Il prof. Falanga: Crocifisso annuncio di salvezza

“Nel titolo di questo lavoro si parla di ‘croce’. Impiegheremo il lessema, pur nella distinzione che va posta tra ‘croce’ e ‘crocefisso’ (o ‘crocifisso’), per indicare le due dimensioni, che sono, peraltro, in ambito cristiano, tra loro strettamente collegate. A tal punto che, in alcune parti del Nuovo Testamento e in alcuni settori, non solo della Patristica, i termini appaiono interscambiabili. Ma, nonostante questa constatazione, riteniamo si debba mantenere la distinzione, oggettivamente valida. Quindi, quando si parla di ‘croce’, s’intende il segno iconograficamente espresso, mentre ci si riferisce con il ‘crocefisso’ al corpus appeso alla croce”.

Partiamo dall’introduzione del libro ‘La Croce. Annuncio perenne e universale di salvezza nella celebrazione’ del teologo Giuseppe Falanga, docente di Liturgia alla Pontificia Università della Santa Croce, redattore di ‘Liturgia’, rivista del Centro di Azione Liturgica, ed autore di ‘Fai vivere e santifichi l’universo. Eucaristia, creazione e fede’, per comprendere il significato della croce per i cristiani:

“Se per la letteratura greco-romana la croce rappresenta un abominio da evitare e se per quella più propriamente giudaica una maledizione divina, per i cristiani, fin dall’antichità, essa costituisce il cuore della loro ‘professione di fede’. A fronte di un’esecrazione generale nel mondo antico nei confronti della crocifissione (pena capitale di origine persiana e poi particolarmente diffusa tra le popolazioni barbare) i primi cristiani, infatti, non esitarono a professare la loro fede in un Messia crocifisso, morto e risorto.

Per i Padri della Chiesa il cristiano deve conformarsi alla morte di Cristo per partecipare della sua risurrezione, poiché è sulla croce e attraverso la croce che Gesù è stato glorificato. Molto bella un’immagine suggeritaci da san Giustino: la croce è l’albero di salvezza contrapposto a quello del paradiso terrestre. E sant’Ippolito dice: essa è l’albero della nave della Chiesa nelle cui vele soffia il vento dello Spirito Santo”.

Come la croce può essere una via che conduce alla bellezza?

“La croce è un segno di vita. Ecco perché fin dalle sue prime rappresentazioni, verso la fine del II-inizi III secolo, non può essere interpretata se non come un segno di vittoria, certo, ma anche di bellezza. Ne è testimone, ad esempio, l’affresco del ‘Trionfo della croce’ (V secolo) che si trova nelle Catacombe di san Gennaro, a Napoli, al centro di quella che gli archeologi definiscono la basilica ipogeica più grande del mondo.

Successivamente avremo le rappresentazioni della crocifissione. Paradossalmente, è guardando al volto sfigurato e al corpo martoriato del Crocifisso, raffigurato dagli artisti in ogni modo, che noi possiamo contemplare la bellezza, meglio ancora la Bellezza, intesa non come qualcosa di gratificante per la vista, ma come splendore della verità di Dio che si manifesta nel massimo della bruttezza dell’uomo”.

In quale modo vivere la croce nella liturgia?

“Per quanto concerne la liturgia, è avvenuto che in alcuni periodi (per una concezione della Messa intesa unicamente come il rinnovarsi del sacrificio di Cristo crocifisso) si è dibattuto soltanto sul luogo dove debba essere posizionata la croce. Mi sembra che, se ragio­nas­simo anche su una teologia della risurrezione e della comunione dei santi, sarebbero inutili certe disquisizioni…

La croce sta nella celebrazione né per la visualizzazione o la pietà del presbitero né per quella dell’assemblea. La croce non è un segno rituale o di spiritualità o di riverenza fine a se stessa. La croce sta nella celebrazione per dirci che, quando celebriamo, noi compiamo un’azione di grazie al Padre, nello Spirito, per Cristo, con Cristo e in Cristo crocifisso, morto, risorto e gloriosamente asceso al cielo. La croce sta nella celebrazione per ricordarci che, quando celebriamo ‘la gioia del cielo incontra la terra’”.

E’ possibile vivere la Pasqua nel periodo del Covid-19?

“La strada per uscire dalla pandemia è ancora in un tunnel, ma sappiamo che porta alla luce. Dobbiamo andare avanti pieni di speranza! Solo chi ha sofferto la sete conosce il gusto dell’acqua e solo chi ha avuto fame apprezza il sapore del pane. L’inverno passa e lascia il campo alla vita nuova: ‘Cristo è risorto. E’ veramente risorto!’.

Questa frase, invece di pronunciarla stancamente, dobbiamo farla nostra, viverla sulla nostra pelle, svuotando i sepolcri delle nostre menti, rotolando via le pietre tombali dalle nostre anime. L’odore di alcol e di amuchina lascerà il posto al profumo di nardo, col quale Gesù, come ci racconta il Vangelo di Marco, fu unto da una donna come anticipo della sua sepoltura. Quel profumo Gesù lo porterà con sé fino agli inferi, per profumare la sua Pasqua e quella dei morti in ogni luogo e in ogni tempo”.

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