Caso 60SA. I giudizi imminenti – prima di poi – arrivano. Giustizia inglese competente per territorio: Torzi non ingannò Segreteria di Stato. Sostituto Peña Parra e Segretario di Stato Parolin avallarono

La notizia sulla decisione della giustizia inglese ci arriva da Londra attraverso un articolo di Mario Gerevini e Fabrizio Massaro del Corriere della Sera [QUI]. “Altra figuraccia dei pm vaticani”, titola il Faro di Roma [QUI] (quotidiano online vicino al Domus Sanctae Marthae), riportando la notizia del Corriere della Sera sul giudice londinese che non ha convalidato il sequestro a carico di Gianluigi Torzi, richiesto dai promotori di giustizia vaticani.

Su Domani [QUI] il titolo e il sottotitolo dell’articolo a firma di Emiliano Fittipaldi, in modo lapidario, rendono splendidamente l’idea della tegola che è caduta sulla Terza Loggia del Palazzo apostolico vaticano: “«Torzi non ricattò il Vaticano», i giudici inglesi smontano l’inchiesta del papa. La Corte di Londra demolisce le accuse dei pm di Francesco che indagano sullo scandalo del palazzo di Sloane Avenue: «Il broker pagato per il suo lavoro, nessuna estorsione. Parolin e Peña Parra hanno dato l’ok all’affare»”. E Antonello Guerrera su la Repubblica [QUI]: «Palazzo di Londra, “Torzi non ricattò la Santa Sede”. Colpo all’inchiesta vaticana dai giudici inglesi. Per la corte inglese l’acquisto dell’immobile di Sloane Avenue fu un’operazione regolare. Annullato il sequestro di denaro inflitto al broker molisano».

Per la giustizia di Sua Maestà la Regina del Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del Nord e degli altri reami del Commonwealth (Londra sta in Gran Bretagna pare, no? Come Sidney sta in Australia, sempre parte del Commonwealth), la Segreteria di Stato di Sua Santità non venne ingannata dal broker molisano Gianluigi Torzi sulle modalità con cui nel novembre 2018 il palazzo di Sloane Avenue 60 passò dal fondo Athena di Raffaele Mincione — nel quale la Segreteria di Stato aveva investito (fino ad oggi non è stato chiarito da quale fondo) 200 milioni di dollari nel 2014 — a una società veicolo, la lussemburghese Gutt, di proprietà della Segreteria di Stato. Il giudice Baumgartnen della Crown Court at Southwark – riportano Gerevini e Massaro – ha dato un’altra lettura dei fatti, da come sono stati presentati nella documentazione prodotta dai promotori di giustizia vaticani per chiedere il sequestro di beni a carico di Torzi. Quindi, sono stati scongelati i beni a favore di Torzi.

In riferimento al Responsabile dell’Ufficio amministrativo della Segreteria di Stato era Mons. Alberto Perlasca, con delega del Sostituto per gli Affari Generali della Segreteria di Stato, Arcivescovo Edgar Peña Parra, il giudice londinese scrive: “Il professor Diddi dice che monsignor Perlasca era incapace e inetto. Anche se questo può essere vero, agire come un cospiratore disonesto è un’altra cosa”. La sentenza rivela, tra le altre cose, che esisteva un “accordo verbale” tra Torzi e il funzionario laico della Segreteria di Stato Fabrizio Tirabassi (tra gli indagati nell’inchiesta giudiziaria vaticana, tuttora latitante), per riconoscere al broker il 3% del valore del palazzo, stimato a fine 2017 in 275 milioni di sterline. Nelle carte – scrivono Gerevini e Massaro sul Corriere – “compare anche lo stesso Segretario di Stato, Pietro Parolin, che il 25 novembre 2018 — tre giorni dopo la firma dei contratti con Torzi — avrebbe dato il suo avallo all’operazione”. “Dopo aver letto questo memorandum, anche alla luce delle spiegazioni fornite ieri sera dal mons. Perlasca e dal dott. Tirabassi, avendo avuto rassicurazioni sulla validità dell’operazione (che porterebbe vantaggi alla Santa Sede), sulla sua trasparenza e sull’assenza di rischi di reputazione (che, in effetti, supererebbero quelli legati alla gestione del Fondo GOF) sono favorevole alla conclusione del contratto. Grazie. P Parolin 25/11/2018”, è la nota citata.

