Fine di un pontificato: appunti sparsi su otto anni di azione e preghiera

Si chiudono oggi, nel giorno che segna la partenza di papa Benedetto XVI per Castelgandolfo e la sua rinuncia al ministero attivo, quasi otto anni di pontificato, intensi e complessi: il papa teologo, schivo e umile, fermo nel mettere in guardia di fronte ai pericoli del mondo moderno eppure nella sua essenza più profonda capace di mostrare tutta la tenerezza e la dolcezza di un anziano uomo intenzionato a compiere al meglio il suo ministero di confermare nella fede e nell’amore di Dio i suoi fratelli, lascia un’eredità umana e spirituale quanto mai preziosa. Una figura che al grande pubblico dei mezzi di comunicazione è stata a lungo presentata come rigida e intransigente, ma che quanti hanno via via seguito nel corso degli anni hanno scoperto essere intrisa di un’umanità e di una profondità d’animo inattesa.

 

 

PREGHIERA E AZIONE – Da lui, nel tempo, è arrivato anzitutto un costante richiamo alle radici del messaggio cristiano, insieme ad un’attenzione profonda alla preghiera e alla contemplazione: la manifestazione esteriore della gioia dell’essere cristiani (un pensiero alle Giornate mondiali della Gioventù) è stata accompagnata (fin già da Colonia 2005, quattro mesi dopo la sua elezione) dalla sottolineatura dell’importanza del raccoglimento e della preghiera personali, come pure dal rispetto profondo (e dalla riscoperta) della liturgia. Preghiera e azione hanno caratterizzato il pontificato di papa Benedetto, un programma già presente nella scelta del nome, capace di evocare il grande santo fondatore dell’ordine benedettino (San Benedetto da Norcia) da un lato e il suo predecessore capace di affrontare le turbolenze di un periodo storico difficile come quello della Prima guerra mondiale (Benedetto XV) dall’altro.

IL SIGILLO DEL PAPA – Numerosissimi i temi sui quali papa Benedetto XVI ha impresso il suo sigillo: fra i tanti, ecco la riscoperta del Concilio Vaticano II, non una “rivoluzione” nella storia della Chiesa ma un evento in assoluta continuità con il magistero e la tradizione precedente (tema trattato lungo tutti questi otto anni, dal primo discorso ai membri della Curia nel dicembre 2005 all’incontro con i parroci romani di qualche giorno fa); il recupero della tradizione liturgica con l’estensione della possibilità di celebrare la messa con l’antico rito romano (in latino) di fatto abbandonato con la riforma liturgica del 1970 (argomenti, questi, che hanno giocato un ruolo anche nel tentativo di riconciliazione attuato dal pontefice nei confronti della Fraternità di San Pio X, i cosiddetti lefebvriani: dossier che il nuovo papa troverà sulla sua scrivania); ancora, la critica al relativismo, a quel lasciarsi portare “qua e là da qualsiasi vento di dottrina” di cui aveva parlato, ancora da cardinale, nella “Missa Pro Eligendo Romano Pontefice” dell’aprile 2005; l’attenzione all’ecumenismo, da un lato con il dialogo con la Chiesa ortodossa e con il Patriarcato di Costantinopoli in modo particolare (in Turchia nel 2006 è al fianco di Bartolomeo I, che poi interverrà in Vaticano al Sinodo dei vescovi nel 2008) e dall’altro con la Chiesa anglicana, con la storica decisione di ammettere all’ordine sacro tutti i sacerdoti e vescovi anglicani che vogliano rientrare in comunione con la Chiesa Cattolica (costituzione apostolica Anglicanorum coetibus del novembre 2009). Senza dimenticare i tanti spunti dei suoi viaggi, dalla Terra Santa alle Americhe, passando per l’Africa.

