il primo – osserva Marco Tosatti – dall’ala più marciante del modernismo attuale nei confronti di una gestione giudicata troppo prudente”.
Un’analisi, “tranchant” e lucido come sempre, dell’amico e collega Andrea Gagliarducci, che parte della riflessione lanciata dall’Osservatore Romano su “Chiese vuote e umanesimo integrale”, con gli interventi di intellettuali, filosofi, sociologi, con l’obiettivo di dare profondità ad un dibattito fondamentale. Fuori dall’Osservatore Romano, cita Matteo Matzuzzi del Foglio che è arrivato a porre il problema inverso: non è che sono le chiese piene degli anni Settanta, quel modello di cattolicesimo trionfante, ad essere il problema? (Vatican Reporting, 5 giugno 2021). “Sono tutte analisi profonde da ponderare bene. Eppure – scrive Andrea Gagliarducci -, a mio avviso, c’è sempre qualcosa che sfugge”. Ecco: “C’è, piuttosto, da ritornare alle radici della fede, a saperla spiegare. Non c’è bisogno di operatori pastorali, né di nuovi linguaggi. C’è bisogno, prima di tutto, di nuova Eucarestia. C’è bisogno di comunità. Poi, a partire da quella profondità di fede, ognuno potrà costruire nel modo e con i linguaggi che ritiene più consoni ed opportuni. Il rischio, alla fine, è quello che per evitare di essere autoreferenziali, si diventi a propria volta autoreferenziali. Che si parli di un mondo di Chiesa che non c’è, perché la verità sta nella vita di ogni giorno. Mentre ci si perde a parlare di nuovi piani pastorali, mentre ci si occupa, giustamente, di tutti i grandi temi e problemi del mondo, mentre si teorizza il miglior modo di annunciare Cristo (in modo tradizionale? In dialogo con il mondo?), la vita scappa via. Nel leggere i segni dei tempi, sottovalutiamo gli stessi segni dei tempi. Questo periodo di pandemia ne è stata la prova. Durante il lockdown, la Chiesa non era stata privata solo dell’Eucarestia, era stata privata della comunità. E le comunità questo lo hanno sofferto”.

Le dimissioni di Marx e i messaggi in codice
di Americo Mascarucci

Stilum Curiae, 5 giugno 2021

Due cose fanno riflettere sulle dimissioni dell’arcivescovo di Monaco, il cardinale Reinhard Marx già presidente della Conferenza Episcopale Tedesca. In primo luogo il richiamo a quegli abusi sessuali che si sarebbero susseguiti “negli ultimi decenni”, chiaro atto d’accusa contro i pontificati di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI; e in secondo luogo quel “la Chiesa è ad un punto morto” che sembra configurarsi come una esplicita critica a Bergoglio.

Ecco quindi che, chiaramente, la questione degli abusi sessuali ci appare un pretesto utile, quasi scontato, per poter aprire un nuovo dirompente fronte di polemica nella Chiesa, dopo il clamore suscitato dalla protesta dei sacerdoti tedeschi che hanno benedetto le coppie gay. Intendiamoci, nessuno intende minimizzare lo scandalo degli abusi e sostenere che la pedofilia non sia un problema, ma che Marx colleghi tutto all’esigenza di un rinnovamento, che a suo dire non si riuscirebbe ad ottenere, suona decisamente stonato. Il cardinale si assume la responsabilità di quanto avvenuto nella Chiesa pur non essendo coinvolto in nessuna vicenda di pedofilia, ma lo fa in quanto “parte di un sistema. E quel sistema altro non sarebbe che la Chiesa stessa, a detta di Marx profondamente malata e quindi da “rifondare”.

Il porporato auspica una ripartenza, e naturalmente il suo obiettivo è quello di spingere la Chiesa a riformarsi, accettando in primo luogo il principio della sinodalità, vero cavallo di battaglia di Marx, che da anni si batte per ottenere la convocazione di un sinodo in Germania. Il perché è noto a tutti, ovvero l’avvio di una stagione di grandi riforme dottrinali e una revisione del sacerdozio stesso.

