Caso 60SA. Sentenza tribunale londinese conferma: Becciu fu diffamato in modo “spaventoso”. Il Papa ingannato con il teorema accusatorio dell’Espresso depositato sulla sua scrivania

Ritorniamo oggi alla notizia della sentenza di 42 pagine (46 nella traduzione italiana) in 140 punti del 10 marzo 2021, emanata dal giudice Tony Baumgartner della Corte della Corona di Southwark a Londra. Una autentica doccia gelata sull’intera inchiesta vaticana – scrive Franca Giansoldati sul Messaggero – una sentenza che “ha demolito, pezzetto per pezzetto, attraverso motivazioni articolate e pignole, l’impianto accusatorio vaticano sullo scandalo del palazzo di Londra”. Si tratta di un vero e proprio dossier, che conferma la linea che abbiamo seguito dal principio: il Cardinale Angelo Becciu fu accusato ingiustamente in modo spaventosamente spietato, ordito da menti raffinatissime con l’ausilio di “inchieste” calunniose da falsari, diffuse dall’Espresso, con lo scopo di escluderlo da un prossimo Conclave. Castelli di sabbia che sfidando la gravità, si sgretolano sotto le onde della verità.

Il giudice londinese Baumgartner mette nero su bianco, che i pubblici ministeri nello Stato della Città del Vaticano fanno peggio che quelli italiani, confermando quanto abbiamo riferito già in diverse occasioni in passato.

Ieri abbiamo dato la notizia della sentenza londinese: Caso 60SA. I giudizi imminenti – prima di poi – arrivano. Giustizia inglese competente per territorio: Torzi non ingannò Segreteria di Stato. Sostituto Peña Parra e Segretario di Stato Parolin avallarono – 24 marzo 2021.

Oggi scrive Renato Farina su Libero: “La sentenza promulgata a Londra nei giorni scorsi, per intenderci, non nomina neppure Becciu, non esiste neppure l’ombra di una qualsiasi sua implicazione nei fatti. La sconfitta vaticana è stata rivelata dapprima dal Corriere della Sera, ripresa da Repubblica e da Domani. Stranamente è stata ignorata dai vaticanisti e dagli organi cattolici di vario rango, onde evitare di allargare lo sguardo alle implicazioni gravissime del pronunciamento londinese sui metodi inquisitori praticati all’ombra del cupolone, e sulla necessità di riparare i danni subiti in particolare da Becciu, ma anche da svariati altri soggetti, trattati da «cospiratori» senza alcuna prova e perseguitati sulla base di un puro «sospetto» (parola di Baumgartner)”.

Della sentenza hanno parlato ieri anche il Faro di Roma (come abbiamo riferito) e le vaticaniste Franca Giansoldati su Il Messaggero e Nicole Winfield per The Associated Press. Riportiamo di seguito questi due articoli, a seguire dopo l’articolo odierno di Renato Farina su Libero.

Intanto, tra i tanti tasselli del puzzle 60SA che stanno trovando il loro posto, oggi si capisce anche il motivo dell’intervista rilasciata una settimana fa all’Espresso [QUI] dal Segretario di Stato di Sua Santità (vedremo per quanto tempo ancora…), tale Cardinale Pietro Parolin, che trovandosi in sempre più grosse difficoltà, è alla disperata ricerca di riabilitazione attraverso L’Espresso in altrettanto disperato bisogno di riabilitarsi. Quando definì il Caso 60A opaco, Parolin certamente si guardò nello specchio e parlò pro domo, e per il suo sottoposto Peña Parra (intravedendo nella nebbia l’ombra del capo espiatorio Becciu). Ambedue sapevano tutto (e, soprattutto, erano a conoscenza dell’innocenza di Becciu), avvallarono e delegavano i loro sottoposti, informandone anche il loro capo supremo (in terra).

Adesso attendiamo, con vivo interesse… e curiosità:
1. l’imminente processo a seguito della denuncia per diffamazione del Cardinale Angelo Becciu contro L’Espresso, il suo direttore e il falsario lanciatore di coriandoli, con richiesta di risarcimento milionaria;
2. l’inizio del processo 60A presso il Tribunale dello Stato della Città del Vaticano;
3. un Comunicato attraverso la Sala Stampa della Santa Sede delle parti in causa: dell’Ufficio dei Promotori di Giustizia del Tribunale dello Stato della Città del Vaticano e della Segreteria di Stato di Sua Santità;
4. la notizia della piena riabilitazione da parte di Papa Francesco del Cardinale Angelo Becciu villipeso.

