“In divisa soltanto i dittatori”: la Murgia surreale, fuori luogo e offensivo contro il Generale Figliuolo e gli uomini in divisa. Insomma, contro le forze dell’ordine

Michela Murgia, 48 anni, è una scrittrice, blogger, drammaturga e critica letteraria, autrice dei bestseller “Accabadora” e “Stai zitta”, vincitrice dei premi Campiello, Dessì e SuperMondello.
Oggi, sull’Espresso – come si sa, proprietà del Gruppo editoriale GEDI – Luca Bottura spiega “perché Michela Murgia ha ragione sul Generale Figliuolo”: “Nessuno disconosce il ruolo decisivo dei nostri militari. Ma per distribuire vaccini non serve la divisa. Viviamo in un mondo curioso nel quale i social da ore lapidano un critico televisivo per aver criticato un programma che peraltro a me è piaciuto moltissimo. Cioè per aver fatto il proprio lavoro. E viviamo nello stesso contesto per cui Michela Murgia deve sopportare una cremolata di escrementi virtuali per aver detto in tv che il generale Figliuolo non la rassicura e che (sunteggio, male) meno divise circolano in tempo di pace, meglio è. Sono d’accordo con Murgia”.

Ma cos’ha detto Michele Murgia in quel minuto, che ieri girava in rete? In prima serata su La7, è stata ospite a Di Martedì, il programma condotto da Giovanni Floris. In risposta alla domanda di Floris, Murgia prima ha messo in dubbio l’efficacia dell’azione del Commissario straordinario per l’emergenza Covid-19 per il suo modo di esprimersi, parlando di un “linguaggio di guerra”. Poi, in modo imbarazzante ha paragonato il Generale Figliuolo ad un “dittatore”: «Gli unici uomini che ho visto in divisa davanti alle telecamere che non fossero poliziotti che stavano dichiarando un arresto importante sono i dittatori negli altri Paesi. Quando vedo un uomo in divisa mi spavento sempre, non mi sento più al sicuro. Non sono sicura che la categoria bellica sia una categoria con cui si può responsabilizzare un Paese: ci spaventa di più».

Il commento surreale, fuori luogo e offensivo di Michela Murgia nei confronti del Generale Francesco Paolo Figliuolo e delle forze dell’ordine, ha suscitato ovviamente l’indignazione generale. La giornalista Rita dalla Chiesa, figlia del Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, cresciuta nel segno del valore e del rispetto per l’Arma, sulla sua pagina Facebook ha zittito la Murgia, invitandola a portare rispetto per le forze armate e la divisa: «La signora è politicamente scorretta. Mi sono sentita colpita, ma non affondata, dalle sue parole di ieri sera, a “Di Martedi”, sul Generale di Corpo d’Armata Figliuolo. Le fanno paura gli uomini in divisa? Non si sente sicura con loro? Le fanno venire in mente la dittatura? In un periodo in cui si sta facendo di tutto per portare il nostro Paese in sicurezza, posso solo commentare, da donna a donna, ‘STAI ZITTA’. Per fortuna la sinistra di oggi non si riconosce in quello che ha detto. Un consiglio, “signora” Murgia. Se mai avesse bisogno di aiuto, stia zitta… e si astenga dal chiamare le forze dell’ordine”».

Poi, oggi su Il Tempo, Giada Oricchio scrive: «La scrittrice Michela Murgia è stata condannata in appello per non aver onorato il contratto con la società editrice nuorese “Il Maestrale” che le aveva chiesto un risarcimento danni per la mancata consegna di “Spirito di corpo”, un instant book sul corso di giornalismo gratuito organizzato ad aprile del 2011 a Cagliari e per il quale aveva incassato un anticipo di 2.500 euro. L’autrice del romanzo “Accabbadora”, premio Campiello 2010, era stata condannata in primo grado dal Tribunale Civile di Nuoro nel febbraio 2019 a pagare 18mila euro più interessi e spese legali, ma  aveva presentato ricorso. Oggi la Corte d’Appello di Sassari ha respinto la richiesta e ha confermato la sentenza di primo grado. Secondo la Corte presieduta da Maria Teresa Spanu, la Murgia ha omesso di portare a termine e pubblicare il romanzo Spirito di Corpo, nonostante fosse già stato prenotato nelle librerie e pubblicizzato al Salone del libro di Torino 2011». È il caso di aggiungere alle parole di Rita dalla Chiesa: “STAI MENO IN TELEVISIONE e trovi più tempo per scrivere”.