Già lo scorso anno la sua decisione di non ricandidarsi alla guida dei vescovi tedeschi era stata interpretata da più parti come un segno di sfiducia nei confronti di Francesco, accusato di non avere abbastanza coraggio nel riformare la Chiesa. Il Sinodo sulla Famiglia non era andato come lui e il teologo progressista Walter Kasper si aspettavano, ovvero con un’apertura a 360 gradi alla riammissione dei divorziati risposati, alle coppie gay, alle unioni civili. Dal sinodo sull’Amazzonia non è invece arrivata l’auspicata riforma del sacerdozio, con l’abolizione dell’obbligo del celibato e la possibilità di ordinare le donne prete. Anzi, nell’ultima riforma del diritto penale canonico è contemplata la scomunica per chi ordinerà le donne. Davvero troppo per chi come Marx, cresciuto alla scuola di Karl Rahner e di Hans Kung e dunque nel solco dell’ermeneutica della discontinuità del Concilio Vaticano II, ha visto deludere parte delle proprie aspettative dal papa che ha eletto e dal quale si attendeva grandi cambiamenti.

Un papa che, per quanto si sia reso protagonista di gesti di grande rottura ai limiti dell’eresia, non ha soddisfatto le aspirazioni di chi, vissuto a stretto contatto con il mondo luterano, non ha ritenuto abbastanza rivoluzionario aver introdotto i riti pagani nelle chiese, aver promulgato encicliche in cui si afferma che tutte le divinità sono uguali, che ai dogmi cattolici ha sostituito i dogmi ecologisti. Troppo poco per chi sogna di trasformare la Chiesa cattolica in una succursale del luteranesimo dove le unioni gay sono già accettate e benedette e dove i pastori possono sposarsi da sempre.

Fra le righe di Marx è facile leggere il seguente messaggio rivolto a Bergoglio: “Sei come ti ha preceduto, non hai realizzato nulla di innovativo, la Chiesa è sempre la stessa, ti abbiamo dato fiducia e tu l’hai tradita”.

Personalmente ritengo che la Chiesa sia davvero ad un punto morto e in questo, come ha ben spiegato Aurelio Porfiri, ci troviamo d’accordo con Marx. Ma diversamente dal cardinale tedesco, che ora probabilmente non essendo più arcivescovo avrà le mani libere per portare avanti la sua battaglia, siamo altresì convinti che il problema sia proprio esattamente opposto a quello denunciato dal cardinale. Non serve rinnovare la Chiesa nel segno di un nuovo inizio, ma come spiega da tempo monsignor Carlo Maria Viganò serve tornare alla verità, riscoprendo il Vangelo e smettendola di inseguire il mondo. Ovvero riportando la Chiesa ad essere non “del mondo” ma “nel mondo” con la forza della verità che proviene da Cristo e da un Vangelo che deve essere testimoniato contro ogni tentativo di omologazione culturale e sfidando il pensiero unico che invece sembra ormai dominare anche nelle conferenze episcopali (vedi la posizione della Cei sul ddl Zan). La gente non ha bisogno di una Chiesa che serva il mondo, ma che lo salvi. Che non cerchi di adeguarsi alla modernità e alle logiche mondialiste per avere il consenso dell’opinione pubblica come un qualsiasi partito politico, ma che torni a convertire il mondo riaffermando che l’unica via da seguire è Gesù Cristo.

La vera differenza sta qui. Marx sogna una Chiesa che riscuota gli applausi del mondo, ma la vera emergenza oggi è esattamente opposta e contraria. Ricondurre il mondo alla fede testimoniando il Vangelo della verità e soprattutto prendendo atto una volta per tutte del fallimento del Concilio Vaticano II e della sua folle pretesa di abbracciare il modernismo. Le dimissioni di Marx vogliono forzare la mano al papa e convincerlo ad assecondare le richieste della Chiesa di Germania, convocando il tanto decantato sinodo e dando semaforo verde all’agenda progressista dei vescovi tedeschi. E adesso per Bergoglio tergiversare non sarà più possibile. Ma avrà la stessa autorità di un Paolo VI che di fronte alle forzature dei modernisti ha difeso la verità di fede, come con l’Humanae Vitae, andando incontro al rischio di provocare anche una scissione, come nel caso del fallimentare e deleterio catechismo olandese? Se il buongiorno si vede dal mattino, essere pessimisti sulle capacità di Bergoglio di salvare la Chiesa, diventa l’opzione obbligata.