IL CASO DEL CARDINALE BECCIU
I magistrati in Vaticano sono peggio che in Italia
I giudici inglesi smontano il teorema contro il Cardinale Becciu
Gli inquirenti della Santa Sede hanno «distorto» i fatti
di Renato Farina
Libero, 26 marzo 2021


Chissà se qualcuno deporrà sulla scrivania del Papa le 46 pagine del giudice della Corona, l’Onorevole Baumgartner. Almeno per par condicio ce lo auguriamo. Il 27 settembre ci fu chi appoggiò sul tavolo da lavoro del Pontefice un servizio scandalistico dell’Espresso, fi giunto per strade oscure, con lo scopo purtroppo riuscito di far impiccare davanti al mondo la reputazione di un cardinale sardo, allora sconosciuto ai più, ma assai considerato dai colleghi porporati, tale Angelo Becciu, 72 anni.

Da quel momento diventò suo malgrado sciaguratamente famoso nell’universo. Era lui il Giuda del terzo millennio, predone del denaro destinato ai poveri per arricchire i fratelli, soprattutto l’abietto speculatore che aveva ordito un’immonda compravendita di un palazzo di lusso a Chelsea, nel quartiere più elegante di Londra, distribuendo tangenti a mediatori briganteschi, e derubando così le casse della carità apostolica di centinaia di milioni di euro. Falso. Totalmente falso. Il giudice di Londra ha suonato il Big Ben, e la mente va a Tortora con il suo Portobello, ahimè. Ma forse in questo caso non è tardi per rimediare, anche se forze sotterranee faranno di tutto per perseverare nella menzogna, e inventarsi nuovi agguati lungo percorsi in valli oscure non nuovi né originali nella millenaria storia della Chiesa.

La storia i lettori di Libero la conoscono. Vittorio Feltri vi ha dedicato una serie di articoli dove ha dimostrato, sin dallo scorso novembre, quella che in una intervista a Giovanni Minoli ha definito: «La più grande operazione mondiale di diffamazione nei confronti di un uomo». Neppure un euro era stato dirottato indebitamente ai parenti. E – rivelammo – l’operazione londinese aveva due caratteristiche:
1) non fu una truffa per sgraffignare il denaro del Papa, aveva ogni crisma per essere vantaggiosa;
2) non fu avallata da Becciu, bensì da chi gli era succeduto come Sostituto della Segreteria di Stato (l’arcivescovo venezuelano Peña Parra) e dal suo superiore (il cardinale Pietro Parolin).

Intanto però il danno era fatto, la decapitazione decretata senza processo. Becciu defenestrato, esautorato da ogni carica da Francesco, che però – conservando una sana riserva mentale – gli ha lasciato il titolo cardinalizio, pur escludendolo dal Conclave, la qual cosa era esattamente ciò che i calunniatori si proponevano. Il piccolo e tenace prete di Ozieri aveva in realtà la colpa imperdonabile di essere stato individuato – come un disturbatore involontario -, per la sua autorevolezza e la scarsa attitudine ai giochi, delle manovre in corso per il prossimo Conclave.

Che accadrà ora? Si porterà a processo Becciu, come in una intervista proprio a L’Espresso il cardinal Parolin lascia intendere? O le accuse depositate in edicola e sul web, secondo il classico vizio italo-vaticano, cadranno senza però una riabilitazione formale del porporato vilipeso?

La sentenza promulgata a Londra nei giorni scorsi, per intenderci, non nomina neppure Becciu, non esiste neppure l’ombra di una qualsiasi sua implicazione nei fatti. La sconfitta vaticana è stata rivelata dapprima dal Corriere della Sera, ripresa da Repubblica e da Domani. Stranamente è stata ignorata dai vaticanisti e dagli organi cattolici di vario rango, onde evitare di allargare lo sguardo alle implicazioni gravissime del pronunciamento londinese sui metodi inquisitori praticati all’ombra del cupolone, e sulla necessità di riparare i danni subiti in particolare da Becciu, ma anche da svariati altri soggetti, trattati da «cospiratori» senza alcuna prova e perseguitati sulla base di un puro «sospetto» (parola di Baumgartner).