Facciamo seguire l’articolo dell’amico e collega Renato Farina sul caso Murgia, pubblicato oggi da Libero quotidiano.

La scrittrice non sa quello che dice
La Murgia offende Figliuolo: «La divisa è per i dittatori»
Femminista, l’autrice sarda è in vetta alle classifiche con il libro “Stai zitta” sulla presunta censura contro le donne. Ma qui è lei che discrimina l’alpino
di Renato Farina
Libero, 8 aprile 2021


L’ultima esibizione da Ku Klux Klan antifascista e femminista di Michela Murgia è stata a DiMartedi su La7, serata del 6 aprile. La sedicente campionessa dell’anti-discriminazione, ha discriminato violentemente un uomo per la sua divisa. Esiste il razzismo che esprime odio per chi ha un colore della pelle sbagliato (KKK old style). Ne esiste un altro che propaga rancore ed esige pulizia etnica per chi, invece di indossare belle gonne o i calzonacci da rapper, siccome serve lo Stato e fa il militare, indossa la giubba cachi, e invece del chador o del turbante porta il cappello con la penna d’aquila, che meriterebbe rispetto dal punto di vista di Michela almeno per l’aquila, che in fondo è femmina e c’era anche prima di Mussolini.

Non è successo nulla di che, ci mancherebbe altro. Il razzismo è legittimato in Italia purché lo pratichi chi ha la maglietta giusta e lo indirizzi contro chi non appartenga alla crème rossa o gay o islamica.

E cosi la signora non rischia nulla, neppure un biasimo del capo dello Stato, del resto il bravo conduttore Giovanni Floris non si è distinto per tutelare l’offeso – quanta paura fanno in Italia i generali, vero? – e nessuno gliene farà una colpa. Tale è la cultura dominante in questo Paese, almeno nei circoli alti, padroni dei mass media. Filerà tutto liscio. Un sorriso. Chi è sulla cresta dell’onda della cultura à la page può dire ciò che vuole.

A proposito di discriminazione: Matteo Salvini è stato da poco prosciolto per il rotto della cuffia dall’accusa di vilipendio di una istituzione dello Stato per aver criticato la magistratura in sede politica, mentre a sfregiare l’uniforme si passa per coraggiosi come se la Murgia fosse una ragazza inginocchiata che si offre inerme ai carri armati in piazza Tienanmen o come la suora birmana di Rangoon in ginocchio per difendere i bambini dalle raffiche dei militari golpisti. Figuriamoci.

Ma che eroi credono di essere quelli che graffiano con l’uncino della televisione uno che sta lavorando, e agiscono pure in assenza dell’imputato? Ma se ne fanno tutti un baffo. Non ci aspettiamo alcun intervento dell’Ordine dei Giornalisti né lo esigiamo nei confronti di nessuno, anche se il pensiero corre al trattamento inquisitorio riservato dal medesimo organo a Vittorio Feltri e Mario Giordano per un’affermazione ritenuta (a torto) di discriminazione verso i meridionali inferiori per reddito. Ma quanta pazienza.

LINGUAGGIO “DI GUERRA”

Ecco che cosa ha detto la scrittrice sarda coccolata dal progressismo grintoso, genere pungitopo o pungitopa (non so come si declina la pianta in modo femminista).

Prima, con simpatica complicità, conosce il suo mestiere e sa metter su una corrida coi fiocchi, Floris ha agitato il fazzoletto rosso citando alcune frasi da «guerra alla pandemia» del «commissario straordinario per l’emergenza Covid generale Francesco Paolo Figliuolo» (tutto ben scritto su un cartello).

Fuoco a tutte le polveri
Nuovo fiato alle trombe
Svolta o perderemo tutto
Chiuderemo la partita


Un linguaggio non diretto contro persone, ma contro un virus, il quale – secondo la filosofia panvitalista dominante – deve avere per lei diritti a non essere attaccato, anche se a dire il vero ha cominciato lui a invaderci. Ha detto: «Mi domando se questo linguaggio sia quello giusto da utiliriare con chi non è militare, ovvero tutto il resto del Paese. A me personalmente spaventa avere un commissario che gira con la divisa, non ho mai subito il fascino della divisa».