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Quella sfida vera di essere cristiani
di Andrea Gagliarducci

Vatican Reporting, 5 giugno 2021

Nel 1985, il Consiglio delle Conferenze Episcopali Europee tenne un simposio su “Secolarizzazione ed evangelizzazione”. Era un tema scottante. Si era ancora nel clima del dopo-Concilio, ma anche negli anni di transizione che portarono alla fine del mondo bipolare. La Chiesa era in prima linea. Eppure, i vescovi di una Chiesa allora trionfante si ponevano il problema di come trasmettere le fede in una società post-cristiana. Se si vanno a leggere gli appunti, i riassunti e gli atti di quel simposio, il problema era rapidamente divenuto altro. Ovvero: di quale secolarizzazione stiamo parlando? Perché se dal punto di vista cattolico la secolarizzazione era una sola, c’erano piuttosto diverse ondate di secolarizzazione che si sperimentavano in Europa.

Cosa significa tutto questo? Che il tema della secolarizzazione, e quello che ne consegue delle chiese vuote, è un fenomeno particolarmente complesso. Non possiamo definire una nazione cristiana o meno sulla base del numero di persone che vanno a messa la domenica, o sulla base di quanti si professano cristiani, perché poi c’è tutto un movimento diverso da analizzare, comprendere. I cristiani si riconoscono dalla loro vita, dalle cose in cui credono, da come intervengono nel dibattito pubblico. In fondo, la secolarizzazione comincia da dentro, non da fuori.

Per questo, le categorie della sociologia non sono  abbastanza per comprendere fino in fondo il fenomeno. Ma non va molto meglio se utilizziamo la filosofia: allarghiamo lo sguardo, diamo un ragionamento al pensiero, ma ci resta una analisi fallace, che manca di qualcosa. Quel qualcosa, in fondo, è semplice da capire: manca la prospettiva della fede.

Dal 22 febbraio, L’Osservatore Romano ha lanciato questa grande riflessione su “Chiese vuote e umanesimo integrale”. Cominciato con un articolo di Pier Giorgio Gawronski, la serie ha coinvolto intellettuali, filosofi, sociologi, con l’obiettivo di dare profondità ad un dibattito fondamentale. Fuori dall’Osservatore RomanoMatteo Matzuzzi de Il Foglio è arrivato a porre il problema inverso: non è che sono le chiese piene degli anni Settanta, quel modello di cattolicesimo trionfante, ad essere il problema?

Per riassumere: non è crollata solo pratica religiosa, ma anche il numero di quanti non sono praticanti, ma non si definiscono cristiani. Un crollo parzialmente mitigato dal senso religioso dei Paesi ancora cristiani, generalmente poveri, che però migrano nei luoghi della ricchezza, andando a portare un po’ di senso religioso.

Gawronski ha notato l’oscillazione della risposta a questo crollo, dall’idea identitaria a quella di dover “attualizzare il messaggio” e “modernizzare la comunicazione”, e arriva alla risposta che l’uomo moderno non sembra aver bisogno di Dio. Per Gawronski, la risposta sarebbe tornare alla comunità degli inizi del cristianesimo, perché ormai ci si concentra sulla Messa domenicale, ma questa Messa non fa comunità. La secolarizzazione, secondo Gawronski, porta con sé una domanda drammatica: come è possibile che la religione dell’umanesimo integrale abbia disumanizzato le pratiche? E conclude: la migliore risposta alla secolarizzazione è quella di “reagire all’individualismo, all’atomizzazione, all’evanescenza delle relazioni tra le Chiese”.