La Corte londinese era stata convocata per valutare la richiesta fatta per rogatoria dai promotori di giustizia (cioè i pm) della Città del Vaticano, ed eseguita immediatamente dai colleghi inglesi, così da sequestrare i conti personali e societari di un cittadino italiano, Gianluigi Torzi, il quale aveva avuto la ventura di essere già stato arrestato, dopo essere stato convocato con un sotterfugio nel piccolo Stato, e di venire confinato per dieci giorni in una cella della gendarmeria pontificia nel giugno scorso. Il responso della Corona è stato: il Vaticano ha torto. Non perché ha difettato qua e là di argomentazioni, ma perché ha «omesso» fatti che conosceva, che sarebbero andati a favore dell’accusato, e ne ha «distorti» altri. Non si tratta insomma della banale sconfitta dei pm vaticani in una causa qualsiasi per un furto di una damigiana di vino da messa. In particolare, il professor avvocato Stefano Diddi, citato con questi appellativi dal giudice londinese, non ha semplicemente perso un processo: càpita, si vince e si perde, solo Perry Mason trionfa sempre. Quel che emerge dalle righe vergate con cortese crudeltà e chiarezza (stile anglosassone) dal magistrato di Sua Maestà è una solenne bastonatura etica inflitta alla magistratura di Sua Santità. Proprio così. Non si tratta di una sconfitta tecnica, ma di una condanna morale. I pm vaticani, secondo Baungmartner, hanno operato «un chiaro travisamento» dei fatti.

Hanno evitato di citare documenti – dice Baumgartner – da cui risulta chiaro che monsignor Pena Parra aveva autorizzato l’operazione, a sua volta con il consenso di Parolin. Carta canta. E allora perché questa disparità di trattamento tra prelati? Fratelli tutti, o qualcuno è fratellastro? Ci aspettiamo sorprese da parte di papa Bergoglio.

Giudice britannico: il Vatica[no ha fatto affermazioni “spaventose” nell’indagine britannica
di Nicole Winfield
The Associated Press, 25 marzo 2021

[nostra traduzione italiana dall’inglese]

Un giudice britannico ha criticato i pubblici ministeri vaticani per aver fornito alla corte false dichiarazioni “spaventose” circa la loro indagine sull’investimento della Santa Sede in un affare immobiliare a Londra, stabilendo che non hanno molto in mano contro il loro sospettato chiave. In una straordinaria sentenza resa pubblica questa settimana, il giudice Tony Baumgartner della Southwark Crown Court ha annullato la decisione di un altro giudice di sequestrare i conti bancari in Gran Bretagna del broker Gianluigi Torzi e ha assegnato a Torzi le spese legali.

l Vaticano aveva richiesto il sequestro come parte della sua indagine di corruzione su Torzi e altri sospetti che i pubblici ministeri accusano di aver estorto alla Santa Sede milioni di commissioni derivanti dal suo investimento di 350 milioni di euro in un edificio di lusso nel quartiere londinese di Chelsea. Ma Baumgartner ha stabilito che la richiesta di sequestro del Vaticano era così piena di omissioni e false dichiarazioni che probabilmente ha influito sulla decisione del giudice originale, che ha ordinato l’annullamento. Nell’esaminare se le accuse del Vaticano giustificassero un nuovo sequestro di beni, Baumgartner ha concluso che il Vaticano non aveva fornito prove sufficienti per sostenere la causa contro Torzi. “Non credo ci siano ragionevoli motivi per ritenere che il signor Torzi abbia beneficiato di una condotta criminale”, come sostiene il Vaticano, ha scritto. Baumgartner ha scritto che la non comunicazione e le false dichiarazioni del Vaticano sono così spaventose che la decisione definitiva di annullare il sequestro dei beni era appropriata.

Il Vaticano non ha fornito immediatamente un commento dal suo ufficio dei promotori di giustizia.

La sentenza è stato l’ultimo colpo ai promotori di giustizia vaticani, che hanno chiesto assistenza giudiziaria internazionale nell’indagine sull’investimento delle donazioni dei fedeli da parte della Segreteria di Stato. I pubblici ministeri vaticani hanno affrontato una serie di imbarazzanti battute d’arresto nei tribunali stranieri che hanno indicato incompetenza, eccesso di azione e problemi fondamentali come ottenere una traduzione adeguata dei documenti.

Con carta bianca da Papa Francesco, i pubblici ministeri stanno indagando sull’investimento a Londra da quasi due anni. Nessuno è stato incriminato.

Torzi è accusato di appropriazione indebita e frode in relazione al suo ruolo nell’aiutare la Santa Sede ad acquisire parte dell’edificio londinese che non possedeva già. I pubblici ministeri affermano che abbia estorto al Vaticano 15 milioni di euro in commissioni, anche se monsignori e funzionari vaticani hanno approvato il pagamento e firmato contratti che conferiscono a Torzi il diritto di voto nell’impresa. Torzi ha negato qualsiasi illecito e sostiene che i suoi rapporti con il Vaticano erano completamente leciti. Baumgartner sembrava concordare, citando la documentazione fornita dal Vaticano che mostrava il coinvolgimento di Torzi nell’affare riguardante “transazioni commerciali a condizioni di mercato”.