Noi invece subiamo il suo fascino irresistibile e tonitruante: «Gli unici uomini che ho visto in divisa davanti alle telecamere che non fossero poliziotti che stavano dichiarando un arresto importante sono i dittatori negli altri Paesi. Quando vedo un uomo in divisa mi spavento sempre, non mi sento più al sicuro. Non sono sicura che la categoria bellica sia una categoria con cui si può responsabilizzare un Paese: ci spaventa di più». Uno che mette su i centri vaccinali, e prova a procurare fiale e a organizzare il disastro lasciato dai giallorossi spaventa chi? A noi francamente fa spavento – con rispetto parlando – lei con la sua ideologia che promette di tagliarci la lingua.

Per chi non lo sapesse, Michela Murgia è in vetta alla classifica dei libri più venduti della settimana con “Stai zitta” (Einaudi). Se la prende con chi vuol negare alle donne il diritto di esprimersi, semplicemente parlando. Il problema è che vuol fare stare zitti tutti gli altri.

Nei giorni scorsi su Repubblica tivù ha realizzato una splendida performance in coppia con l’onorevole del Pd Alessandro Zan a proposito della legge che porta il suo nome per punire «l’omotransfobia». Passata alla Camera è ferma al Senato per l’opposizione della Lega, in quanto piuttosto che difendere dalla discriminazione i soggetti debole promuove forme di educazione gender e minaccia di punire chi osi esprimersi contro matrimoni o adozioni di omosessuali.

CONTRO IL MASCHIO BIANCO

Michela Murgia ha cercato di catechizzare il popolo duro a capire. Non si tratta qui di difendere con questa legge gli omosessuali e altre categorie, ma di contestare – scrive lei sulla pietra – la «cultura patriarcale», quella rappresentata dal «maschio, bianco, omosessuale, abile, benestante». Non sappiamo se benestante, ma di certo – salvo errori od omissioni – il generale Figliuolo è il target perfetto, per di più in divisa, per l’obice della Murgia. Lei definisce la propria posizione d’avanguardia come lotta alla «discriminazione intersezionale».

Noi ci arrendiamo dinanzi a tanta sapienza poetica. Resterà a lungo in testa alla classifica libraria. È perfetta nel recitare la parte di lato femminile dell’ovvio culturale politicamente corretto, così come Roberto Saviano rappresenta quello maschile.

Osiamo dir questo pur consci che il sesso è mobile, ed esistono interstizialità o intersezionalità in cui non mettiamo becco. Del resto, il loro modi di porsi li mette fuori portata da qualsiasi critica. Chiunque appartenga a quel circolo abbastanza diffuso in Italia di maschio bianco ed eterosessuale (io sono lievemente obeso dunque un po’ inabile secondo i canoni del medicalmente corretto), qualunque cosa il poveretto dica, ha torto a prescindere, e la sua critica è considerata da costoro e dai loro fan un esercizio di fascismo circense, come il saltare nel cerchio di fuoco con il fez in testa. Immediatamente sei collocato – appena osi contraddirne il verbo – fuori dal recinto dell’umano. Nell’inferno dei reietti.

Come diceva Mark Twain: l’inferno non è gran che per il clima, ma la compagnia è migliore di quella del Paradiso delle Murgia e di altri angeli del suo giro alato.

Postscriptum

La Murgia contro Porro: “Con lui non parlo”
Nel quartiere-bene dei Parioli a Roma si discute di immigrazione e accoglienza, dopo i recenti fatti di Torre Maura. L’inviato di Quarta Repubblica rivolge domande ai presenti e ai relatori. Tra quest’ultimi, c’è la scrittrice Michela Murgia, che però si rifiuta di rispondere quando viene a sapere che l’intervista è destinata al mio programma.
Al ritorno in studio, il ministro Matteo Salvini – che ha assistito al servizio – mi dà un consiglio per la prossima volta…
Nicola Porro
Quarta Repubblica, 8 aprile 2019

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