Il 29 maggio, Armando Matteo, sempre dalle colonne dell’Osservatore, ha invece analizzato le strategie di difesa della Chiesa a questa secolarizzazione. Queste strategie possibili sarebbero generalmente tre. La prima è l’opzione identitaria, vale a dire “spingere l’acceleratore sulle parole d’ordine di sempre”, rimanendo “immuni da uno sforzo di un gesto di creatività e immaginazione che riuscirebbe finalmente a presentare la scelta di vita cristiana non come totalmente alternativa alla cittadinanza contemporanea del mondo, ma come un qualcosa che la integri, che ne corregga gli sbandamenti, che le offra strumenti per discernere le ambivalenze, mettendo a sua disposizione un orizzonte sempre più grande, che concorra alla piena fecondità dell’esperienza umana delle persone”.

La seconda è il risentimento per aver perso il compito “di dirigere la salvezza dell’intero mondo”, perché la regia “è in mano ad altri i quali, di ciò che la Chiesa pensa, afferma e vive non si preoccupano più di tanto”.

La terza strategia è quella del tradizionalismo, che “si concentrerebbe nella denuncia di ogni tentativo di cambiamento in termini di tradimento”.

Matteo conclude che “la cristianità è veramente finita”, e che oggi serve “un cambiamento della mentalità pastorale”, perché “è urgente passare da un cristianesimo che risponde ad una domanda di consolazione che nessuno gli pone a un cristianesimo che permetta a chiunque di incrociarsi con Gesù, innamorarsi di lui ed essere all’altezza della parte migliore di sé”.

Sono tutte analisi profonde da ponderare bene. Eppure, a mio avviso, c’è sempre qualcosa che sfugge. Come dicevano i vescovi di Europa già negli anni Ottanta, il mondo non un il blocco monolitico. La secolarizzazione, o le secolarizzazioni, non possono essere affrontate con strategie univoche. Si vivono, e la cosa migliore sarebbe viverle con una forte consapevolezza cristiana.

Quando già negli Anni Cinquanta del secolo scorso, Joseph Ratzinger scriveva “I nuovi pagani e la Chiesa”, poneva esattamente questo problema: che c’erano cristiani che erano convinti da cristiani pur vivendo da pagani e accettando punti di vista pagani. Il problema non era nelle strutture di potere, nel dialogo con il mondo, ma era proprio nella vita di tutti i giorni, nelle cose piccole. I cristiani non vivevano da cristiani perché non comprendevano cosa significasse vivere da cristiani. Addirittura, non vedevano contraddizione tra la loro vita e quella richiesta dal Vangelo.

Il filosofo Pietro Prini, nel 1998, arriverà a definire questa dicotomia come “Scisma sommerso”, ed è stato il tema principale della Chiesa cosiddetta dialogante, incluso l’attuale Sinodo della Chiesa tedesca, che punta a colmare il gap di questo scisma.

La verità è che non c’è niente da colmare. C’è, piuttosto, da ritornare alle radici della fede, a saperla spiegare. Non c’è bisogno di operatori pastorali, né di nuovi linguaggi. C’è bisogno, prima di tutto, di nuova Eucarestia. C’è bisogno di comunità. Poi, a partire da quella profondità di fede, ognuno potrà costruire nel modo e con i linguaggi che ritiene più consoni ed opportuni.

Il rischio, alla fine, è quello che per evitare di essere autoreferenziali, si diventi a propria volta autoreferenziali. Che si parli di un mondo di Chiesa che non c’è, perché la verità sta nella vita di ogni giorno. Mentre ci si perde a parlare di nuovi piani pastorali, mentre ci si occupa, giustamente, di tutti i grandi temi e problemi del mondo, mentre si teorizza il miglior modo di annunciare Cristo (in modo tradizionale? In dialogo con il mondo?), la vita scappa via. Nel leggere i segni dei tempi, sottovalutiamo gli stessi segni dei tempi.