L’avvocato di Torzi, James Mullion della Janes Solicitors, era soddisfatto della sentenza. Ha detto in un’intervista telefonica: “È raro che un tribunale faccia una conclusione così categorica, dato che il tribunale è relativamente bassa” per ottenere l’approvazione di un sequestro di beni.

La maggior parte della sentenza di 42 pagine di Baumgartner riguarda ciò che gli avvocati di Torzi dicevano essere omissioni e false dichiarazioni nella richiesta originale del Vaticano di congelare i suoi conti bancari. Baumgartner concorde con la maggior parte dei punti chiave della difesa, smantellando l’affermazione del Vaticano secondo cui Torzi era stato “occulto e disonesto” nelle sue trattative contrattuali. Il giudice ha detto che i contratti dettagliati, chiari e firmati “parlano da soli”.

Il giudice ha chiesto perché i due alti funzionari vaticani che hanno autorizzato l’accordo, il N. 2 della Segreteria di Stato, l’Arcivescovo Edgar Peña Parra e il suo capo, il Cardinale Pietro Parolin, non avessero almeno fornito una dichiarazione di testimonianza a sostegno. I pubblici ministeri affermano di essere stati “stupiti” dagli onorari di Torzi. Per accettare il racconto dei pubblici ministeri, scrive Baumgartner, Peña Parra e Parolin “devono essersi fatti passare la lana completamente sugli occhi”.

I Promotori di giustizia vaticani hanno detto all’Associated Press che né Parolin né Peña Parra sapevano cosa stavano facendo i loro subalterni nel negoziare un compenso così alto per Torzi.

Il Vaticano ha cercato di mantenere riservata la sentenza di Baumgartner, citando le sue indagini in corso e la legge vaticana che richiede la riservatezza della documentazione.

La sentenza ha fornito agli osservatori vaticani nuovi dettagli allettanti sulle indagini, inclusa l’affermazione di Torzi secondo cui uno dei sospetti vaticani si è offerto di fornirgli i servizi di una prostituta per ringraziarlo del suo lavoro. Torzi ha detto di aver rifiutato l’offerta.

Il giudice ha ordinato la pubblicazione della sentenza, dicendo che c’erano già così tante informazioni di pubblico dominio e che non credeva che i giudici del tribunale vaticano sarebbero stati pregiudicati dalla sua sentenza. “Il fatto che un’indagine sia riservata in un’altra giurisdizione lo tengo a mente”, ha scritto. “Ma a mio avviso, una simile affermazione generale non si sposa bene con il principio di giustizia aperta”.

Vaticano, la doccia gelata dei magistrati inglesi sul palazzo di Londra, Parolin autorizzò tutto
di Franca Giansoldati
Ilmessaggero.it, 25 marzo 2021


Una autentica doccia scozzese sull’intera inchiesta vaticana è arrivata dai giudici di Londra che hanno demolito, pezzetto per pezzetto, attraverso motivazioni articolate e pignole, l’impianto accusatorio vaticano sullo scandalo del palazzo di Londra. La conclusione cui sono giunti i magistrati britannici è che tutte le operazioni formali si sono svolte con il benestare del cardinale Pietro Parolin e del Sostituto, monsignor Peña Parra. L’immobile acquistato con i soldi dell’Obolo finì, come si sa, al centro di una catena di transazioni e scatole cinesi, fino a far scoppiare una guerra interna tra lo Ior e la Segreteria di Stato per il controllo della proprietà e dei fondi riservati gestiti dalla Segreteria di Stato.

Alla magistratura inglese si era rivolto uno dei protagonisti di questa ingarbugliata vicenda, il finanziere Gianluigi Torzi che era subentrato nella gestione dell’immobile acquisendo le quote da un altro finanziere, Raffaele Mincione, entrambi indagati dal Vaticano assieme ad una serie di funzionari con l’ipotesi che vi fossero accordi nascosti e, in sostanza, una truffa ai danni della Santa Sede. I magistrati britannici, in questo passaggio, hanno sbloccato i conti correnti congelati di Torzi e hanno messo nero su bianco che dietro tutta questa vicenda non vi fu alcun ricatto ma transazioni economiche regolari e perfettamente inquadrate nell’ordinamento britannico.