Conclude il Faro di Roma: “Si tratta di provvedimenti che indubbiamente rendono traballanti le tesi dei promotori di giustizia vaticani mentre nessun procedimento risulta a carico del cardinale Angelo Giovanni Becciu, mancando a suo carico qualunque prova”.

Eppur si muove! È proprio il caso di sottolinearlo. Anche leggendo l’articolo di Filippo Caleri su Il Tempo di ieri, 23 marzo 2021 Le verità nascoste sul palazzo del Papa a Londra: la sacra inchiesta sullo scandalo Vaticano [QUI]: «Sono tanti i punti oscuri nell’acquisto dell’immobile di Londra, al numero 60 di Sloane Avenue, da parte del Vaticano. E dai documenti dell’inchiesta, che II Tempo ha potuto consultare, le responsabilità attribuite dai promotori di giustizia della Santa Sede, tra i quali l’investitore Raffaele Mincione, non chiariscono le tesi accusatorie. Tanti restano gli interrogativi”.

Un articolo in cui non si legge mai il nome di Becciu, né tantomeno si parla di un documento firmato da Becciu. Non viene messa neanche la foto di Becciu. Da questo articolo Becciu ne esce bene. Apprendiamo che un giudice inglese ha richiamato l’operato della Santa Sede, che naturalmente dai richiami dei tribunali esteri si sottrae facilmente, adducendo una motivazione poco plausibile, poiché il giudice inglese sicuramente non richiama lo Stato vaticano, ma il “operato”, fatto ben diverso.

Piu andiamo avanti in questa vicenda, più il Cardinale Becciu ne esce bene e le vere responsabilità emergono. Se il reato di specie viene posto in essere dall’operato di funzionari dello SCV nel Regno Unito, quest’ultimo legittimamente può sanzionare e giudicare tale operato. Il palazzo di 60SA pare che si trovi a Londra. Ancora una volta la Santa Sede si sottrae al giudizio di un tribunale straniero, ma cerca con tutti i mezzi, leciti e non, di condurre le parti coinvolte ad essere giudicate presso il tribunale vaticano. Il giudice inglese non ha richiamato l’operato di Becciu, ha richiamato l’operato della Santa Sede, e si sa che – se la responsabilità penale è personale – sicuramente il giudice inglese avrà fatto nomi e cognomi, e, a quanto pare, non ha fatto il nome e il cognome di Becciu. Qualcosa vorrà pur dire.

Mentre “sono tanti i punti oscuri” nel caso 60SA, invece diventa ogni giorno più chiaro cosa è quello che è stato operato attraverso L’Espresso: “La più grande operazione mondiale di diffamazione nei confronti di un uomo”, secondo la definizione di Feltri, spiegando a Minoli perché difende Becciu [QUI]. Giorno dopo giorno diventa sempre più chiara la estraneità del Cardinale Becciu rispetto a tutti gli addebiti, le illazioni e il fango gettato su di lui, sul Pontefice, sul Pontificato, sul Papato e su ogni singolo fedele che si è sentito violentato spiritualmente da un killeraggio mediatico, premeditato da menti raffinatissime su un Cardinale papabile. Azione criminosa senza precedenti.

Dal racconto del Corriere della Sera emerge il primo giudice, competente per territorio, che emette una sentenza, per un cittadino italiano, detenuto 10 giorni e 10 notti – illegittimamente – nelle celle vaticane. Attirato Oltretevere con artefizio e raggiro, al solo scopo di portare gli inquirenti vaticani a confermare le prove di una sua presunta responsabilità, inesistente nei fatti [QUI].

Già in passato abbiamo criticato l’operato della Santa Sede, in termini di assenza di rispetto dei diritti dell’uomo. Le nostre idee appaiono oggi per nulla strampalate… e qualcosa vorrà pur dire. Dalle parole [QUI e QUI] ai fatti [QUI e QUI].

