L’anima è per Dio, non per lo spiritismo: la testimonianza di una ragazza finita sull’orlo del suicidio

Mio padre è morto quando ero piccola, avevo solo sei anni. È morto perché gli hanno sparato, mentre faceva un blitz. Era poliziotto e aveva un grande senso del dovere. Quel senso del dovere che mio fratello, allora undicenne, ha presto fatto suo, mentre io mi sono sempre arrabbiata con papà: la sua voglia di combattere il male lo aveva portato via da me. Non era anche questo un male?

Lo hanno chiamato ‘eroe’, hanno detto che aveva dato la vita per la comunità. L’uomo che lo ha ucciso è finito in carcere anche per merito suo. Ma a me importava poco, a sette anni: non me ne facevo nulla di un padre acclamato dalla gente rinchiuso in una tomba o della stella data a mia madre in suo onore, nel primo anniversario dalla sua scomparsa. Sono cresciuta con un vuoto. Un vuoto che mamma non ha saputo gestire.

Ben presto sono diventata la pecora nera della famiglia, la piccola ribelle e indomabile che faceva di tutto pur di attirare le attenzioni e far capire quanto soffriva. Mentre mio fratello cresceva identico a nostro padre (bravo a scuola, impegnato nel volontariato, pieno di buoni progetti e di ‘valori’), io cercavo l’amore e la sicurezza in mia madre, che però non mi capiva.

Facevo il diavolo a quattro, lo ammetto. Era il mio modo di dirle: ‘Guardami, ho bisogno di te’, ma lei vedeva solo le mie urla, i miei capelli viola, le mie unghie nere e si vergognava di me. Sì, la metteva in imbarazzo che la ‘figlia dell’eroe’ fumasse canne e si vestisse sempre di nero. Questa, forse, era la cosa che mi pesava di più. Non essere amata in modo incondizionato da lei.

Ogni tanto, quando sbattevo la porta dietro di me, mi diceva: ‘Se ci fosse stato qui tuo padre non saresti mai diventata così! Ti approfitti di me perché sono sola… Non ce la faccio più!’ Mentre io chiedevo aiuto (in modo sbagliato, sì, ma non conoscevo un’altra lingua a sedici anni), lei mi faceva capire che ero un peso. E così vivevo io: sentendomi un peso. Prima di tutto ero un peso per me stessa.

Una sera, ad una mostra d’arte (quella era la mia grande passione, tanto che frequentavo il liceo artistico), ho conosciuto una pittrice che dipingeva cose molto particolari: animali con la testa da donna, donne con la testa di uccelli, uomini con gli zoccoli di cavallo ai piedi.

Abbiamo iniziato a parlare. Le ho detto che amavo gli animali (trovavo più conforto in loro e nella natura che non nelle persone) e che volevo capire il significato dei suoi quadri. Mi ha detto che il regno degli uomini e il regno degli animali è più connesso di quanto crediamo e che nei suoi quadri vuole ricordarci che siamo chiamati a convivere e rispettarci. Mi ha detto di non tollerare la presunta superiorità dell’uomo sul creato.

Non so come dire, ma era ammaliante mentre parlava, attraente. Aveva quel fascino da artista, quel carisma. Era una signora (20 anni più di me) ma un aspetto così giovanile… La vedevo simile a me.

Abbiamo deciso di rivederci. Paola, si chiamava. Frequentandoci ha iniziato a farmi capire che scorgeva il mio ‘grande potenziale’: secondo lei, avrei dovuto sprigionare la mia creatività e mostrare al mondo tutto il mio splendore.

(Prima Parte)

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