LE ACQUE AGITATE – Fra i momenti di maggiore difficoltà, che più hanno segnato l’animo di papa Benedetto, lo scandalo degli abusi sessuali sui minori, in risposta al quale ha messo in campo determinazione nell’azione di contrasto e profondo dolore e ribrezzo per il male commesso dai sacerdoti cattolici: dalle decisioni assunte, in conseguenza al cosiddetto caso Maciel, all’interno dei Legionari di Cristo, fino alle reiterate prese di posizione pubbliche, culminate nella lettera inviata ai cattolici irlandesi, Benedetto XVI ha dimostrato capacità di azione e determinazione. Lo scandalo pedofilia, fra i temi più scottanti del pontificato (ad esso appare legata anche la decisione di indire un Anno dedicato proprio ai sacerdoti e al loro ministero), ma anche nella parte iniziale del pontificato, era il settembre 2006, la controversia sulla lectio magistralis tenuta a Ratisbona che provocò accese reazioni di protesta nel mondo musulmano (ma negli successivi gli scambi culturali e teologici fra cattolici e musulmani sono stati numerosi come mai in precedenza lo erano stati). E poi ovviamente la vicenda passata alla cronaca come Vatileaks, con la fuga di documenti riservati dal suo Appartamento, e tutte le vicende ad esso collegate, che lasciano aperto il discorso di una riorganizzazione della Curia romana affinché possa al meglio, e certamente lontano dagli scandali, servire il pontefice nella sua missione. Un compito gravoso da assolvere, ma decisivo per il futuro e che Benedetto XVI ha sottolineato più volte con le parole (puntualizzando nel corso degli anni la necessità di purificare dal di dentro l’istituzione, eco del famoso monito che l’allora cardinale Ratzinger pronunciò, facendo riferimento alla “sporcizia nella Chiesa”, nel venerdì santo del 2005, l’ultimo primo di essere eletto papa) e poi forse in misura ancora più evidente con lo stesso gesto della sua rinuncia.

FEDE E CARITA’, IL TRATTO DEL PONTIFICATO – Ma del pontificato di Benedetto XVI c’è un aspetto che merita di essere messo in evidenza: la sua particolare attenzione al ritorno alle radici del cristianesimo e in questo contesto alle tre virtù teologali, la fede, la speranza e la carità. Al rapporto fra queste virtù, soprattutto fra le prima e l’ultima, papa Benedetto ha dedicato ampie e profonde riflessioni: un lavoro di grandissima portata spirituale, reso ancor più importante dalla scelta di dedicare a questi temi le tre encicliche del pontificato, e cioè Deus Caritas Est, “Dio è amore”, nel 2006, seguita poi da Spe Salvi, “Salvati nelle speranza” l’anno successivo e da Caritas in veritate “L’amore nella verità” nel 2009. Con un’enciclica ulteriore sulla fede in preparazione che non vedrà mai la luce (almeno non come tale) e che avrebbe potuto arrivare proprio nel corso dell’anno della Fede che ci accompagnerà ancora fino al novembre 2013.

Il papa racconta, in queste encicliche e nei suoi discorsi e catechesi, dell’indissolubile intreccio fra fede e carità, tra dono di Dio e risposta della creatura trasformata dalla Grazia. Fede e carità si implicano reciprocamente, dice il papa, non basta conoscere la verità della fede, ma occorre anche camminare nella verità. All’inizio dell’essere cristiano – ricorda Benedetto XVI fin dall’inizio della sua prima enciclica – non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte”. Dio ci ha amati per primo e per questo l’amore non è più solo un ”comandamento”, ma è la risposta al dono dell’amore, col quale Dio ci viene incontro. Tutta la vita cristiana allora, fa capire il papa, è un rispondere all’amore di Dio. E’ la fede come accoglienza piena di stupore e gratitudine di un’inaudita iniziativa divina che ci precede e ci sollecita. E quando noi lasciamo spazio all’amore di Dio, siamo resi simili a Lui, partecipi della sua stessa carità: se la fede è conoscere la verità e aderirvi, la carità è “camminare” nella verità. Con la fede cioè si entra nell’amicizia con il Signore, ma con la carità si vive e si coltiva questa amicizia. La fede ci fa accogliere il comandamento del Signore, la carità ci dona la beatitudine di metterlo in pratica. Con l’importante sottolineatura che se talvolta si tende a circoscrivere il termine “carità” alla solidarietà o al semplice aiuto umanitario, è importante, invece, ricordare – scrive il papa – che massima opera di carità è l’evangelizzazione, ossia il “servizio della Parola”.

GRANDE FIDUCIA – Quella stessa “Parola di verità del Vangelo” che papa Benedetto ha posto a fondamento della sua esistenza e anche della sua fiducia in un momento pur difficile e per certi versi drammatico come la scelta della sua rinuncia: salutando, proprio ieri nel corso dell’ultima udienza generale, il popolo dei fedeli, ha esclamato: “In questo momento, c’è in me una grande fiducia, perché so, sappiamo tutti noi, che la Parola di verità del Vangelo è la forza della Chiesa, è la sua vita. Il Vangelo purifica e rinnova, porta frutto, dovunque la comunità dei credenti lo ascolta e accoglie la grazia di Dio nella verità e nella carità. Questa è la mia fiducia, questa è la mia gioia”. La fiducia e la gioia di un papa il cui limpido esempio e il cui costante insegnamento resteranno scolpiti nell’animo di quanti lo hanno voluto, per davvero, ascoltare e conoscere.

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