L’INCHIESTA
Vaticano e il palazzo di Londra, i giudici inglesi: «Torzi non ingannò la Segreteria su Sloane Avenue»
di Mario Gerevini e Fabrizio Massaro
Corriere della Sera, 24 marzo 2021


Sullo scandalo del Vaticano relativo all’acquisto di un palazzo a Londra arriva una prima pronuncia da parte di un giudice inglese, che smonta parti importanti dell’inchiesta dei magistrati del Papa, i promotori di giustizia. La corte afferma che la Segreteria di Stato vaticana non venne ingannata dal broker molisano Gianluigi Torzi sulle modalità con cui nel novembre 2018 il palazzo di Sloane Avenue 60 passò dal fondo Athena di Raffaele Mincione — nel quale il Vaticano aveva investito 200 milioni di dollari nel 2014 — a una società veicolo, la lussemburghese Gutt, di proprietà della Segreteria. Di questa società Torzi, che agiva come intermediario, avrebbe lasciato alla Segreteria 30 mila azioni senza diritto di voto ma avrebbe tenuto per sé le uniche mille azioni con diritto di voto, quelle che gli davano diritto a gestire a tempo indeterminato l’immobile, secondo i magistrati vaticani in maniera “segreta e disonesta” per poter estorcere denaro alla Segreteria. Il 5 giugno del 2020 Torzi venne arrestato in Vaticano al termine di un lungo interrogatorio, con diverse accuse tra le quali l’estorsione, per poi essere scarcerato dopo dieci giorni e la presentazione di una lunga memoria difensiva, assistito dai legali Marco Franco e Ambra Giovene.

Una transazione commerciale

Il giudice Baumgartnen della Crown Court at Southwark ha dato un’altra lettura dei fatti, sulla base della documentazione prodotta dai promotori per ottenere la conferma del sequestro di beni a carico di Torzi. Non è quindi una sentenza che riguardi le ipotesi di reato ma la legittimità di un sequestro: ad ogni modo è una decisione che entra in profondità nel merito della questione. La decisione — che potrebbe avere un peso nella valutazione complessiva dell’operazione da parte dei promotori di giustizia vaticana Gian Piero Milano e Alessandro Diddi — è stata presa nell’ambito della richiesta di sequestro a carico della Vita Healthy ltd (nuovo nome della Sunset Entrerprise ltd), una delle società con le quali il broker ricevette 15 milioni di euro dal Vaticano nel maggio 2019 per lasciare le mille azioni con diritto di voto al Vaticano. Secondo il giudice, che ha redatto una sentenza di 42 pagine, si è trattato di una normale transazione commerciale tra due soggetti.

«Perlasca incapace e inetto»

Il Vaticano non venne ingannato, sostiene il giudice che ha scongelato i beni a favore di Torzi, dato che a seguire il dossier c’era il responsabile dell’ufficio amministrativo della Segreteria, monsignor Alberto Perlasca, che era delegato dal sostituto alla Segreteria, monsignor Edgar Pena Parra. Scrive il giudice: «Il professor Diddi dice che monsignor Perlasca era incapace e inetto. Anche se questo può essere vero, agire come un cospiratore disonesto è un’altra cosa». La sentenza rivela, tra le altre cose, che esisteva un «accordo verbale» tra Torzi e il funzionario della Segreteria di Stato Fabrizio Tirabassi (tra gli indagati nell’inchiesta dei promotori), per riconoscere al broker il 3% del valore del palazzo, stimato a fine 2017 in 275 milioni di sterline, quindi oltre 8 milioni di sterline (circa 9,1 milioni di euro).

La nota di Parolin

Nelle carte compare anche lo stesso segretario di Stato, Pietro Parolin, che il 25 novembre 2018 — tre giorni dopo la firma dei contratti con Torzi — avrebbe dato il suo avallo all’operazione. «Dopo aver letto questo memorandum, anche alla luce delle spiegazioni fornite ieri sera dal mons. Perlasca e dal dott. Tirabassi, avendo avuto rassicurazioni sulla validità dell’operazione (che porterebbe vantaggi alla Santa Sede), sulla sua trasparenza e sull’assenza di rischi di reputazione (che, in effetti, supererebbero quelli legati alla gestione del Fondo GOF) sono favorevoli alla conclusione del contratto. Grazie. P Parolin 25/11/2018», è la nota riportata dai promotori davanti alla corte inglese.

Postilla

Intelligenti pauca. A buon intenditor poche parole… Ricordiamoci anche che il Papa regnante aveva detto, che la sentenza del processo di Zanchetta [QUI] l’avrebbe promulgata. Sentenza mai giunta… Chissà che farà ora con la sentenza londinese? I soliti due pesi e due misure… Lo scopriremo presto… Il meglio deve ancora avvenire…