Mons. Redaelli: Gorizia crocevia privilegiato dell’incontro tra i popoli dell’Europa

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Il nome di Ilario (Ilaro o Ellaro), associato a Taziano nel Martirologio geronimiano, coincide con quello del secondo vescovo dei catologhi aquileiesi. Un’antichissima tradizione vuole che il vescovo Ilario e il diacono Taziano abbiano subito il martirio sotto Numeriano il 16 marzo 284.

I due santi ebbero larga venerazione ; nella località Gorizia era loro dedicata una piccola chiesa documentata già all’inizio del XIII secolo, che, ampliata, divenne chiesa parrocchiale della città verso il 1460, e, soppresso il Patriarcato d’Aquileia nel 1751, fu eretta cattedrale della nuova arcidiocesi metropolitana allora costituita. Gli stessi martiri sono venerati Patroni principali della città di Gorizia.

E nella commemorazione dei patroni di Gorizia mons. Carlo Roberto Maria Redaelli ha sottolineato il ruolo a cui Gorizia e Nova Gorica sono chiamate in vista del 2025, anno per il quale le due città sono state scelte come ‘capitali europee della cultura’: “Del resto se i patroni compiono bene il loro ‘lavoro’ di intercessori per noi (cosa che nella fede siamo certi) è ovvio che non pregano per la nostra città in termini generici, ma riferendosi a quello che stiamo vivendo in questo preciso momento storico”.

L’arcivescovo ha sottolineato la necessità della preghiera: “Viene immediato pensare alla pandemia che ci sta affliggendo da oltre un anno e che in queste settimane vede una preoccupante recrudescenza.

La preghiera dei santi Ilario e Taziano, insieme a quella dei patroni di ogni città del mondo (perché tutta l’umanità è coinvolta da questo flagello), ci è del tutto necessaria e oggi vogliamo invocarla per i malati, per i loro familiari, per chi li cura ed è impegnato nella lotta alla pandemia ai vari livelli e per chi ha terminato la propria vita terrena”.

Ha evidenziato la parola martirio: “Stando alle tre letture della Scrittura è facile rispondervi. La prima sottolinea la calunnia e la menzogna utilizzate dagli avversari del giusto. San Paolo, nella seconda lettura, afferma che i martiri cristiani sono tali a causa di Gesù e della fedeltà a Lui.

La stessa cosa è ribadita dal Vangelo, che sottolinea il fatto che il discepolo che dà la vita per Gesù è qualcuno che ritiene la fede nel Signore più importante della propria vita e persino del mondo intero e per questo non si vergogna di Gesù e delle sue parole”.

L’arcivescovo ha sottolineato che i cristiani erano stati perseguitati nell’impero romano, fino al martirio, perché la proposta di vita cristiana era ‘alternativa’: “Se i cristiani erano perseguitati fino al punto di essere in molti condannati a morte (in particolare chi aveva un ruolo di guida all’interno della comunità cristiana come è il caso dei nostri patroni) era perché la proposta di vita cristiana, potremmo dire la cultura cristiana, era sentita come alternativa alla cultura romana”.

Una cultura che forma l’uomo è sempre invisa al potere: “Ovviamente mi sto riferendo a un concetto alto di cultura, intesa quindi come una forma mentis capace di determinare la vita, i modi di essere, di pensare, di sentire (anche a livello emozionale), di agire.

Ciò che è alla base di una cultura vista in questa accezione è la capacità di interpretare la vita in riferimento a un quadro di valori che ne dà il senso profondo, il solo che può spiegare il perché la vita è degna di essere vissuta”.

L’alternativa tra cristianesimo e cultura romana non era poi così vera, ma era una posizione ideologica dell’Impero romano: “I Romani hanno giudicato questa proposta culturale e non solo religiosa come alternativa al proprio modo di vedere e di vivere e per questo hanno reagito violentemente.

In realtà l’alternativa riguardava soprattutto la sovrapposizione tra religione e impero. I cristiani erano paradossalmente accusati di ateismo, perché non veneravano gli dei che stavano alla base del potere imperiale e proponevano altrettanto paradossalmente quella che oggi possiamo chiamare una visione laica del potere dello stato, uno stato cui da sempre volevano essere sudditi fedeli (oggi diremmo cittadini leali) purché non si identificasse con la divinità”.

Questa distinzione è stata superata dai cristiani: “Per il resto però l’alternativa tra cristianesimo e cultura romana non era poi così vera e tutta la storia dell’Europa da Costantino fino ai nostri giorni lo ha ampiamente dimostrato. E lo stesso cristianesimo ha accolto con larghezza gli apporti della cultura romana o, meglio, greco-romana, innestati nella radice della rivelazione ebraica”.

Tutto ciò dimostra che la cultura è un concetto ampio: “Ho fatto solo degli accenni veloci e sicuramente imprecisi, ma mi interessava sottolineare il fatto che la cultura, di cui la nostra città tra qualche anno dovrebbe essere con Nova Gorica una realtà altamente simbolica, non può essere ridotta a qualche evento, a qualche valorizzazione di beni artistici, a qualche ripresa di vicende storiche e così via.

La cultura è appunto qualcosa di molto più significativo e impegnativo e responsabilizza in misura notevole la nostra città, se vuole essere appunto capitale della cultura”.

Ecco perché è importante che le due città siano ‘capitale culturale’ dell’Europa: “E’ chiaro che tutto cambierebbe. Vorrebbe dire che ci viene chiesto, certo con la consapevolezza dei nostri limiti ma con verità, di farci carico della domanda sulla cultura dell’Europa oggi…

Ma il fatto che le nostre due città sono collocate non alla periferia ma in una posizione centrale dell’Europa e in particolare su un confine dove il mondo latino da sempre dialoga, si confronta, si mescola con il mondo slavo ci costringe, in un certo senso volenti o nolenti, ad assumere questa responsabilità”.

A questa responsabilità culturale è chiamata anche la ‘comunità cristiana di Gorizia’, impegnata a testimoniare la bellezza: “Quel messaggio per il quale sono morti i nostri patroni, quel messaggio che ha innervato la cultura della nostra Europa e che da secoli ormai si è incarnato nelle culture di tutti i popoli del mondo, grazie alla sua dimensione cattolica universale”.

Un messaggio che l’arcivescovo ha declinato come azione salvifica della Pasqua: “Vogliamo con semplicità essere testimoni di questo messaggio, declinato per l’oggi con il respiro di universalità e di novità che papa Francesco ci propone, attraverso la vita di relazione delle nostre comunità, l’azione educativa verso le nuove generazioni, l’impegno caritativo a favore dei poveri, la custodia e la valorizzazione di quanto di bello e di valido ci è stato consegnato dal passato, la collaborazione sincera e leale con le istituzioni, il confronto e la ricerca della verità con tutte le persone di buona volontà”.

(Foto: arcidiocesi di Gorizia)

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