Il coraggio del lavoro nel giorno della festa di San Giuseppe

Partendo dal libro del profeta Neemia i vescovi italiani, nel messaggio della festa del lavoro del 1^ maggio, ricorrenza di san Giuseppe lavoratore, ‘E al popolo stava a cuore il lavoro. Abitare una nuova stagione economico-sociale’, invitano a ricostruire, come ha fatto il popolo d’Israele: “Il brano biblico presenta la forte opposizione tra chi sta a guardare criticando e chi invece mette tutto l’impegno possibile perché nasca qualcosa di nuovo”.

Partendo da questo invito dei vescovi ad abitare una nuova stagione economico-sociale abbiamo chiesto al neo presidente nazionale delle Acli, Emiliano Manfredonia, di illustrarci in quale modo è possibile: “La pandemia ha solo fatto emergere una situazione che stava diventando insostenibile e a cui tutti, la politica, le istituzioni, i corpi intermedi, noi cristiani in cammino, non siamo riusciti finora a dare risposte adeguate: i poveri sono sempre più poveri, chi era sul crinale della povertà è sprofondato, i più fragili come le persone malate, anziane, sole, si sono ritrovate improvvisamente ancora più sole.

Le Acli ogni giorno incontrano centinaia di migliaia di persone in cerca di tutela e di aiuto ma sono moltissimi quelli che non hanno né la forza né il coraggio di venire a chiedere. Lo abbiamo visto nei mesi più duri del lockdown, quando tante famiglie di ‘nuovi poveri’ non avevano il coraggio di venire a chiedere i buoni spesa o il pacco alimentare e i nostri volontari, nei casi in cui sono stati capaci di ‘leggere’ queste situazioni, hanno fatto uno sforzo in più per portargli a casa la spesa o i medicinali. Dobbiamo capire che il modello basato sul massimo profitto non può più funzionare, c’è bisogno di un modello basato sulla relazione, sulla vicinanza, sull’interrogativo fondamentale che risuona per noi da più di 2000 anni: chi è il mio prossimo?”

Perché, come agli ebrei al tempo del profeta Neemia, al popolo sta a cuore il lavoro?

“Il lavoro è la vocazione dell’uomo, come ci insegna anche la Dottrina Sociale della Chiesa su cui si fondano le Acli, ed è attraverso il lavoro che l’uomo in qualche modo continua il creato e ha la possibilità di creare una famiglia. Per questo il lavoro eleva l’uomo perché, come ci insegna Papa Francesco, ha dentro di sé una bontà e crea l’armonia delle cose e coinvolge l’uomo in tutto: nel suo pensiero, nel suo agire”.

Quali sono i limiti del sistema socio-economico italiano?

“E’ una domanda a cui è molto difficile rispondere attraverso quest’intervista ma mi vorrei concentrare su alcuni dati che ci fanno riflettere e che in qualche modo ci chiamano in causa. Il primo problema riguarda i cosiddetti neet, cioè tutti quei giovani che non studiano, non lavorano ma che non sono neanche in cerca di lavoro e quindi vivono totalmente a carico della propria famiglia, ma non hanno un futuro se non come un peso che andrà a gravare su una società come quella italiana che già sconta un impressionante denatalità.

L’altro dato che ci interroga è quello che riguarda la disoccupazione femminile: durante la pandemia su 101.000 nuovi disoccupati, 99.000 sono donne e in generale in questo ultimo anno una donna su due ha visto peggiorare la propria condizione lavorativa. Un sistema che non tutela le donne e che offre così poche opportunità per i giovani è un sistema in crisi, dove l’ascensore sociale è bloccato, dove avere più di un figlio significa andare incontro a una serie di difficoltà, dove la  sanità è sempre più appannaggio di alcuni.

Abbiamo bisogno di un piano di investimenti sui nostri giovani e non di bonus erogati a pioggia o misure che per ora hanno avuto un effetto placebo come il Reddito di cittadinanza che funzionerà davvero se attiveranno la parte relativa alle politiche attive del lavoro”.

Quale lavoro dopo la pandemia?

“Servono strumenti di potenziamento delle occasioni di incontro fra domanda ed offerta di lavoro. Nuove infrastrutture fisiche e digitali, nuove risorse preparate per orientare e formare coloro che sono alla ricerca di lavoro. Ci sarebbe molto da fare sul piano della formazione professionale, quella iniziale e quella continua, sicuramente servono investimenti e uno sforzo di coordinamento ben congegnato che consideri il disallineamento tra l’istruzione che viene data e invece i profili professionali richiesti dalle nostre aziende.

Anche il Terzo settore può giocare un ruolo importante, c’è una forte domanda di servizi di cura, servono figure specializzate, e poi vogliamo provare ad essere sempre di più incubatori di impresa sociale, perché spesso ci sono le idee, le professionalità ma c’è carenza di star up nel nostro settore”.

Per questa festa dei lavoratori le Acli hanno lanciato il messaggio del ‘coraggio del lavoro’ per un’economia più giusta: quale sapere lavorativo intendono costruire?

“Noi lotteremo soprattutto  perché ci sia lavoro buono. Nelle settimane scorse abbiamo assistito ai primi scioperi dei riders e anche dei lavoratori di Amazon: entrambi rappresentano dei lavori mal pagati, che puntano sulla massimizzazione della quantità con turni massacranti per i lavoratori che, nella maggioranza dei casi, non hanno alcun tipo di ammortizzatore sociale.

Noi vogliamo costruire un lavoro che sia dignitoso, che non costringa nessuno a fare 15 ore di consegne o a impacchettare spedizioni senza avere il tempo di andare in bagno. Vogliamo un lavoro più giusto, dove accanto ai doveri di ogni lavoratore ci siano prima di tutto i diritti fondamentali, quelli per cui hanno combattuto i nostri nonni e i nostri padri, e poi, dove vengano previsti anche ‘nuovi diritti’, che riescano a costruire un sistema di welfare giusto anche intorno a tutte coloro non avranno mai un posto fisso.

Vogliamo poi un lavoro buono anche lì dove si applicano le nuove forme di lavoro da casa, modalità  che saranno sempre più usate e proprio per questo vanno regolamentate e invece vediamo che se ne parla sempre troppo poco: vanno messi dei limiti precisi perché smart working non può voler dire che la giornata lavorativa dura fino a dopo cena, ci sono in famiglia anche dei carichi di cura che vanno presi in considerazione.

Anche per questo, nel pur apprezzabile pacchetto di misure varate dal Governo per sostenere le lavoratrici, i lavoratori e le loro famiglie, andrebbe superata l’incompatibilità tra smart-working e la richiesta di congedi parentali: implicitamente si afferma che chi lavora da casa può anche farsi carico del lavoro di cura e che questa forma di lavoro sia meno onerosa rispetto alle attività svolte in presenza. Un’idea pericolosa che andrebbe peraltro ad aumentare i divari salariali tra uomini e donne, dal momento che sono prevalentemente queste ultime a lavorare da remoto”.

(Tratto da Aci Stampa)

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