Nella sentenza il giudice inglese ricostruisce passaggio dopo passaggio l’iter complesso di una compravendita che vede diversi attori in causa e, in alcuni passaggi della sentenza, scrive che vi sono stati una serie di errori e una mancanza di produzione di prove da parte dei procuratori vaticani. Adesso cosa accadrà in Vaticano è tutto da vedere.

La sentenza inglese è suddivisa per punti. Al numero 75 viene riportata una nota del cardinale Parolin, emessa a sigillo dell’ultimo passaggio della vendita a Torzi, giudicato dal porporato in modo molto positivo.

«Dopo aver letto questo Memorandum, anche alla luce delle spiegazioni fornite ieri sera dal monsignor Perlasca e dal dottor Tirabassi, avendo avuto rassicurazioni sulla validità dell’operazione (che porterebbe vantaggi alla Santa Sede), sulla sua trasparenza e sull’assenza di rischi di reputazione (che, in effetti, supererebbero quelli legati alla gestione del Fondo GOF) sono favorevoli alla conclusione del contratto. Grazie. P Parolin» la data del documento è del 25 novembre 2018.

Eppure in Vaticano, in quel periodo, qualcosa non deve essere andato dritto, visto che di lì a poco stava per esplodere lo scontro tra lo Ior e la Segreteria di Stato, nella persona del Sostituto monsignor Pena Parra che avrebbe fatto partire l’inchiesta vaticana, tuttora aperta e nelle fase conclusive.

In un altro passaggio il magistrato inglese annota: «Trovo difficile accettare il suggerimento che monsignor Perlasca sia stato tenuto all’oscuro dal modo in cui le transazioni dovevano essere strutturate e difficile da accettare, dato che la Segreteria di Stato fu consigliata da avvocati londinesi ed eseguiva i documenti per conto della Segreteria. Il Prof. Avv Diddi (il pm vaticano ndr) dice che Monsignor Perlasca era incapace e inetto. Anche se questo può essere vero, agire come un cospiratore disonesto è un’altra cosa».

Al punto 71 invece si legge: «Trovo difficile accettare qualsiasi ipotesi che l’arcivescovo Peña Parra abbia firmato un tale documento senza aver familiarizzato con i documenti con i quali ha autorizzato Monsignor Perlasca a eseguire, data l’apparente importanza dell’operazione e le notevoli somme di denaro coinvolte. Il Prof. Avv. Diddi non suggerisce che l’Arcivescovo Peña Parra facesse parte della cospirazione, o fosse anche incapace e negligente nel modo in cui egli asserisce che lo fosse Monsignor Perlasca».

Il magistrato londinese annota anche evidenti discrepanze. «Mettendo da parte per il momento le molteplici prove per sentito dire invocate dal Prof Avv Diddi nella sua deposizione e il peso che questa Corte dovrebbe dargli, gli scambi a cui egli fa riferimento sono aperti all’interpretazione. Contrariamente alla sua affermazione, non credo che si possa dire con certezza che essi siano la prova definitiva che monsignor Perlasca e il signor Tirabassi agiscano al di fuori dell’ambito della loro autorità, tenendo presente che la delega firmata dall’arcivescovo Peña Parra due giorni dopo questo scambio, si riferisce espressamente all’accordo quadro e alla SPA. Come ho già osservato, dubito che il Sostituto non si sarebbe informato direttamente sulla natura dell’operazione, date le somme apparentemente coinvolte”».

LO SCANDALO DEL PALAZZO DI LONDRA
Il Vaticano ha liberato Torzi chiedendo una cauzione da tre milioni
Il broker accusato di estorsione è uscito su cauzione. Ma la Santa sede non è riuscita a incassare i soldi. Dopo la sentenza inglese che smonta le accuse, i pm del papa hanno chiesto che il fascicolo fosse secretato
di Emiliano Fittipaldi
Domani, 27 marzo 2021

Lo scorso giugno il Vaticano ha chiesto a Gianluigi Torzi, arrestato per una presunta estorsione, di firmare una cauzione del valore di circa tre milioni di euro. In cambio dei soldi il broker è uscito dalle celle vaticane dove era stato rinchiuso dieci giorni prima per ordine dei promotori di giustizia che indagano sullo scandalo del palazzo di Londra. Se una «cauzione pagata il 15 gennaio 2020» è segnalata nella sentenza della corte inglese che ha escluso che il finanziere abbia estorto illecitamente soldi al Vaticano, altre carte inedite evidenziano come gli inquirenti hanno provato in tutti i modi a bloccare la pubblicazione della sentenza, senza riuscirci.