Questo periodo di pandemia ne è stata la prova. Durante il lockdown, la Chiesa non era stata privata solo dell’Eucarestia, era stata privata della comunità. E le comunità questo lo hanno sofferto. C’era sincera gioia quando ci si è potuti ritrovare in parrocchia a celebrare, anche tra estranei. Chi ha potuto, è andato a Messa clandestinamente. Non è successo solo in Italia. Si raccolgono storie di questo genere anche in Irlanda, dove le Messe pubbliche sono state interdette più a lungo che in tutti gli altri Paesi europei; persino nella secolarizzata Francia, in Australia, negli Stati Uniti, si è sentita la mancanza delle celebrazioni, e i vescovi hanno preso posizioni forti quando diventava chiaro che la religiosità era messa da parte da normative completamente ingiuste. Non era solo difesa della libertà religiosa. Era la necessità di difendere una comunità.

Se tutto questo viene interpretato come opzione identitaria, pazienza. La verità è che la Chiesa ha bisogno di Chiesa. E “Chiesa” significa comunità. Non ci aiuteranno le statistiche sulla partecipazione religiosa, non ci aiuterà nemmeno concentrarci su grandi figure di riferimento. C’è, prima di tutto, bisogno di autenticità. E per questo c’è, prima di tutto, bisogno dell’Eucarestia. L’opzione Eucarestia è quella che viene sempre messa da parte, nelle varie analisi. Eppure è centrale, è il senso stesso della Chiesa.

In fondo, aveva ragione il grande missionario Piero Gheddo, che nel 2014 lamentava il crollo delle vocazioni missionarie commentando la chiusura di giornali missionari come Ad Gentes, notava come la spinta sociale avesse sostituito l’annuncio del Vangelo. Un annuncio, in fondo, che porta alla conversione, che ha quell’obiettivo, secondo quel messaggio evangelico che è di “andare e fare discepoli tutti i popoli”.

Probabilmente, finché ci si concentrerà su come incontrare Gesù, ma poco sull’Eucarestia; finché avremo risposte sociologiche piuttosto che ancorate sulla realtà della vita quotidiana delle comunità; finché guarderemo alle comunità con uno sguardo distaccato, convinti che la gente non abbia bisogno di religiosità e di fede (eppure, le storie di quanti si sono radicalizzati dovrebbero farci capire che è il contrario); finché tutto questo succederà, non staremo comprendendo i fatti. Analizzeremo la Chiesa da una posizione di potere, come se fosse un organismo di potere. Ci lamenteremo del fatto che questa Chiesa non ha un messaggio che fa impatto, o audience. Che la voce della Chiesa non arrivi abbastanza. E dimenticheremo che tutto, necessariamente, deve partire dall’Eucarestia vissuta e presente, al di là di ogni messaggio sociale. In questo, il Congresso Eucaristico Internazionale di Budapest potrebbe essere un grande punto di partenza per una nuova consapevolezza.

Il segno delle chiese vuote: Per una ripartenza del cristianesimo” di Tomáš Halík (Vita e Pensiero 2020)

Le chiese vuote, senza liturgia comunitaria, sono tra le immagini più inquietanti in questo tempo di pandemia. Esse evocano in noi il senso oscuro della fine di un mondo, di un’epoca, di una forma di cristianesimo. Dentro questa immagine – ma possiamo dire: dentro la distopia che stiamo vivendo – c’è una parola che interpella la Chiesa: che responsabilità ci dobbiamo assumere? Che Dio ha testimoniato la Chiesa? Ma soprattutto: dove cercare quel Dio di Gesù che ora sembra assente? Sono le domande che muovono la riflessione di Tomáš Halík (filosofo e teologo ceco, a suo tempo consigliere del presidente Vaclav Havel). Esse sono animate ultimamente dalla speranza di una ripartenza del cristianesimo, dentro un mondo in radicale cambiamento, un cristianesimo che cerca il Dio vivente con tenacia e coraggio: “Lo riconosceremo dalle sue ferite, dalla sua voce quando ci parlerà intimamente, dallo Spirito che porta la pace e bandisce la paura”.

Foto di copertina: Vincent Van Gogh, La Chiesa ad Auvers, 1890, Musée d’Orsay, Paris.

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